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 1997  febbraio 10 Lunedì calendario

Dunque, ricapitolando

• Dunque, ricapitolando. Produttore, quel provocatore di Oliver Stone, accusato spesso di travisare i fatti, e, ora, addirittura di istigazione alla violenza dallo scrittore John Grisham. Regista, l’esule cecoslovacco Milos Forman, la cui idea dell’«American dream» è stato il feroce Qualcuno volò sul nido del cuculo. Sceneggiatori, Scott Alexander e Larry Karaszewski, gli stessi che hanno trasformato un avventuriero del cinema di serie B come Ed Wood, cioè il «peggiore regista di tutti i tempi», in un’icona culturale. Protagonista, Woody Harrelson, l’attore più estremo di Hollywood, uno dei natural born killer, che ha un padre in galera, e lui stesso c’è finito un paio di volte, l’ultima, per rivendicare l’uso legale della marijuana. Altra protagonista, Courtney Love, primadonna del rock che per contratto si deve sottoporre a un esame antidoping settimanale come i calciatori, odiata dai tanti che la considerano responsabile del suicidio di suo marito, Kurt Cobain, leader dei Nirvana.
• In sincrono con i rintocchi cupi di fine millennio, l’America celebra un personaggio sulfureo e maledetto come Larry Flynt, pornografo militante e detentore orgoglioso del titolo di «re degli sporcaccioni». Mentre la troupe al completo del film The people versus Larry Flynt (uscita americana a Natale, in Italia a marzo) si dà in pasto come una volpe rituale alla muta dei cronisti di Hollywood, il vero protagonista se ne sta appartato, dietro le quinte, come si confà a un serio burattinaio. ”Panorama” è riuscito a stanarlo e intervistarlo in esclusiva, per farsi cantare la sua ballata tragica che, mai dimenticarlo, è vita vissuta sulla propria pelle, e non finzione cinematografica.
• Flynt 22 anni fa lanciò il mensile ”Hustler”, e fece della pornografia la sua crociata arrivando a sfidare il perbenismo addirittura nella Corte suprema e diventando il più sorprendente, e per molti imbarazzante, difensore del Primo emendamento della costituzione americana, quello sulle libertà individuali, stampa compresa. Oggi, quel «sudicio imperatore di carta», un tipo che non è andato oltre le scuole elementari ma che la sociologa Laura Kipnisk ha paragonato a un moderno Rabelais, viene scaricato ogni mattina da una limousine lunga 15 metri nel garage del suo edificio di dieci piani nel centro di Beverly Hills. Con lui ci sono sempre anche una guardia del corpo e una nurse. Da 18 anni è inchiodato su una sedia a rotelle, sia pure d’oro, da 120 milioni. Un cecchino lo ha impallinato per difendere i valori della morale pubblica e di una maggioranza per niente silenziosa, ma rumorosa come le pallottole calibro 44 che gli hanno sforacchiato la colonna vertebrale. A far saltare la mosca al naso di Joseph Paul Franklin, il suo «giustiziere», era stato un servizio di ”Hustler” in cui una biondona dalla pelle lattea se la godeva con un nero: «Non potevo certo sopportare tanto marciume».
• Flynt, che racconta di essere nato e cresciuto in Kentucky «con le pezze al culo», e oggi ha un jet personale, 210 dipendenti e un fatturato annuo di 110 milioni di dollari, ha pagato caro ogni centesimo: si è fatto due mesi in un carcere psichiatrico, ha perso la sua virilità a 34 anni, la sua quarta moglie Althea, malata di aids, è affogata nella vasca da bagno. Tutta la sua vita è stata una provocazione, dall’improvvisa conversione cattolica favorita da Ruth, evangelista e sorella del presidente Jimmy Carter, alla taglia di un milione di dollari piazzata sui mandanti dell’assassinio di Kennedy, alla sua candidatura per le elezioni presidenziali del 1984 con un programma per «eliminare l’ignoranza e le malattie veneree».
