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 2003  marzo 10 Lunedì calendario

Una «guerra totale» sconvolge la grande finanza del Nord

• Una «guerra totale» sconvolge la grande finanza del Nord. Il 28 febbraio Unicredito ha annunciato di aver acquistato una partecipazione superiore al 2 per cento delle Generali, per un valore di almeno 600 milioni di euro. Il primo marzo le Generali hanno annunciato di avere il 2 per cento di Unicredito. Il Testo unico della finanza, la legge Draghi, regola le contese allorché si verificano, come in questo caso, partecipazioni incrociate superiori al 2 per cento: chi ha realizzato l’affondo per primo può incrementare ulteriormente la sua quota, congelando quella dell’avversario (che perde il diritto di voto sulla quota oltre il 2 per cento ed è costretto a venderla entro un anno), in questo caso ha vinto Unicredito che ha portato a termine l’operazione sei giorni prima delle Generali (20-26 febbraio). [1] Guglielmo Ragozzino sul ”manifesto”: «Se non avessimo altro da fare, quello sulle Assicurazioni generali sarebbe uno scontro finanziario tale da riempire tutte le nostre serate, come la decima o l’undicesima serie della Piovra».
• Unicredito è una «perla rara fra le grandi società italiane»: «Ha costantemente creato valore per i propri azionisti, e lo dimostrano i multipli di Borsa (rispetto al patrimonio, vale il doppio delle altre maggiori banche italiane)» (Alessandro Penati). Amministratore delegato di Unicredito è Alessandro Profumo, politicamente vicino al centrosinistra. Di lui si dice che ha «conquistato sul campo i galloni di miglior banchiere italiano», che «non ha mai sbagliato una mossa» (Flavia Podestà). Per qualcuno è «il più europeo dei banchieri italiani, perché abituato a occuparsi di efficienza e bilanci più che di intrighi di palazzo» (Federico Rampini).
• Profumo «è uno che fino a ora è stato ben attento a non farsi coinvolgere troppo in questioni di potere. Come mai questa volta, invece, si è buttato in avanti all’arma bianca? Perché, spiegano i suoi amici, ormai siamo all’emergenza. Tanto Mediobanca che le Generali sono di fatto nelle mani dei soci francesi di Maranghi e questo blocco di potere ostacola il libero svolgersi del mercato. Da qui la decisione di uscire con la baionetta in mano per tentare di capovolgere la storia e riportare Generali e Mediobanca (o, almeno, Generali) in mani italiane» (Giuseppe Turani).
• Mediobanca è governata da un patto di sindacato «che paralizza le dinamiche di governance e ingessa la partecipazione di due delle maggiori banche italiane (Banca di Roma e Unicredito) che complessivamente detengono quasi il 19 per cento del capitale della banca fondata da Enrico Cuccia. Di fatto Mediobanca è un feudo privato di Maranghi, che in più occasioni si è scontrato (vincendo) con i suoi azionisti maggiori. E’ successo per la nomina dell’ultimo presidente delle Generali, ma anche in occasione della cessione di una quota della Ferrari. Vista l’impossibilità in questa fase di modificare i rapporti di forza all’interno di Mediobanca, le grandi banche italiane sembrano aver scelto una via indiretta per sottrarre potere a Maranghi: acquisire il controllo delle Generali» (Galapagos).
• Vincenzo Maranghi, amministratore delegato di Mediobanca, è «abituato a comandare senza curarsi molto degli azionisti»: per lui «la difesa di Generali (che oggi è di fatto governata da Mediobanca) è vitale. In pratica, il suo potere nell’istituto di piazzetta Cuccia deriva dal fatto che controlla appunto il gioiello della corona, le Generali. E la sua sarà una difesa totale, nella quale farà ricorso a tutte le astuzie della finanze e anche a tutti i trucchi. Quanto sia forte la sua trincea non si sa con precisione. Mediobanca, ufficialmente, ha il 13,6 per cento delle Generali. Ma si dice che gli alleati francesi di Maranghi, Bolloré e Bernheim (presidente della compagnia triestina), abbiano a loro volta nei mesi scorsi rastrellato azioni con un certo entusiasmo. Oggi, in conclusione, si dice che abbiano in mano, fra i francesi e Mediobanca, più del 20 per cento» (Turani).
• Il fronte anti-Maranghi comprende anche Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, finanziere cattolico, amico di Romano Prodi che nel 2001 fu ad un passo dalla candidatura ulivista per la premiership [9] e gode dell’appoggio «non esplicito, ma non per questo meno evidente, del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Un appoggio che conta, sotto un doppio profilo: istituzionale, ma anche pratico. Bankitalia infatti ha il 4,74 per cento di Generali ed ha già dimostrato più volte di non voler essere socio ”dormiente” e di gradire poco le politiche di Mediobanca» (Vittoria Puledda).
