Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 12 agosto 2002
Cosa sta accadendo in America Latina?
«C’è il fallimento del disegno di globalizzazione che il Fondo monetario e la Banca Mondiale avevano cercato di imporre in tutto il subcontinente negli anni Novanta
• Cosa sta accadendo in America Latina?
«C’è il fallimento del disegno di globalizzazione che il Fondo monetario e la Banca Mondiale avevano cercato di imporre in tutto il subcontinente negli anni Novanta. Un modello di sviluppo che per attirare capitali puntava sulla formula salvifica dei mercati aperti e dei bilanci più austeri. E che avrebbe dovuto rilanciare l’occupazione e ridurre la povertà» (Gianni Perrelli).
• La formula ha retto sull’onda di euforia delle privatizzazioni
«Ma non ha mai prodotto un vero sviluppo sostenibile. Ha solo allargato il solco fra chi beneficiava della rivoluzione tecnologica nel terziario e dell’effimero boom della new economy e la stragrande maggioranza della popolazione che pativa l’erosione continua dei salari» (Perrelli).
• La borghesia è stata spazzata dalla crisi
«In America latina esistono solo i ricchi (più o meno il cinque per cento) e una massa sterminata di poveri. Il 44 per cento della popolazione è rimasto come agli inizi degli anni Novanta, sotto la linea di povertà (due dollari al giorno)» (Perrelli).
• E gli organismi internazionali?
«Accorrono i dottori con le solite medicine che possono ammazzare il paziente. Il 4 agosto è sbarcato a Rio de Janeiro Paul O’Neill, segretario al tesoro Usa e grande gaffeur. L’ultima sua gaffe (davvero una gaffe?) è di una settimana fa quando disse papale papale che il Brasile - negli 8 anni di presidenza Cardoso allievo modello dell’Fmi - innanzi tutto deve mettere mano a politiche economiche ”serie” in modo che gli eventuali aiuti ”non finiscano in qualche conto delle banche svizzere”. Poi le ritrattazioni che non ritrattano. Ma intanto l’esternazione ha contribuito a dare un’altra botta al real, che ha perso dall’inizio dell’anno il 30 per cento del suo valore sul dollaro» (Maurizio Matteuzzi)
• Il Fondo monetario internazionale ha concesso al Brasile aiuti per 30 miliardi di dollari
«Che diventano 40 dal momento che l’accordo prevede anche la possibilità per Brasilia di attingere 10 miliardi dai 15 delle sue riserve. Ciò darà alla banca centrale brasiliana potere di fuoco contro il real sotto tiro della speculazione internazionale. [...] il più grande prestito mai concesso dall’Fmi e il Brasile diventa il più grande ricettore di soldi del Fondo. Il record precedente, dell’anno scorso, era della Turchia, con 30 miliardi» (Matteuzzi).
• Gli interventi del Fmi sono spesso criticati
«In genere, dei prestiti che il Fmi concede, nemmeno un dollaro entra realmente nel Paese indebitato: il denaro va direttamente ai creditori del Paese, estero su estero» (Maurizio Blondet). [4] «Normalmente producono stimoli nel breve periodo. Nel medio periodo, però, spesso sono il bacio della morte e il prestito di 30 miliardi di dollari concesso in questi giorni al Brasile potrebbe rivelarsi tale. Non c’è dubbio che il paese sudamericano abbia voluto assicurarsi una copertura finanziaria fino a dopo le elezioni presidenziali di ottobre» (Hugo Dixon).
• Per il Brasile, Bush e Fmi hanno derogato dal principio «Basta con le cordate di salvataggio internazionale di clintoniana memoria»
«Per diversi motivi. Il Brasile è troppo grosso per essere lasciato andare a fondo (e il rischio c’è, anche se a vincere le elezioni di ottobre non dovesse essere il diavolo Lula) e il pericolo di un default delle quote di rimborso del suo enorme debito di 250 miliardi di dollari è concreto» (Matteuzzi).
• Il Brasile merita la fiducia?
