Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 settembre 2002
Che Paese è la Germania che ieri ha scelto da chi farsi governare nei prossimi quattro anni?
Ludwig Georg Braun, il presidente della confederazione tedesca dell’industria e del commercio (Diht), dice che «la situazione in Germania non è poi tanto migliore rispetto a quella in Argentina» perché «a Buenos Aires come a Berlino non si vede una vera volontà di cambiare le cose e di avviare le necessarie riforme»
• Che Paese è la Germania che ieri ha scelto da chi farsi governare nei prossimi quattro anni?
Ludwig Georg Braun, il presidente della confederazione tedesca dell’industria e del commercio (Diht), dice che «la situazione in Germania non è poi tanto migliore rispetto a quella in Argentina» perché «a Buenos Aires come a Berlino non si vede una vera volontà di cambiare le cose e di avviare le necessarie riforme».
• ella graduatoria annuale dei 49 sistemi economici più competitivi, pubblicata dall’istituto Imd di Losanna, la Germania figura addirittura all’ultimo posto.
Il resoconto degli esperti elvetici è devastante: troppa burocrazia, poca flessibilità sul mercato del lavoro, salari superiori alla produttività e un sistema sociale e assistenziale che divora i bilanci dello stato facendo lievitare a dismisura imposte e tasse, ostacolano nuovi investimenti e l’intraprendenza imprenditoriale nel paese.
• disoccupati sono più di 4 milioni.
Juergen Donges, il più autorevole economista tedesco, capo del Consiglio dei Cinque Saggi, dice che in realtà i senza lavoro nella Bundesrepublik sono tra i 5 milioni e mezzo e i sei milioni, contro i 4 milioni e 290 mila ufficialmente ammessi. Almeno due categorie di senza lavoro, ha spiegato in un colloquio con il giornale popolare della domenica ”Bild am Sonntag”, non vengono considerati tali dalle statistiche governative: la prima è quella di tutti coloro che hanno perso l’occupazione tra i 60 e i 65 anni e continuano a cercarla. Le cifre ufficiali li depennano, liquidandoli come «gente sulla soglia della pensione» e ignorando il loro dramma umano. La seconda categoria, particolarmente numerosa in Germania Est, è costituita dai disoccupati che vivono di lavori finanziati dai sussidi di disoccupazione governativi come gli altri senza lavoro, ma che svolgono faticosi e detestati mestieri di scarsa o nulla utilità economica.
• il lavoro nero?
Coinvolge centinaia di migliaia, probabilmente milioni di tedeschi, con un giro d’affari stimato in almeno 300 miliardi di euro l’anno, il 15 per cento del pil nazionale. E molti di quei lavoratori in nero prendono il sussidio di disoccupazione.
• he in Germania è sostanzioso.
Chi perde il posto di lavoro ottiene per due anni l’80 per cento del suo vecchio stipendio netto e nel periodo successivo un’assistenza sociale che sovvenziona l’affitto della casa, le spese della macchina, perfino i regali di Natale. In genere fino ai 32 mesi si prende ancora il 60-67 per cento del vecchio stipendio e poi, a tempo indeterminato, il 53-57 per cento. Non c’è da stupirsi se, come rivelato da un recente studio, un disoccupato su due il lavoro non lo cerca proprio. Ogni neonato porta ai propri genitori un assegno familare mensile di 150 euro fino al compimento del diciottesimo anno d’età; le università, l’uso delle autostrade o l’assistenza sanitaria e ospedaliera sono del tutto gratuiti, mentre lo stesso ufficio federale del lavoro, responsabile per gli uffici di collocamento, si permette un apparato amministrativo di ben 90mila addetti (almeno 40-50mila più del necessario), con 181 uffici regionali e un budget annuo di 54 miliardi di euro.
• uanto costa ai contribuenti tedeschi un simile welfare?
Più di 90 miliardi di euro l’anno, cioè il 40 per cento del bilancio complessivo del governo. Michael Vesper, l’esperto congiunturale dell’istituto tedesco di ricerche economiche (Diw), avverte che «alla lunga nessun paese al mondo può permettersi simili speseª
• a crescita economica quest’anno sarà al massimo dello 0,9 per cento, la più bassa in Europa.
L’indebitamento pubblico sale al 2,7 per cento del pil sfiorando il tetto massimo del 3 per cento prescritto nel patto di stabilità del trattato di Maastricht, i consumi interni sono crollati del 4 per cento. La Sanità pubblica ha un deficit sempre maggiore che potrebbe portare quello federale al 3,5 per cento, ben al di sopra del tetto fissato dall’Unione Europea. Thorsten Polleit, il capo economista della Barclays Capital Bank di Francoforte, osserva sarcasticamente che la Germania «è l’unico paese in cui una crescita economica al di sotto dell’1 per cento viene già festeggiata come un trionfo».
