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 1997  febbraio 03 Lunedì calendario

Certo non posso dire d’aver seguito la vicenda Sofri, però pare che le cose siano andate più o meno così: circa vent’anni fa Adriano Sofri fu uno dei fondatori di ”Lotta Continua”, un movimento di estrema sinistra che si proponeva di cambiare la società a favore degli operai succubi di uno Stato ingiusto

• Certo non posso dire d’aver seguito la vicenda Sofri, però pare che le cose siano andate più o meno così: circa vent’anni fa Adriano Sofri fu uno dei fondatori di ”Lotta Continua”, un movimento di estrema sinistra che si proponeva di cambiare la società a favore degli operai succubi di uno Stato ingiusto. Parecchi erano gli intellettuali che ne facevano parte molti dei quali tuttora occupano cariche importanti come per esempio Gad Lerner, Luigi Manconi, portavoce dei verdi, Deaglio e altri. Il loro estremismo fu ”rivoluzionario”. In quella stagione a tinte forti nacquero alcuni gruppi terroristici dai quali sia Sofri che i suoi compagni si dissociarono. Poi, il movimento si sciolse. Fra i crimini commessi dai terroristi ci fu il famoso omicidio Calabresi: uomo, a detta di tutti, rigoroso ma al tempo stesso di grande fede e generosità.
• Il giallo sul delitto Calabresi rimase insoluto. Ma un giorno, dopo sedici anni dall’accaduto, salta fuori un certo Marino che, rivolgendosi ai carabinieri dice: «Scusate, mi ero dimenticato di dirvi che il mio amico Adriano Sofri ha fatto uccidere Calabresi...». «Sei sicuro?», gli hanno chiesto. «Come no! Ero l’autista del commando», e i carabinieri: «Come mai ce lo dici adesso?»... «Eh, perché, ho detto: che ora è... Ostre!.. Son già passati sedici anni, quasi quasi mi pento e così sono venuto a dirvelo».
• Fu così che sulle dichiarazioni di Marino hanno aperto immediatamente il processo. Poi, le condanne: Sofri, Pietrostefani e Bompressi a 22 anni di carcere; Marino a 11 anni perché aveva raccontato bene la storia. Condanne che vennero confermate in appello il 2 luglio del ’91. Il 23 ottobre del ’92, la Cassazione annulla la sentenza. Per cui si riapre il processo. In questi casi si va direttamente in appello saltando il primo grado, e siamo al 21 dicembre del ’93. La sentenza è clamorosa: tutti assolti! Ma, all’ultimo minuto, colpo di scena: la Cassazione del ’94 ha annullato la sentenza di assoluzione. Però, con una novità: mandando in prescrizione il ”narratore”.
• Non ho mai conosciuto Sofri, ma quelle poche volte che mi è capitato di vederlo in televisione, ultimamente anche da Santoro, mi sorprendevo di come venivo attratto dal suo parlare, per il quale mi viene estremamente difficile non pensare a un parlare di verità. Ogni volta lo osservavo attentamente e mai, in ciò che ha detto, ho potuto scorgere un qualche cosa che potesse dividere le sue parole dalle movenze del suo viso. Quando non sei veritiero prima o poi lo sguardo ti tradisce. E devo dire che poche volte nella vita mi è capitato di percepire, quella che io credo di aver visto in Sofri, una verità che realizza in pieno una simbiosi tra le parole e lo sguardo. Certo lui è colto e intelligente e sa parlare, tanto che la sua voce, nonostante l’assoluta mancanza di timbro e spesso frantumata, acquista un fascino accattivante.
• Qualcuno potrebbe pensare che è proprio la sua intelligenza a rendere credibile ciò che invece potrebbe essere falso. Se posso esprimere una mia opinione, ho sempre creduto che l’intelligenza, quella vera, raggiunge il suo culmine quando non può fare a meno della verità. Una specie di schiavitù da cui la ”vera” intelligenza non può sottrarsi. E in Sofri questa schiavitù appare lampante, come è evidente il senso di libertà sia suo, che dei suoi compagni ora che sono in carcere.
• Le condanne inflitte a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono fondate unicamente sulle dichiarazioni di un pentito, per altro loro amico di viaggio, e non sulla base di alcun riscontro. Francamente non ho mai creduto al pentimento dei pentiti, anche se in molti casi sono stati utili a colpire la criminalità organizzata. Più i reati sono gravi e più è difficile pentirsi veramente.
