Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 ottobre 2002
Mille alpini italiani (tutti volontari) partiranno da marzo per l’Afghanistan dove sostituiranno i Royal marines britannici nella difesa delle zone di confine da infiltrazioni terroristiche
• Mille alpini italiani (tutti volontari) partiranno da marzo per l’Afghanistan dove sostituiranno i Royal marines britannici nella difesa delle zone di confine da infiltrazioni terroristiche. Gli alpini partiranno con il consenso di una parte dell’Ulivo che sul voto di giovedì ha consumato una frattura che mette in discussione la leadership di Francesco Rutelli.
• La più rapida azione di guerra di cui l’uomo abbia memoria. «Mille alpini hanno sgominato la coalizione di parlamentari detta ”dell’Ulivo”. La battaglia si è consumata fra la Camera e il Senato: gli sconfitti, detti appunto dell’Ulivo, si sono dissolti rientrando ciascuno nella propria casa madre. [...] I massimi esperti di cose di guerra, tipo il senatore a vita Francesco Cossiga e suo figlio il deputato Giuseppe - cultori di soldatini di piombo - converranno che mai era accaduto che un contingente di alpini ottenesse un così brillante risultato prima ancora di scendere in campo» (Concita De Gregorio.
• Più dell’abilità dei vincitori ha potuto l’inettitudine degli sconfitti. «Si sono presentati al fronte in ordine sparso, reduci alcuni da un’assemblea notturna [...] Convocati (alcuni via sms) nella Sala della Regina per decidere la strategia per l’indomani, gli alleati si sono presentati all’appuntamento ignari un gruppo della contemporanea convocazione dell’altro. Deputato Margherita a gruppo di deputati Ds: ”E voi cosa fate qui?”. Risposta Ds a Margherita: ”Cosa ci fate voi?”. Segue riunione congiunta. Questa la premessa. Il giorno successivo di buon’ora si va al voto» (De Gregorio).
• Il c.d. Ulivo a palazzo Madama si presenta con quattro mozioni diverse. «Il risultato è che anche i soli Ds si spaccano in tre: la maggioranza che si riconosce in Fassino vota la mozione ds, i tre senatori liberal votano quella della Margherita. Uno di loro, Petruccioli, fa dichiarazione di voto in dissenso e si presenta così: ”Sono stato eletto nelle liste dell’Ulivo”. Potrebbe essere l’ultima volta che si sente questa frase. I parlamentari del correntone votano la mozione ds, quella dei Verdi-Pdci e il dispositivo della mozione di Rifondazione. Si vota ”per parti separate”, la risoluzione numero 6 (Bordon e altri) viene divisa e votata in 5 parti. Ci sarebbe già da perdere la testa, qualcuno lo fa (Bordon medesimo: ”Scusi presidente mi sono distratto su cosa stiamo votando?”)» (De Gregorio).
• Camera, pomeriggio. «L’Ulivo qui si presenta con 5 risoluzioni. Prima ancora di entrare in aula i navigatori di più lungo corso, Mastella, profetizzano la sciagura: ”Lasciare Rutelli alla guida dell’Ulivo è un suicidio”. Quale Ulivo, poi? Rutelli parla, ”per la prima volta”, a nome solo della Margherita. [...] Rosy Bindi sul testo scritto da Marini, Bianco e Mattarella si astiene. Poi esce e dice: ”Bel risultato”, da leggere in senese, intonazione ironica. In effetti, anche per la Margherita, un risultato così così: a differenza che in Senato qui non lo vota neanche il Polo. I ds restano soli contro l’invio degli alpini. Anche Rifondazione è contro, ma più contro, perciò va per conto suo» (De Gregorio).
• L’Ulivo, dopo Prodi, D’Alema, Amato ha ucciso un altro suo leader. «Ma questa volta sarà l’ultimo, perché anche l’Ulivo si è suicidato con lui. La politica estera, infatti, fu il vero banco di prova di quel centrosinistra capace di assumere responsabilità di governo nel nostro paese. Con Ciampi e con Prodi accettò la sfida dell’Europa, pagando e facendo pagare anche alla sinistra estrema il costo di un risanamento economico imponente. Con D’Alema dimostrò di aver superato le resistenze dell’antico antiamericanismo, davanti agli impegni che gli alleati chiedevano all’Italia nella guerra contro il tardo nazionalismo comunista di Milosevic. Ed è stata la politica estera a frantumare le ipocrisie, le incertezze, le furbizie di una opposizione che era nei fatti già divisa da tempo, ma che si ostinava a credersi unita, solo perché era contro Berlusconi e il suo governo» (Luigi La Spina).