• na volta la Germania era il motore economico d’Europa, il paese che aveva i conti sempre in ordine.
Quante storie fecero i tedeschi con l’Italia ai tempi di Maastricht per i suoi bilanci disastrati e la finanza ”fantasiosa”. Non si fidavano di stati come il nostro, al punto che al vertice di Dublino del 1997 pretesero di imporre a tutti i membri del club un patto di stabilità ferreo, con tanto di lettere di ammonizione seguite, con teutonica severità, da multe pesantissime: fino allo 0,5 per cento del pil a chi avesse sforato il parametro più importante, un deficit pubblico superiore al 3 per cento del prodotto interno lordo. [6] I tedeschi non sono abituati alla parola crisi, spesso usano un termine un po’ ridicolo: Flaute. Oekonomische Flaute. Flaute vuol dire ”depressione, avvallamento”.
• na bella rivincita, per noi.
Verrebbe in mente un termine che esprime un sentimento un po’ gaglioffo: Schadenfreude, il sottile piacere che si prova per i guai altrui. [6] Ma c’è un detto in Germania: «Chi sta in una casa di vetro non lanci pietre». E siccome tutti in Europa stanno in case di vetro, nessuno può gioire dei guai altrui.
• uanto ha influito la riunificazione con la Germania Est?
Sulla velocità di ripresa della Germania Est si è peccato d’ottimismo. Si pensava che sotto la maschera del comunismo ci fosse ancora il volto di Lutero. Si sbagliava. Dopo 12 anni l’equiparazione con l’Ovest non è ancora avvenuta. Cinquant’anni di comunismo hanno snervato il tessuto sociale. E imbrogliato gli "animal spirits" fino a soffocarli. Forse Lutero non è Calvino. Se sotto la maschera del comunismo ci fosse stato il calvinismo, magari... Ma sarebbe un discorso lungo (Franco Tatò).
• olpa di Kohl?
Secondo Hans Eichel, ministro delle Finanze di Schroeder, l’errore fondamentale fu compiuto dall’allora cancelliere democristiano, che concesse ai tedeschi dell’Est il cambio alla pari tra il loro marco inconsistente e quello della Germania Ovest, «una misura politicamente inevitabile, ma economicamente disastrosa». Lo stesso Kohl, rincara Eichel, sbagliò a concedere troppi incentivi fiscali all’edilizia nell’Est che incoraggiarono per anni un boom oggi «scoppiato come una bolla di saponeª
• ualche commentatore ha scomodato la demografia, il rapido invecchiamento della popolazione.
L’argomento non regge se si pensa che Spagna e Italia affrontano problemi simili se non peggiori. C’è una scarsa propensione al consumo, questo sì, il benessere tranquillo della Germania è fatto di gente che compra per cambiare e non tanto per avere. E i beni di consumo durevoli, almeno quelli made in Germany, sono durevoli per definizione.
• l sistema distributivo è un’altra palla al piede.
Una legge sciagurata del 1933, la Rabattgesetz, ha imperversato fino al luglio 2001, quando finalmente è stata abolita: limitava o addirittura impediva la possibilità di fare sconti. Un tentativo analogo era fallito nel 1993 per l’opposizione dei piccoli commercianti, che avevano paura di essere spazzati via dalla grande distribuzione organizzata. Nonostante i giganti tedeschi del retail siano partiti alla conquista dei mercati di mezzo mondo, un sistema antiquato di leggi e regolamenti impedisce la necessaria flessibilità degli orari proprio a casa loro. Il sabato si può fare shopping soltanto fino alle quattro del pomeriggio, limite che nel periodo prenatalizio può essere fino alle 18 (!). Questo non è l’impero dei Consumi ma della Parsimonia.
• Quest’anno saranno 43 mila le aziende tedesche a dichiarare fallimento.
Non si tratta solo di ex fari della Germania spa, come la Kirch Media (comunicazione), la Fairchild Dornier (aeronautica), la Holzmann (edilizia), la Herlitz (cartiere), ma anche migliaia di piccole e medie imprese che trasferiscono la loro produzione in Spagna, Portogallo o Polonia, che sono stanche di attendere per anni la licenza edilizia per erigere un nuovo stabilimento e che sostengono di non potersi più permettere i contratti di lavoro stipulati a forza dai sindacati: nel settore chimico in crisi hanno ottenuto aumenti del 3,3 per cento, mentre in quello metallurgico l’Ig Metall chiede addirittura un più 6,5 per cento. Stipendi troppo alti dunque e un welfare che ancora oggi, nonostante un debito complessivo dello stato di ben 1.194 miliardi di euro, vale a dire a un indebitamento pro capite di 14.714 euro, garantisce a ogni cittadino senza impiego, o con entrate troppo basse, un decoroso sostentamento economico.
• li investimenti in impianti e macchinari nel 2001 sono scesi del 3,4 per cento.
