Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 26 aprile 2003
Infinita varietà. Vita e leggenda della Marchesa Casati
• Luisa Amman. Nata il 23 gennaio 1881 a Milano dal conte e dalla contessa Amman, rimase orfana di entrambi i genitori nel 1896. Il 22 giugno 1900 sposò il marchese Camillo Casati.
• Ariel e Coré. Nel 1903, durante una battuta di caccia, la Marchesa Casati conobbe Gabriele D’Annunzio, di diciotto anni più grande. Da allora non smisero mai di amarsi, anche se non in modo esclusivo. Lui la chiamava Coré, versione addolcita di Koré, nome greco della dea Persefone, divenuta Regina degli Inferi dopo il rapimento da parte di Ade; lei lo soprannominava Ariel, lo spirito protagonista della Tempesta di Shakespeare.
• Ghepardi. Tra le abitudini della Marchesa, le passeggiate notturne in piazza San Marco, nuda, avvolta da un mantello di pelliccia, con due ghepardi dal collare ingioiellato al guinzaglio.
• Trucco. Ogni giorno la Marchesa si truccava con ciprie chiarissime per rendere il colorito accecante, si cerchiava gli occhi, verdi, già grandi, col bistro, scuriva le palpebre con inchiostro di china o incollando strisce di velluto nero, e applicava ciglia lunghe sei centimetri. Per dilatare le pupille usava come collirio gocce di belladonna. Colore di capelli e labbra: rosso vermiglio.
• Ospiti. In una delle innumerevoli serate organizzate dalla Casati nel palazzo veneziano, tra gli ospiti il ballerino russo Nijinsky, che si esibì in una danza. Poco soddisfatto, D’Annunzio pretendeva che continuasse: "Avanti, ballatemi qualcosa!". Al che Nijinsky: "E voi perché non mi scrivete qualcosa?".
• Piccioni. Nelle feste della marchesa, un servitore aveva il compito esclusivo di porgere ininterrottamente i semi ad uno dei piccioni bianchi, in modo che restasse appollaiato al suo posto, di profilo sul davanzale d’una finestra affacciata sul canale.
• Maschere. Le feste in maschera della Marchesa Casati in piazza San Marco, autorizzate dal governo per organizzarvi incontri segreti fra ambasciatori e alti funzionari.
• Foto. Immortalata nel 1912 dal fotografo Adolph de Meyer, diede una copia del ritratto a D’Annunzio, che la tenne incorniciata sul comodino accanto al letto fino alla morte con su scritto: "La carne non è se non uno spirito promesso alla morte".
• Mise. Tra i suoi abiti, uno in piume di airone che via via si spargevano intorno lasciandola nuda a fine serata. Talvolta si attaccava corna dorate in testa o infilava parrucche con serpenti attorcigliati.
• Statue. La statua di cera commissionata dalla marchesa a sua immagine e somiglianza, realizzata da un calco di gesso del corpo nudo e impreziosita dai suoi capelli. Alle feste la esibiva coi suoi stessi vestiti, e le riservava un posto a tavola. La sera in cui un ospite s’innervosì perché, seduto a tavola tra la marchesa, immobile per tutta la cena, e il suo doppio, non era riuscito a capire quale fosse la statua.
• Sadismo. Dopo gli incontri con D’Annunzio la Marchesa non nascondeva i lividi che le lasciava il poeta. Una sera, anziché gioielli, esibì sul collo i segni neri e blu dei denti del suo amante, un’altra volta le labbra tumefatte per i morsi (D’Annunzio la chiamava anche ”la divina marchesa”, alludendo al marchese di Sade).
• Pomi. Quando la Casati svitava il pomo del suo bastone e si versava da questo un bicchiere di assenzio.
• Cocaina. Le feste a Capri, dove la cocaina si scioglieva nello champagne o si spargeva sui tramezzini.
• Torcia. Durante il soggiorno a Capri accendeva una torcia sul balcone ogni volta che i suoi incontri erotici con D’Annunzio andavano a buon fine, pretendendo che l’amico, barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, facesse lo stesso dopo aver goduto dei suoi amanti.
• Età. Per ringiovanirsi contraffaceva il passaporto cambiando la data di nascita e sostituiva la fotografia con la riproduzione d’uno dei suoi innumerevoli ritratti a olio.
• Peli. Appassionata di occultismo, nella sua biblioteca alcuni libri di magia rilegati in pelle umana su cui diceva che crescessero ancora i peli.
• Guardia. La pantera ”Toto”, fatta sopprimere dalla Marchesa dopo che aveva sbranato due persone e, per tenere lontani i ladri, imbalsamata con dentro un congegno meccanico che ne muoveva occhi, testa e coda emettendo un ringhio feroce.
• Boa. Pezzo forte della sua collezione di serpenti, il boa constrictor, chiamato Anaxagarus, da cui non si separò mai. Quando il rettile morì di polmonite, la Marchesa lo fece imbalsamare e lo mise in mostra in una teca di cristallo intorno a un grosso tronco.
• Scambi. "Se vedeva qualcosa che le piaceva, qualsiasi cosa, doveva averla. Per cui, se voleva una cosa che avevi tu, si toglieva uno dei suoi gioielli e te lo dava, anche se quello che prendeva in cambio non valeva niente" (Lady Moorea Black, nipote della Marchesa).
• Tè. Dopo aver dilapidato tutta la sua ricchezza si trasferì a Londra, dove diventò famosa perché approfittava dell’ospitalità altrui. Lo scenografo Oliver Messel avvertì l’amico Carl Toms, che la voleva conoscere: "Hugh Skillen l’ha invitata per un tè e lei è rimasta lì tre giorni".
• Epitaffi. Morta di emorragia cerebrale il primo giugno 1957, fu sepolta con ciglia finte, abito nero di velluto e pelle di leopardo, assieme a uno dei suoi cagnetti imbalsamati. L’epitaffio sulla lapide scelto dalla nipote: "L’età non può appassirla/, né l’abitudine rendere insipida/la sua varietà infinita" (dalla descrizione di Cleopatra, in Shakespeare, Antonio e Cleopatra).