• Sgambetti. Achille Occhetto: «Stanno pugnalando un cadavere, ma forse - a guardarlo bene - non è quello dell’Ulivo, quello vero non è mai nato. Oggi in verità si discute della morte di un mero cartello elettorale: non si è voluto affrontare un nuovo corso dopo la sconfitta, si è detto no sia a un gruppo di saggi esterno ai partiti che al gruppo parlamentare unico. La sola parola Ulivo è diventata un pretesto per contrapposti appetiti personali, la rappresentazione burocratica di giochi di potere. Siamo all’epilogo della scelta delle due gambe, Ds e Margherita: una è sempre più corta dell’altra e lo sgambetto è inevitabile».
• L’Ulivo è un albero politico che muore spesso, e spesso rinasce. «Morì una prima volta quasi prima di essere piantato, nel 1995, quando Prodi era già candidato virtuale ad essere il premier del centrosinistra ma poi saltò tutto per via di una candidatura di Maccanico che spinse il futuro premier al ritiro. Poi la cosa si risolse, ma l’Ulivo fu dichiarato di nuovo morto alla fine del 1998, quando Prodi perse la maggioranza alla Camera e fu sostituito da D’Alema con l’appoggio di Mastella. E per la terza volta le campane suonarono a morto un anno e mezzo fa dopo la sconfitta elettorale del 2001. Questa è la quarta morte: sarà quella definitiva? Difficile giurarci» (Piero Sansonetti). [5] Mastella: «Siamo alla catastrofe, non all’apocalisse».
• Si è aperta per la prima volta una divaricazione netta fra Ds e Margherita. «Poiché non è pensabile che i due leader non sapessero a cosa andavano incontro, bisogna capire perché abbiano imboccato una strada che li avrebbe portati a un esito dirompente. [...] Il punto focale sta nella forza espressa dalle componenti che puntavano del tutto consapevolmente alla conclusione dell’esperienza ulivista quale si era configurata dalla campagna elettorale in poi e che ora ha ottenuto il suo scopo. Quando Pietro Folena, della minoranza Ds, dice che si è toccato ”il punto più basso di una pessima gestione dell’Ulivo negli ultimi mesi” esprime, di fatto, la soddisfazione per un risultato raggiunto» (Sergio Soave).
• I partiti del centro-sinistra, ossessionati dalla ricerca di ciò che può dividerli. «Illuminante il commento che con la consueta sincerità ha rilasciato Clemente Mastella: adesso, ha detto, ci vuole ”un centro-sinistra con il trattino, anzi con il trattone”. Oggi come oggi, non c’è problema: nella voragine che si è aperta tra centro e sinistra un trattone ci sta pure largo. C’è posto anche per una virgola, un punto, un punto e virgola e soprattutto per un punto interrogativo» (Messina). [8] Il politologo Gianfranco Pasquino: «In questo momento riuscirebbero a inscenare un litigio fra parenti anche sulla scelta della musica del funerale dell’Ulivo: ritmo no global, Internazionale, o chissà cos’altro...».
• Il centralismo democratico. «Il vecchio Pci funzionava così: ci si accapigliava nelle sezioni e nei Comitati centrali discutendo dell’Urss o del compromesso storico; poi, però, una volta presa una decisione, tutti zitti e allineati in nome della disciplina di partito. Nessun dissenso pubblico era ammissibile o concepibile. I guasti di quell’unanimità coatta si sono fatti sentire a lungo nell’identità politica della sinistra: la scarsa propensione al confronto, la diffidenza per i conflitti vissuti sempre come ferite e lacerazioni, e, alla fine, l’impossibilità di selezionare un vero gruppo dirigente senza ricorrere alla scelta obbligata della cooptazione dei militanti più fedeli e più disciplinati. Ogni volta che la sinistra si divide, come un vecchio tic sembra affiorare la nostalgia per quella stagione in cui l’unità era una sorta di ossessione, un obiettivo strategico da perseguire all’interno del partito, con gli alleati e, se possibile, anche con gli avversari» (Giovanni De Luna).
• Quelli che, dentro il centrosinistra, lavorano perché si produca una frattura tra il centro e la sinistra. Massimo D’Alema: «Nel mio partito a un certo punto qualcuno ha detto, facendone un tema del congresso di Pesaro, che ”la sinistra deve tornare a fare la sinistra”. Con i suoi valori, con il suo radicamento sociale. Questo ha spinto e spinge la Margherita a rispondere ”allora io comincio a fare il centro”, e ad auto-assegnarsi un ruolo di guida, visto che come è noto è al centro che si gioca la sfida per il governo. Con queste premesse, le divaricazioni sono scontate. L’idea è che prima si destruttura completamente il campo, poi verranno i mediatori, i demiurghi. Fantasiosi ticket ricompatteranno il fronte, miracolose discese in campo competeranno finalmente con Berlusconi».
• Gabbie. «La verità è che, in questa storia, tutte le forze in campo hanno dato l’impressione, e anche qualcosa di più, di soffrire la coalizione di centrosinistra come una gabbia ormai troppo angusta perché i suoi abitanti potessero continuare a convivervi» (Paolo Franchi).