E quelli nell’edilizia del 5,7. Se non fosse stato per le esportazioni, cresciute del 5,1 per cento (ma erano aumentate del 13,2 nel 2000), le cifre sarebbero ben più gravi e forse la fatidica soglia del 3 per cento di deficit sarebbe stata già sfondata.
• nsomma, la Germania è in recessione.
Quel che è peggio è che nessuno ha saputo o voluto accorgersene in tempo. Né il Governo, né i sei istituti di Ricerca, né i Cinque Saggi, i consiglieri economici del governo, e tantomeno i capi-economisti di Deutsche Bank, Dresdner e Commerzbank. Non se n’era accorta, a quanto pare, nemmeno la Banca centrale europea, che pur non essendo la Bundesbank è stata creata a sua immagine e somiglianza. Il rito con cui queste venerabili istituzioni hanno via via aggiornato le loro stime è stato, come tutti i riti, di una lentezza esasperante. Quando la frenata era già evidente, nella primavera 2001, si parlava di «leggera flessione» e dell’«impatto limitato» che la crisi americana avrebbe avuto sulla Germania grazie all’effetto positivo dei tagli fiscali introdotti nel 2001. Quando la recessione si è avvicinata, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno dell’anno scorso, si puntava sulla stagnazione.
• on ci sono, però, segni di allarmismo.
La ricchezza accumulata dalla ricostruzione a oggi è tale e tanta che il Paese può attingere alle proprie ”scorte invernali” o far finta che la crisi congiunturale sia una malattia psicosomatica. Così come pochi devono aver stappato bottiglie di champagne per festeggiare il 2000, anno caratterizzato da una crescita record del 3,1 per cento, nessuno si è ingrugnito più di tanto quando si è accorto della recessione.
• ualcuno comincia a vedere paralleli con la crisi del Giappone.
C’è però una differenza. I giapponesi, dopo dieci anni di tentativi a vuoto, non hanno ancora capito come uscirne. I tedeschi hanno invece individuato i punti deboli e sono stati capaci di avviare alcune riforme importanti, ”strutturali”, come dicono gli economisti. Solo che intendono farlo alla loro maniera, con i ritmi (pesanti) e le modalità (complicate) di un sistema che continua a credere nella solidarietà, nel consenso e nelle responsabilità sociali degli imprenditori.
• Nonostante la recessione e la rigidità del mercato del lavoro, il Governo di centro-sinistra ha aggiornato la legge sulla cogestione, Mitbestimmung, a netto favore dei dipendenti e della loro partecipazione attiva al processo decisionale delle aziende.
Nelle imprese tedesche, metà dei consigli di amministrazione è espresso dalle organizzazioni sindacali. Così, se un’azienda tedesca ne acquista una italiana, sono in certa misura i sindacati tedeschi che decidono come va gestita. [7] Il sistema è più antico dei suoi quasi trent’anni di vita ufficiale (il regolamento precedente risaliva al 1972). I primi consigli di fabbrica furono istituiti ai tempi della Repubblica di Weimar. La nuova legge impone anche alle piccole e medie imprese di dedicare almeno un dipendente a tempo pieno alle attività di cogestione: condizioni di lavoro, orari, formazione professionale, sicurezza, ambiente, discriminazione sessuale e razziale sono i temi sui quali i lavoratori possono a volte imporre al management il loro punto di vista. Le medie imprese tedesche, le Mittelstand, si sono ribellate perché i cambiamenti porteranno costi aggiuntivi per 2,7 miliardi di marchi all’anno, ma le grandi non hanno fatto una piega. Molti manager illustri, e tra questi Joachim Milberg, presidente di Bmw, continuano anzi a ritenere la cogestione e la bassa conflittualità sindacale che ne deriva, un patrimonio irrinunciabile.
• iamo sicuri che l’Italia sia messa meglio della Germania?
Da troppi anni la Germania cresce meno della media europea. E per l’incremento di disoccupazione solo il Giappone ha fatto peggio dei tedeschi, mentre i sussidi ai senza lavoro superano sovente i salari. Ma la loro economia resta comunque messa meglio della nostra, nonostante il deficit pubblico superi i limiti del patto di stabilità che la Bundesbank volle, dubitando delle nostre virtù. Non solo perché il debito pubblico italiano è al 109,8 per cento del prodotto interno lordo nel 2001, mentre ai tedeschi è riuscito di portare il loro sotto la soglia del 60 per cento. Anche il confronto tra la competitività dell’industria italiana e quella tedesca non ci favorisce. Del resto, negli ultimi due anni abbiamo perso almeno un punto percentuale all’anno di competitività con i tedeschi. L’indice dei nostri prezzi al consumo è cresciuto negli ultimi due anni un poco più di quello tedesco. E va anche peggio per l’inflazione purificata dai prezzi di energia e alimentari freschi