«Nella classifica dello sviluppo è al 73° posto. In quella che misura la disuguaglianza tra la parte più ricca e quella più povera della popolazione è sorpassato solo da Burkina Faso e Botswana. Per non parlare della hit parade del ”rischio paese” per gli investitori stranieri: lì ha addirittura superato la settimana scorsa la poverissima e corrotta Nigeria raggiungendo quota 2.180 punti. Peggio, con oltre 6 mila punti, c’è solo la disastrata argentina. Vale a dire che il debito estero dei brasiliani è considerato talmente a rischio dagli operatori finanziari internazionali che per compensarlo bisogna aggiungere 21 punti di interesse al tasso di riferimento, quello dei bond emessi dal Tesoro americano» (Alvaro Ranzoni).
• Eppure, se invece del G-8 ci fosse il G-10 il Brasile siederebbe al tavolo dove si riuniscono i più ricchi della Terra
«La politica monetaria brasiliana è stata gestita straordinariamente bene da Arminio Fraga, ma dietro di lui vi è una solida istituzione con una capacità analitica degna della banca centrale di un grande Paese occidentale. Le iniziative prese dalla Banca Centrale del Brasile per aumentare la trasparenza e la credibilità sono un modello per le banche centrali in tutto il mondo, nel mondo sviluppato così come in quello meno sviluppato» (Joseph Stiglitz).
• Il Brasile ha straordinarie risorse
«Ha istituzioni per la ricerca, educative e finanziarie, di prim’ordine. Le discussioni sull’economia a San Paolo sono tanto sofisticate quanto quelle che si svolgono a New York. I seminari universitari di Rio sono vivaci come quelli di Cambridge nel Massachusetts o della Cambridge nel Regno Unito. Il grande Paese sudamericano produce uno dei più sofisticati aeroplani del mondo, così competitivo che i concorrenti dei Paesi industriali più avanzati hanno cercato di proteggersi imponendo barriere al libero scambio» (Stiglitz).
• Infine, il debito del Brasile rapportato al Prodotto interno lordo è modesto
«Più basso di quello americano ai tempi in cui Bill Clinton divenne il Presidente, notevolmente migliore del Giappone e di parecchi Paesi europei. Il Brasile ha poi un sistema di cambio flessibile, la sua moneta non è sopravvalutata, semmai è sottovalutata. Grazie alle sue forti esportazioni, non dovrebbe avere problemi a far fronte ai propri impegni dal lato del debito, sempre che i tassi d’interesse non ricomincino a salire vertiginosamente» (Stiglitz).
• Il Brasile diventerà il 52° stato americano?
«’Dobbiamo decidere se chiamarci Brasil o Brazil, all’americana” diceva Jorge Amado. Scegliere la ”s” o la ”z” significa decidere se essere ”solo” il primo Paese latinoamericano e quindi il Paese-guida del subcontinente, oppure essere incorporati in una logica economico-commerciale continentale. In altre parole diventare il 52° stato americano. Ciò significa, secondo un approccio conservatore, avvantaggiarsi delle opportunità che offre un mercato molto grande. Ma, secondo un approccio più riformista, restare imprigionati in una sudditanza commerciale e quindi politica. Toccherà al successore del presidente Fernando Henrique Cardoso decidere il futuro del Brasile» (Roberto Da Rin).
• L’Uruguay è la seconda eccezione
« un Paese sano, contagiato senza colpa dalla crisi argentina. Di fatto, il 15 per cento del prodotto lordo viene dal turismo, e i turisti erano per lo più argentini. Di più: le banche dell’Uruguay erano piene di depositi di argentini in dollari. Non potendo ritirare i loro depositi nel proprio Paese, questi depositanti hanno svuotato i loro conti in Uruguay. Le banche uruguayane non sono insolventi, hanno un problema momentaneo di liquidità. L’Uruguay ha ricevuto dal Fmi ben 1.100 dollari per abitante» (Blondet).
• Non tutti gli uruguayani sono contenti del salvataggio Usa
«Il presidente Bush si è commosso per il dramma dell’Uruguay, sebbene non ci sia nessuna prova del fatto che lui sia in grado di ubicare il nostro paese sulla cartina. [...] Il fatto è che ha detto: ”Bisogna dare una mano”. E subito dopo hanno detto esattamente la stessa cosa gli organismi internazionali del credito, che compiono la nobile funzione del pappagallo sulla spalla del pirata. Allora si sono riuniti, in tutta fretta, i nostri legislatori, e a maggioranza, una maggioranza sorda a qualsiasi discussione, hanno votato in un batter d’occhio la legge che dà il colpo di grazia alla banca dello Stato» (Eduardo Galeano).