• Come uscire da questo destino comune? «A Piero Fassino una strada pericolosa la indicano i grandi ”nemici” di Rutelli. Il verde Pecoraro Scanio lo tira per la giacca: ”Adesso tocca ai Ds prendere la guida dell’Ulivo” [...] La risposta è quasi un sì, il sintomo di una tentazione forte e anche il segno di una rabbia neanche tanto sorda contro Rutelli» (Goffredo De Marchis).
• Occorre la forza di lasciare fuori qualcuno. Massimo Cacciari: «Non c’è altra ricetta. Il tentativo di costruire una coalizione che tenga sempre tutti dentro predispone l’Ulivo all’insuccesso. [...] Ormai si è rivelata una totale assenza di sintonia anche caratteriale, una voglia di farsi male a vicenda».
• Le manifestazioni chiamate girotondi «altro non erano se non una critica radicale al ceto politico ulivista (D’Alema, Rutelli) e una domanda, altrettanto radicale, di un’opposizione che fosse degna di questo nome. Si sono divisi i dirigenti dell’Ulivo, e si sono divisi trasversalmente ai partiti di cui fanno parte. Seguendo i valori, i contenuti, le idee che ognuno di loro sostiene» (Riccardo Barenghi).
• Hanno ancora senso i partiti nati dalle ceneri del Pci, del Psi, della Dc? «O non è forse giunto il momento, approfittando dell’esaurimento della spinta propulsiva dell’Ulivo, di rimettere tutto in discussione a cominciare dai propri logori e angusti recinti di appartenenza? Sarà velleitario, sarà ingenuo, sarà come volete, ma sarebbe anche intelligente porsi il problema di mettere sotto la stessa casa coloro che sulle grandi questioni la pensano più o meno allo stesso modo invece di continuare a fingere di essere amici e compagni e poi dividersi ad ogni occasione facendosi ridere dietro da mezza Italia mentre l’altra mezza assiste sconsolata» (Barenghi).
• Milioni di persone stanno cercando una rappresentanza politica. «Non la trovano in un partito come i Ds, oramai entrato in lenta ma inesorabile agonia, non la trovano nei partiti più piccoli quali verdi e comunisti italiani, non la trovano in Rifondazione giudicata da loro troppo radicale, chiusa, comunque non adatta allo scopo. E questi milioni di persone non sono solo ex comunisti, ex socialisti, ex sinistra extraparlamentare: sono anche cattolici o gente che magari non ha una storia politica definita alle spalle, moltissimi giovani. E tutti cercano una casa comune e magari un nuovo leader che al momento si è rimesso a studiare tra fondazioni e bicocche» (Barenghi).
• Due scenari. «Il primo - considerato che Bertinotti, uno dei vincitori della partita, e Cofferati fanno storia a sé assieme a Verdi e Pdci - prevede un equilibrio basato su tre piloni: Ds, Margherita e Sdi. la strada che vorrebbe scegliere chi ha preferito mantenere l’unità dei propri partiti anche a costo di mandare in frantumi non solo le ragioni dell’alleanza ma l’alleanza stessa. Il corpaccione dei Ds privilegia questa strada e il gruppo dirigente pure anche se, quest’ultimo, non a tutti costi: non a caso Massimo D’Alema, ormai sideralmente lontano dall’incarico di portavoce unico del centro-sinistra, ha ammonito il correntone: avete vinto, attenti a non stravincere. Il secondo scenario, di cui sono fautori personaggi come Giuseppe Caldarola, prevede la nascita di un cuore riformista trasversalmente organizzato, che all’interno di una alleanza elettorale si confronti con altri spezzoni da un lato più marcati a sinistra: appunto il correntone, girotondi, Prc e quant’altro; e dall’altro più verso il centro: Udeur e simili. Prospettiva intrigante ma che abbisogna di scomposizioni e ricomposizioni, e dunque forse meno concreta della prima. Il fatto è che da qualunque punto di vista si guardi la questione, il nocciolo del problema resta il gradiente riformista del centro-sinistra» (Carlo Fusi).
• Due modi di uscire dalla crisi. Massimo D’Alema: «Il primo: si prende atto di una rottura tra centro e sinistra e ognuno si consolida nel suo habitat. Secondo questo schema, nella vicenda di queste ore la Margherita ha tratto vantaggi nel suo posizionamento politico internazionale, e i Ds possono pensare di essere in sintonia con l’opinione pubblica. Insomma, si congela la situazione, e poi si vedrà. Questa ipotesi la giudico nefasta, e perdente per lunghissimo tempo. Per questo preferisco la seconda, che è quella che si può definire del ”pro malo bonum”. Cerchiamo di trarre una lezione positiva da questo disastro. Siamo al culmine di una crisi. Ora o mai più: serve una reazione forte e determinata che rilanci l’Ulivo. Si raccolgano le disponibilità, e si assumano le decisioni politiche e organizzative per rendere visibile questo rilancio».