• Le Generali sono una delle prime tre compagnie assicurative d’Europa, «e certamente la struttura finanziaria più importante che ci sia in Italia» (Turani). [7] « buffo pensare alla società Assicurazioni generali come a una damigella in pericolo. Se non altro perché è nata nel 1831, a Trieste, allora unico porto dell’impero di Austria e Ungheria. E da allora ne ha viste tante [...] La società, tradizionalmente, non ha mai avuto padroni, ma sempre amministratori forti, intorno ai quali crescevano e si articolavano generazioni di borghesie imprenditoriali e professionali. Ogni tentativo di scalata o di controllo è sempre stato sconfitto, sia per l’enormità dell’esborso necessario, sia per l’astuta difesa che generazioni di amministratori hanno saputo mettere in atto» (Ragozzino).
• La compagnia triestina è l’unica vera multinazionale di casa nostra «ma non certo il gioiello che molti commentatori descrivono. Da anni perde quote di mercato; né l’acquisizione dell’Ina, suo maggiore concorrente in Italia nel ramo vita, l’ha resa più competitiva. Essendosi mossa con grande ritardo, rimane un nano nel risparmio gestito. E la redditività sul capitale (7 per cento nel 2002) è ben al di sotto della media europea di settore (12,5 per cento). Se il vero obiettivo fosse l’eventuale controllo della compagnia assicurativa, Unicredito meglio farebbe a pensarci due volte. Anche ai prezzi odierni, Generali è terribilmente sopravvalutata» (Penati).
• Un disegno politico? Secondo ”Panorama” la manovra sulle Generali è in realtà «un tentativo molto serio di togliere a Berlusconi un forte e prestigioso alleato finanziario come la Mediobanca di Vincenzo Maranghi» per poi «occupare la stessa postazione con una cordata di banche e Fondazioni ostili al centro-destra e, in previsione di una condanna del premier in primavera, preparare per l’estate il crollo e la sostituzione dell’attuale esecutivo [...] Il governatore della Banca d’Italia è convinto di poter giocare le sue carte nell’eventuale corsa alla successione di Berlusconi».
• Le Generali, fulcro del potere di Mediobanca, sono una public company «dall’azionariato diffuso tra una miriade di piccoli risparmiatori italiani e fondi d’investimento stranieri. Ma Mediobanca, pur avendo con i suoi alleati solo il 13 per cento del capitale della compagnia assicurativa, da anni nomina e licenzia i suoi presidenti come fossero maggiordomi. Se le Generali perdono colpi, se i loro conti vanno male i piccoli azionisti non sanno neppure con chi prendersela, visto che il top management è fatto di uomini di paglia, eterodiretti da Piazzetta Cuccia» (Rampini).
• Lo stile Mediobanca. «Il potere di controllo nelle aziende era un fatto di cognomi, di affiliazioni e ubbidienze, di appartenenza a un clan. Perciò nel sistema Mediobanca i ”soliti noti” comandavano senza mai rischiare in proprio né investire ricchezza vera nelle aziende. Per proteggere le dinastie del capitalismo familiare si sono costruite architetture finanziarie barocche, senza equivalenti nel mondo sviluppato: scatole cinesi, piramidi societarie, strutture ”a cascata”. Gli azionisti minori ne uscivano sempre rapinati, la Borsa vilipesa e trattata come una bisca» (Rampini).
• Il capitalismo globale ha tanti difetti ma almeno sul lungo periodo seleziona i più forti: «Non tollera che le aziende siano gestite secondo principi pre-moderni, logiche di puro potere, disprezzo delle regole e prevaricazione. Nell’Italietta protezionista, Mediobanca era la regina di tutti gli intrighi finanziari, faceva e disfaceva le gerarchie del potere economico. Nel mercato unico europeo e nella competizione globale la sua influenza era destinata al declino» (Rampini).
• Capisaldi. Enrico Letta, ex ministro dell’Industria e responsabile economico della Margherita: «Essere a favore dell’Europa non vuol dire rinunciare alla difesa dei capisaldi dell’industria o della finanza. Soprattutto in un momento come questo. La situazione economica è in progressivo deterioramento. I grandi gruppi industriali italiani hanno ridotto la loro presenza sul mercato internazionale - e la crisi della Fiat ha accentuato il processo - e nel contempo non ne crescono di nuovi. In questa fase non possiamo rinunciare a un gruppo importante come le Generali».
• Comprare una società per comprare un Paese? Rocco Buttiglione, ministro per le Politiche comunitarie: «Se il sistema bancario e assicurativo italiano dovessero rispondere a logiche pensate a Parigi, che il suo mercato interno lo regolamenta con una certa disciplina, dovremmo chiederci se l’Italia in Europa conta ancora qualcosa. [...] Perché tutto il meccanismo messo in piedi fa sì che chi si compra una società chiave del suo scacchiere, si compra tutto il Paese. E che finiscano all’estero le decisioni strategiche. Perché uno straniero dovrebbe investire, fare ricerca e creare occupazione in Italia? Perché dovrebbe, ad esempio, scegliere di finanziare o essere azionista della Fiat piuttosto che di Renault o Peugeot?».