• I paesi latinoamericani nacquero alla vita indipendente ipotecati dalla banca britannica
«Col passare del tempo, abbiamo cambiato creditori, e adesso dobbiamo molto di più. Quanto più paghiamo, tanto più dobbiamo, e quanto più dobbiamo, tanto meno decidiamo. Sequestrati dalla banca straniera, non siamo più nemmeno in grado di respirare senza permesso. Noi latinoamericani viviamo per pagare i debiti, al servizio di un debito che si moltiplica come i conigli. Il debito cresce di quattro dollari per ogni nuovo dollaro che riceviamo» (Galeano).
• Solo ”speranze” per la derelitta Argentina
«La crisi economico-sociale che attanaglia l’Argentina da oltre quattro anni ha causato gravi problemi di indigenza: il 70 per cento dei minori di 18 anni vive sotto la soglia di povertà o in stato di assoluta indigenza. [...] In totale si tratta di 8,6 milioni di persone» (R. Es.).
• L’Fmi salverà anche l’Argentina?
«L’intesa dovrebbe essere raggiunta tra il 28 agosto e il 5 settembre. I punti dell’accordo sarebbero tre. Il primo riguarda la proroga al 2003 del pagamento di un debito pari a 15 miliardi di dollari che l’Argentina ha verso organismi multilaterali di credito. Il secondo concerne la concessione di altri 2 miliardi di dollari a Buenos Aires. Il terzo punto riguarda il credito per il finanziamento alle esportazioni» (R.D.R.).
• La Colombia aspetta un diverso intervento
«Uno degli impegni con cui l’outsider Uribe ha vinto a valanga le elezioni del 26 maggio è quello di stroncare manu militari ”il terrorismo”, ossia la guerriglia che da 38 anni pone la Colombia in uno stato di guerra civile strisciante. Per farlo si appoggerà a corpo perduto agli americani con il loro Plan Colombia, intende raddoppiare le forze armate dagli attuali 120 mila uomini, mettere in piedi una forza paramilitare di un milione di civili in chiave anti-guerriglia, mandare in congresso una legge che consente di arrestare i ”sospetti terroristi” senza ordine della magistratura, portare avanti a ferro e fuoco la politica (Usa) di estirpazione delle colture di coca. ”Comincia l’era della mano dura”, titolava mercoledì ”El espectador” di Bogotà. Se Uribe sarà in grado di portare avanti davvero i principali presupposti della sua linea politica, la Colombia potrebbe diventare quel ”prossimo Vietnam” di cui gli analisti americani e non parlavano al momento dell’approvazione, nel 2000 sotto l’amministrazione Clinton, del Plan Colombia» (Maurizio Matteazzi)
• Preoccupa di più il ”contagio argentino”
«Da settimane ormai, a Wall Street, corrono voci sinistre sulla salute della maggiore banca Usa, la J. P. Morgan-Chase, e la numero due, la Citicorp. Entrambe sarebbero esposte in misura colossale nel pericolosissimo mercato dei ”derivati finanziari”. La sola Morgan-Chase sarebbe esposta per oltre 600 volte il valore del suo capitale in azioni. E con le azioni in calo, c’è addirittura chi vede il rischio di una bancarotta. Dopo il crollo della Enron e della WorldCom, insomma, potrebbero arrivare altri colpi. E sarebbero tali da far sembrare minuscoli quei due fallimenti epocali: il ”valore nozionale” dei derivati detenuti dalla banca ammonta a 30 mila miliardi di dollari, più del pil americano» (Blondet).
• C’è almeno una buona notizia?
«Paradossalmente, per gli imprenditori italiani questo potrebbe essere il momento giusto per investire in Sudamerica, per programmare a prezzi ”stracciati” acquisizioni o partecipazioni in Argentina, in Brasile o Venezuela» (Beniamino Quintieri, presidente dell’Istituto per il commercio con l’estero).