• I mafiosi che poi si pentono non hanno alternativa: «O ci dici tutto quello che sai e noi ti alleviamo la pena sotto il titolo di "pentito", o altrimenti marcisci in prigione per il resto della tua vita». Cosa che non avviene invece nella situazione del pentito Marino. Lui, dopo 16 anni si pente per aver contribuito all’uccisione di Calabresi. Improvvisamente è attanagliato dal rimorso per aver recato male a un suo simile. Corre dai carabinieri (o i carabinieri vanno da lui, non si capisce il perché) e racconta il fatto: «Eravamo in quattro... », ma solo tre vengono condannati. Come faccio a credere, io che sono il re degli ignoranti, che tu sei veramente pentito? Penso che nessuno metterebbe in dubbio la tua parola se tu andassi dal giudice ed esprimessi il desiderio di non abbandonare i tuoi compagni di viaggio.
• I mafiosi che poi si pentono non hanno alternativa: «O ci dici tutto quello che sai e noi ti alleviamo la pena sotto il titolo di "pentito", o altrimenti marcisci in prigione per il resto della tua vita». Cosa che non avviene invece nella situazione del pentito Marino. Lui, dopo 16 anni si pente per aver contribuito all’uccisione di Calabresi. Improvvisamente è attanagliato dal rimorso per aver recato male a un suo simile. Corre dai carabinieri (o i carabinieri vanno da lui, non si capisce il perché) e racconta il fatto: «Eravamo in quattro... », ma solo tre vengono condannati. Come faccio a credere, io che sono il re degli ignoranti, che tu sei veramente pentito? Penso che nessuno metterebbe in dubbio la tua parola se tu andassi dal giudice ed esprimessi il desiderio di non abbandonare i tuoi compagni di viaggio.
• Caro ”Corriere”, nel ringraziarti per aver ospitato un mio articolo su Sofri, aggiungo una nota di stupore nel rilevare che l’articolo non è stato riportato interamente come io l’avevo scritto. Ritengo questa, una mancanza grave in quanto, così facendo, rischiate di stravolgere il senso delle cose, o per lo meno di confonderlo. Se io scrivo un articolo e voi me lo accettate, sono del parere che sarebbe scorretto da parte vostra spostarmi anche una sola virgola, poiché quella virgola, pur se posizionata in modo non corretto, assolve un compito importante, ossia quello di essere identificato (presso coloro che mi leggono) tramite l’eventuale errore. Ma qui non si tratta di virgole bensì di paragrafi che, un paio, sono spariti: apparte l’ironia (nota importante per la mia carta d’identità, in questo caso toccava la giustizia). Soprattutto quello sui pentiti che così, come voi l’avete riportato, ha sbiadito di parecchio quello che è il mio pensiero in proposito e, di conseguenza l’anima di tutto l’articolo. Ti sarei grato quindi se gentilmente potessi riparare a questo tuo errore, che io reputo in buona fede, riportando nell’edizione di oggi negli eventuali spazzi relativi al caso Calabresi, questa mia lettera con a seguito l’ultimo capitolo in questione.
• «Le condanne inflitte a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono fondate unicamente sulle dichiarazioni di un pentito, per altro loro amico di viaggio, e non sulla base di alcun riscontro. Francamente non ho mai creduto al pentimento dei pentiti, anche se in molti casi sono stati utili a colpire la criminalità organizzata. Più i reati sono gravi e più è difficile pentirsi veramente. I mafiosi che poi si pentono non hanno alternativa: «o ci dici tutto quello che sa e noi ti alleviamo la pena sotto il titolo di ”pentito” o altrimenti marcirai in prigione per il resto della tua vita". Poco importa, a questo tipo di pentiti, sapere che chi si pente veramente non solo rifiuta ogni tipo di agevolazione ma al contrario, chiede una pena più rigida nella speranza di espiare il proprio peccato. Pertanto il cosiddetto pentimento dei mafiosi trova una sua valida giustificazione in quanto si realizza un vero e proprio scambio tra loro e lo Stato. Cosa che non avviene invece nella situazione del pentito Marino. Lui, dopo 16 anni si pente di aver contribuito all’uccisione di Calabresi. Improvvisamente è attanagliato dal rimorso per aver recato male a un suo simile. Corre dai carabinieri (o i carabinieri vanno da lui e non si capisce il perché) e racconta il fatto: «eravamo in quattro..."» ma solo tre vengono condannati. Come faccio a credere, io che sono il re degli ignoranti, che tu sei veramente pentito? Penso che nessuno metterebbe in dubbio la tua parola se tu andassi dal giudice ed esprimessi il desiderio di non abbandonare i tuoi compagni di viaggio. Quel viaggio iniziato circa vent’anni fa e che si concluderà con 22 anni di carcere».