• L’effetto tricolore. «L’assalto di Profumo alle Generali è un messaggio lanciato al mercato: questa è l’occasione per liberarsi di Maranghi e per riportare la finanza italiana a uno stato di normalità. Chi vuole schierarsi al nostro fianco in questa battaglia, sappia che questo è esattamente il momento di muoversi. Per la verità, se quel migliaio di Fondi di investimento che ingombra l’Italia con uno stuolo di promotori e di consulenti avesse un cuore e una testa, la battaglia potrebbe finire in due giorni. Loro hanno i mezzi per contrastare Maranghi e i pirati francesi. E lo stesso si può dire di tantissimi settori dell’imprenditoria lombarda e padana, a cui certo non mancano i mezzi e che dovrebbero essere interessati a avere un mercato più trasparente e con protagonisti meno ingombranti di Mediobanca e di Maranghi. In questo caso le sorti dello scontro sarebbero decise in poche ore. In sostanza questa battaglia è anche una specie di test: se ci sono, e ci sono, forze che vogliono un mercato finanziario moderno, allora Profumo ha già vinto» (Turani).
• Un’improvvisa allergia. Il timore della comparsa di qualche azionista estero nel capitale delle Generali è un elemento anomalo in Profumo: «Oggi dice di temere sbarchi esteri a Trieste, ma poco più di due anni fa, se non fosse stato bloccato dal governatore Fazio, sarebbe andato senza timore all’abbraccio con il Bilbao, nonostante l’aggressività dei banchieri spagnoli» (Podestà).
• Generali in mani francesi? Bene. Napoleone Colajanni: «Hanno tutto da guadagnarci a uscire dallo stagno del capitalismo italiano. E poi la finanza d’Oltralpe è oggi la più dinamica d’Europa [...] Che senso ha inalberare l’identità nazionale? Unicredito e il Governatore non ricordano che a fondare l’industria italiana è stata una banca tedesca, la Comit, a cui Giolitti mise come cane da guardia in Bankitalia il geniale Bonaldo Stringher? No no, il punto vero è un altro. La finanza non ha a che fare con la Patria, bensì con il mercato e l’intelligenza, i progetti».
• L’esempio Fiat. Colajanni: «Non c’è alcun piano vero. Gli istituti di credito vogliono indietro i soldi e basta. Nessuna idea, nessuno scatto progettuale. Bene, in questo vuoto, l’Unicredito e la Capitalia di Cesare Geronzi, con il sostegno di Antonio Fazio, hanno un obiettivo che nulla a che vedere con questioni di nazionalità. Vogliono semplicemente conquistare Mediobanca e risolvere una volta per tutte il problema, separando funzioni e partecipazioni, con un riassetto complessivo che elimini quelli che oggi tatticamente vengono definiti conflitti d’interessi».
• Sul mercato comanda chi mette i soldi e compra le azioni. Colajanni: «Siano benvenuti assetti nuovi e francesi, lontani dal vuoto italiano e dalle pretese di un Governatore che vuole fare, anche attraverso l’esercizio delle esternazioni e della moral suasion, politica economica senza averne il titolo e senza rispondere a nessuno. Meglio i francesi. [...] Qual è stato il contributo delle Generali al Paese? Secondo me Trieste ha svolto più un ruolo di guardaspalle di Cuccia che di motore di sviluppo per l’Italia. Axa in Francia e Allianz in Germania hanno fatto molto, molto di più».
• Il futuro delle banche italiane. «Tra banche e assicurazioni, se una dovesse detenere quote azionarie dell’altra (non è ovvio che ciò debba accadere, ma consideriamo il caso che decidano di farlo), sono le compagnie di assicurazione che dovrebbero essere investitori di lungo termine nelle banche, non viceversa, in considerazione delle diverse caratteristiche delle passività di banche e assicurazioni: liquide e a breve scadenza quelle delle banche, più stabili quelle delle compagnie di assicurazione. Ma fintantoché la Banca d’Italia, che pure dovrebbe occuparsi di concorrenza, impedirà che nella finanza italiana non vi sia un po’ di mercato vero, cioè un po’ di stranieri, e le banche risponderanno alle fondazioni, attendersi che queste siano le considerazioni che le guidano [...] è evidentemente troppo» (Francesco Giavazzi).
• Maranghi andrà via, ma Tremonti vuole che abbia l’onore delle armi. «La battaglia delle Generali non potrà risolversi con l’apparente schiacciante vittoria di Fazio, delle fondazioni e di Alessandro Profumo. Già, ma come fare? Forse coinvolgendo nell’affare altre banche, come il Monte dei Paschi di Siena che ha detto di essere pronta ad andare al 2 per cento. Oppure con un rimescolamento di carte nell’azionariato della stessa Mediobanca. Un’operazione che potrebbe anche servire a trovare nuovi equilibri fra gli azionisti ”privati”, come Salvatore Ligresti e Carlo Pesenti, e le banche. Perché in ballo, nella testa del ministro dell’Economia, c’è anche il ruolo futuro di Mediobanca. Tremonti è convinto che dovrà tornare a essere quella che era all’inizio di tutta la storia, con Enrico Cuccia al timone. Una banca d’affari con il compito di sostenere l’industria. Soprattutto nei momenti di crisi. Perché di crisi ce ne saranno ancora. Il governo se le aspetta. ”E altro che Fiat”, sospirano al Tesoro» (Sergio Rizzo).