• Flynt, a 54 anni, conserva occhi guizzanti, ma parla a fatica, come se avesse una patata in bocca: ricordo di tante operazioni che dopo l’attentato gli hanno segato un nervo alla volta, per cercare di eliminare quel dolore che prima combatteva con dosi da cavallo di oppiacei e cocktail di Brompton: 60 per cento morfina, 30 cocaina e 10 gin. Il giorno di questa intervista, era di ottimo umore: il test del Dna aveva confermato che Theresa, la ragazza ventenne arrivata improvvisamente dalla Florida, era veramente una figlia di cui non aveva mai conosciuto l’esistenza. Una prova retroattiva di virilità, che gli stava facendo accarezzare l’idea di sposarsi con Liz Berrios, la sua ex infermiera, ora che, grazie a una protesi azionata da una pompetta, poteva avere ancora del sesso, «sia pure un po’ pedestre». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Che si prova a passare dall’infamia alla fama, da reietto a star di un film hollywoodiano? «Sono orgoglioso, di solito bisogna aspettare di essere sottoterra». Come mai Hugh Hefner, editore di «Playboy», non è stato ancora celebrato e lei si? «Hefner è in cerca ossessiva di rispettabilità, un tipo piuttosto noioso, insomma. Lui, e anche Bob Guccione, sarebbero stati felici di pubblicare ”Time” e ”Newsweek” piuttosto che ”Playboy” e ”Penthouse”. Io, invece, proprio ”Hustler” volevo fare. Mai sognato di chiamare la pornografia con un altro nome». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Come è nata la sua carriera di pornografo? «Avevo un go go bar, chiamato ”Hustler Club”. Il giornale ènato come newsletter del locale, due pagine in bianco e nero. Ho messo poco a capire che la gente non compra gli ”adult magazine” per gli articoli. La filosofia di ”Hustler” è opposta a quella di ”Playboy”: io non ho bisogno di scuse per mostrare donne nude». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• ”Hustler” è stato definito «ginecologicamente corretto». La diverte? «Non sono un ipocrita: qual è la parte più erotica della donna, quella su cui tutti sognano e sbavano? I genitali, no? Beh, io lì mi sono concentrato. Sono stato il primo a mostrare un uomo e una donna che copulavano, e anche due donne da sole; il primo a schiaffare i peli pubici in copertina».  orgoglioso di qualche altra cosa? «Aver pubblicato le foto nude di Jacqueline Kennedy scattate da un paparazzo italiano. Allora non si sapeva ancora se Ted Kennedy avrebbe puntato alla Casa Bianca, e tutti, a cominciare da Hefner, se la facevano sotto. Quelle foto mi sono costate pochi dollari, 18 mila, e con quel numero di Hustler, che ho ristampato tre volte, ho guadagnato 10 milioni». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Oggi chi sogna? «Magari potessi avere Hillary Clinton nuda. Venderei più di ogni altro giornale nella storia dell’editoria. Per lei la taglia è di 20 milioni di dollari». Non ha nessuna autocensura? «Io volevo piacere all’uomo medio, quello che lavora e non ha tempo per tante sottigliezze. E lo stesso con le vignette, che sono una parte fondamentale di ”Hustler”, e che scelgo personalmente, una per una. L’umorismo che gira nei posti di lavoro, fabbriche e uffici, è grasso, volgare». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Mai avuto problemi di buon gusto? «Il buon gusto è una balla a cui si appellano giornali aristocratici ed elitari come ”Playboy”. Loro non vogliono essere offensivi, perché non vogliono perdere la pubblicità. Il mio problema fin dall’inizio è stato di imparare a sopravvivere senza pubblicità, perché nessuno ce la dava, e quindi a fregarmene del ricatto del buon gusto». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Da ragazzino di quale attrice era innamorato? «Sarà stupido, ma le donne troppo perfette non mi hanno mai fatto impazzire. Ho sempre preferito donne normali, che a letto sono più attive e disponibili. Questa è l’unica cosa che quel saggio di mio nonno non avrebbe approvato». Che c’entra suo nonno? «Mi ripeteva: «Quando sei vecchio, tutto quello che resta sono i ricordi. Perciò rendili migliori possibile: bevi solo il vino di marca, mangia solo cibo saporito e scopa solo donne belle». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Delle tre classiche scuole di pensiero maschile, e cioè ”legmen”, ”breastmen”, ”assmen”, aedi rispettivamente delle gambe, del seno e del sedere, lei a quale si sente di appartenere? «Io sono un ”pussyman”». Qualcuno ha definito la pornografia ”il sesso dei poveri”, oppure ”il sesso degli altri”. Ha un suo aforisma? «Sesso, erotismo e pornografia sono la stessa cosa, il mezzo con cui comunichiamo di più, che comprendiamo meglio, che delinea la nostra passionalità, i nostri comportamenti. Non capisco perché sia così criminalizzato. Quello che mi confonde è che la società, attraverso i media, condanna l’esibizione del sesso e permette quella della violenza». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Che risponde a chi l’accusa di degradare l’immagine delle donne? «Che Hustler ha la più alta percentuale di lettrici di ogni altro giornale per adulti: il 20 per cento. Sono stato il primo a osare servizi lesbici». Si, ma le femministe volevano bruciarle la redazione... «Del femminismo ho sempre pensato che era una scusa delle donne brutte per poter marciare in pubblico. Una volta, comunque, ho cercato di fare un’ammenda spiritosa: ho messo in copertina una donna dentro un tritacarne e la scritta ”Non appenderemo più le donne come pezzi di carne”. Non ho mai ricevuto tante proteste, sono stato completamente frainteso». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Lei si sente un incompreso? «Non ho nessuna paura dell’opinione pubblica. Troppi sono paranoici di quello che si dice di loro, io me ne frego, ho sperimentato sulla mia pelle che è vero il vecchio detto ”Ogni pubblicità, è una buona pubblicità”». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Come mai quando voleva diventare presidente degli Stati Uniti si è schierato con i repubblicani? «Sono stato democratico tutta la vita, ma ero bianco, ricco, perverso e mi hanno sparato a causa delle mie idee». Stavolta ha votato per Clinton? «Sì, come minore dei mali. Non ho l’illusione che un uomo da solo faccia la differenza. E questo vale anche per me». Il politically correct la fa ridere? « una faccenda tanto soggettiva che è pretestuosa. Non ci credo, e io voglio frantumarlo, come tutti i tabù e le censure». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Come vorrebbe essere ricordato? Come un uomo d’affari e non solo un pornografo. Pubblico 19 giornali, e solo cinque sono per adulti. Avevo una distribuzione di 150 altri giornali, compresa ”New York Review of Books”, che ho venduto ad Hachette Filipacchi per 21 milioni di dollari. E non faccio queste cose per guadagnare credibilità e rispetto, ma per diversificare e far soldi». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Se potesse ricominciare da capo la sua vita, cosa cambierebbe? «Comprerei un giubbotto antiproiettile». Si sente un martire della libertà? «Ho un’avversione verso gli eroi, ho sempre pensato che fossero il risultato di una vita vigliacca. Se lei chiedesse ai ragazzi del Vietnam se lo rifarebbero, penso che le risponderebbero come me: ..No, non regalerei le mie gambe più a nessuno, nemmeno alla libertà di stampa». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Come giudica, oggi, la sua improvvisa conversione cattolica? «Ero sotto l’influsso di potenti droghe antidolorifiche. Ho sentito voci e avuto visioni: la Vergine, Gesù, San Paolo. Per fortuna, è durato poco. Oggi sono di nuovo felicemente ateo. Dal tempo dei tempi la religione ha causato più guai, guasti e divisioni, guerre incluse, di ogni altra idea». (Larry Flint a Marco Giovannini)
•  più importante il sesso o il denaro? «Il sesso viene per secondo, dopo qualcosa che non ho messo ancora a fuoco, ma forse si chiama sopravvivenza. Ma sì, il sesso è più importante dei soldi». Quante donne ha amato? «Sono stato precoce. A quattordici anni ho falsificato il mio certificato di nascita per arruolarmi, e a ventuno ero già divorziato due volte. Diciamo che ne ho ”conosciute” oltre mille. A proposito, le italiane sono piene di passione». E dove l’ha imparato? «Quando ero in marina, abbiamo attraccato a Napoli: tre giorni ben spesi con mezza dozzina di prostitute». (Larry Flint a Marco Giovannini)
• Ma, in definitiva, qual è il rapporto col suo paese? «Sono orgoglioso di essere americano. L’America è la più grande non perché è la più forte, ma perché è la più libera. Occhio però a non perdere i principi fondamentali. Il problema non è se Larry Flynt ha il diritto di stampare Hustler, è se John Smith ha il diritto di comprarlo. Finché ci sarà una persona che vuole Hustler; deve poterlo comprare, e Larry Flynt deve poterglielo stampare». (Larry Flint a Marco Giovannini)