• Caro ”Corriere della Sera” vedo che i tuoi giornalisti sono vendicativi... Scrivendo al computer, si sa, una ”zeta” in più può sempre scappare. D’altra parte mi rendo conto che se toglievate quella zeta di troppo dalla parola ”spazzi”, non avreste potuto scrivere la scherzosa frase in fondo: «Questa volta non abbiamo toccato una riga. E si vede...» che mi ha fatto molto ridere. Devo dire che siete vendicativi ma simpatici. Una schermaglia questa che, se mi è permesso darvi un consiglio per gli acquisti, sarebbe stata perfetta se aveste riportato la mia lettera non sulla trentatreesima pagina dove il lettore a quel punto è già stanco, ma sull’undicesima relativa al caso Sofri. Mentre così lo scherzo, oltre che a me, l’avete fatto anche ai magnifici tre. Io non so voi cosa ne pensate, ma credo che non si possa rimanere in silenzio di fronte a un caso di giustizia così assurdo. Direi che questa sentenza di condanna non ha nulla da invidiare a quella delle Maldive inflitta ai due italiani, i quali han preso l’ergastolo per quattro grammi di marijuana. E allora quando si tratta di difendere una causa giusta, se anche voi la ritenete giusta, la protesta va urlata nelle prime pagine. Insomma non oltre l’undicesima, altrimenti si diventa sordi... Trovandoci di fronte a un caso che non ha precedenti nella storia, penso che dovreste riflettere sulla mia insistenza di re... E prendermi in considerazione. Adriano Celentano
• Celentano ha un’ idea tutta personale della punteggiatura. Solo che non è Joyce. E nemmeno il sublime Totò che ”abbonda” in punti, punti e virgola e due punti dettando la famosa lettera di Totò, Peppino e la... malafemmina. Spedendo al ”Corriere della Sera” il suo ”intervento” sul caso Sofri, pubblicato domenica, il molleggiato non poteva immaginare che un redattore avrebbe non solo tagliato un paragrafo del peraltro condivisibile scritto, ma anche sistemato la fantasiosa punteggiatura. Risultato: una risentita lettera, pubblicata ieri nella pagina delle ”Opinioni”, nella quale Celentano si lamenta del trattamento ricevuto, avanzando una bizzarra teoria giornalistica. State a sentire: «Se io scrivo un articolo e voi me lo accettate, sono del parere che sarebbe scorretto da parte vostra spostarmi anche una sola virgola, poiché quella virgola, pur se posizionata in modo non corretto, assolve un compito importante, ossia quello di essere identificato (presso coloro che mi leggono) tramite l’eventuale errore». E giù considerazioni varie, più l’ultima parte del pezzo di domenica pubblicata senza tagli, con la punteggiatura originale e svariati errori di battitura.
• Per rispondere a tanta proterva ingenuità è bastato, al ”Corriere”, aggiungere due righe in corsivo in fondo alla lettera, telegrafiche e perfide anzichenò: ”Questa volta non abbiamo toccato una riga. E si vede...”. Caso chiuso? Macché, ieri Celentano ha spedito una nuova lettera, scherzando sull’attitudine vendicativa dei giornalisti e chiedendo per oggi la pubblicazione in un’altra pagina. E infatti dalla 33esima è passato alla 35esima. Celentano è un artista, e agli artisti non si chiede, di solito, di possedere un impeccabile stile di scrittura. Chi fa i giornali sa bene che alcuni degli articoli firmati in prima pagina da registi o cantanti o ballerine sono manualmente stesi al computer da volonterosi ghost writers e poi firmati dagli interessati dopo un colloquio telefonico. Pratica detestabile epperò diffusa. Ma Celentano no. Lui gli articoli li compone - come le canzoni - in concettosa solitudine, salvo poi irritarsi se qualcuno si permette di ridistribuire le virgole secondo quanto consigliato dalla grammatica.
• Si dirà che non è questo il suo più grave peccato di presunzione. Con le pause ”il ragazzo della via Gluck” ha sempre avuto qualche problemuccio, specialmente quando pontifica dai teleschermi della tv pubblica mischiando cause apprezzabili e tornaconti personali (grida ancora vendetta lo ”spottone” nel quale si esibì a dicembre, grazie alla benevolenza di Raiuno, la sera di Bambi. E il bello è che sta per tornare, tra Ambra e Mara Venier, con tutti gli onori). Ma non per questo è ”il re degli ignoranti”, come si definisce. Semmai è un furbacchione che dice cose anche ragionevoli in maniera irritante. E nessuno glielo fa notare. C’è da sperare che la piccola querelle con ”il Corriere” gli serva da lezione. D’ora in poi non sarebbe male se anche alla Rai qualcuno, invece di pendere dalle sue labbra, gli suggerisse qualche ritocco alla punteggiatura. Non sarebbe censura.
• Caro Adriano, come vedi, merito dei tuoi ringraziamenti sul ”Foglio” che ho gradito molto, mi hanno promosso di ”pagina”. Ieri, ero alla trentacinquesima. Dove siamo ora, vedo ancora un po’ di luce, le lettere sono leggibili e c’è gente che ci ascolta. Il momento è opportuno quindi, prima che mi risbattano nella zona ”sorda”, per gridare al Capo dello Stato (anche se credo che lui ci abbia già pensato) che alle soglie del 2000 la gente si aspetta un suo intervento sul caso Sofri.
• Come ripeto sono convinto che tu e i tuoi compagni siate innocenti. Ma indipendentemente da questo penso che l’era dei computer non sopporti un simile urto da parte di una ”giustizia” che per l’occasione, di giusto, pare esserle rimasto solo il nome. Ha un bel dire l’’Osservatore Romano” nel criticare il «frastuono mediatico» attorno a questa vicenda. Il frastuono, caro ”Romano”, corrisponde perfettamente all’incomprensione generale suscitata da questa sentenza assurda. Io non metterò le virgole nel posto giusto ma il risultato di tutta questa storia è così semplice che anche quelli meno ignoranti di me non la capiscono... a volte le cose troppo semplici sono incomprensibili: Marino afferma con precisione che «Sofri è il mandante dell’omicidio». Sofri, dal canto suo, afferma con altrettanta precisione che «non è vero». Basta. Queste sono le uniche due cose sulle quali si basa la sentenza. Come se non bastasse poi, uno dei giudici che li ha condannati sarebbe favorevole alla grazia. Me lo vuoi dire, tu che sei così ”Romano” e quasi niente ”Osservatore”, come si fa a non fare frastuono? Ci vorrebbe l’astuzia di re Salomone per capire chi dei due dice la verità. Ma re Salomone non c’è... E il presidente della Republica fa quello che può... probabilmente concede la grazia perché anche lui, come noi non ha capito... E forse anche perché lo vogliono i famigliari della vittima e ... Marino.
• Senta Anselmi, scusi se le do del lei, ho letto il suo articolo dove io scivolo; e fra le tante cose che non vanno, ce ne una invece che neanche quella va. Però credo d’aver capito il motivo: ogni tanto mi capita di rivedere qualche videocassetta dove dico alcune cose di cui non tutti possono essere d’accordo. Bè, devo confessarle che in alcuni passaggi non mi sono affatto simpatico, e anch’io come lei, mi trovo arrogante. Darei una cifra perché qualche passaggio non fosse mai avvenuto. Sono del parere che a volte non basta dire le cose giuste, bisogna dirle anche nel modo, giusto. Altrimenti quello che dici è sbagliato anche se è giusto. Ecco perché dopo lei si arrabbia con me e mi dice tutte quelle stronzate, come quella sui tornaconti e lo spottone di Bambi.
• Però adesso che è più calmo vorrei spiegarle che da quando la Rai ha fatto quel blitz a casa mia strappandomi dalle grinfie di Mediaset, è una continuazione a chiedermi di partecipare a questo o a quel programma, e la mia risposta è sempre no. Mi hanno pregato in ginocchio perché io presentassi con una canzone, oltre tutto anche quella scelta da loro, il film Bambi. Alla fine ho detto di si solo per amore verso Bambi. Quindi ho inventato una storia coi bambini e ho girato il video senza alcun interesse discografico, poiché la canzone che promuoveva il mio ultimo disco era un’altra. E comunque anche se ci fosse stato questo interesse, eravate talmente accaniti a rovistare nel sacco dei veleni, lei e Grasso, che vi è sfuggito un piccolissimo particolare: quello ”spottone”, come voi lo chiamate, ha messo in fila 13 milioni di persone. Era su questo che bisognava riflettere...
• Comunque mi piace il suo modo di scrivere, e devo dire che in un certo senso la invidio un po’. Quello che non capisco è perché lei non voglia accettare il fatto che io non voglio essere corretto quando scrivo un articolo. Non lo faccio per cattiveria, voglio solo che la gente mi accetti per quello che sono e non per quello che vorrebbero gli altri. Tuttavia sono d’accordo con lei quando dice che la mia punteggiatura è un po’ fantasiosa, so cosa vuol dire... effettivamente, se devo essere sincero, non ho ancora le idee ben chiare dove va messa sta cacchio di virgola. E questa è una cosa che ho notato proprio rileggendo il suo articolo, dove invece le virgole sono tutte giuste. Sa qual’è la frase del suo articolo che mi è piaciuta di più? Quando dice: «d’ora in poi non sarebbe male se anche alla Rai qualcuno, invece di pendere dalle sue labbra, gli suggerisse qualche ritocco alla punteggiatura».
• La spiritosa lettera di Celentano è stata pubblicata senza toccare neanche una virgola. A voler essere cattivelli, potremmo aggiungere anche noi, come i colleghi del ”Corriere della Sera”, che si vede... Ma forse è tempo di far pace e di gridare: «La punteggiatura è un’opinione!». A patto che il ”molleggiato” smetta di credere che chi non la pensa come lui dice stronzate».