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 2002  novembre 18 Lunedì calendario

Nelle 205 carceri italiane sono detenute oltre 56

• Nelle 205 carceri italiane sono detenute oltre 56.000 persone. Le strutture penitenziarie sarebbero in grado di accoglierne 41.000, anche se i tecnici parlano di un «limite tollerabile» intorno a 59.000. [1] Quattro regioni sfondano anche il ”limite tollerabile”: Campania (16 carceri), Toscana (19), Veneto (10) e Molise (3).
• La popolazione carceraria italiana era stata più numerosa solo nei primi anni del secondo dopoguerra. Nel 1945 i detenuti erano 74.000. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta ci fu una riduzione fino a 40.000. Negli anni Ottanta il trend si inverte, negli ultimi anni la situazione precipita: 49.010 detenuti a gennaio 1999, 50.856 a giugno 1999, 51.862 a gennaio 2000, 53.537 a giugno 2000, 53.798 a gennaio 2001, 55.393 a giugno 2001, 55.751 a gennaio di quest’anno, 56.002 a giugno.
• La popolazione carceraria mondiale ha quasi raggiunto i nove milioni. Percentuale record negli Stati Uniti, dove ogni 100.000 abitanti, 700 stanno in galera. Spinto da un’opinione pubblica sempre più allarmata, e perciò sempre più intransigente, questo popolo cresce a dismisura: ogni settimana in America ci sono 1.500 reclusi in più; in Spagna la popolazione carceraria è aumentata del 50 per cento tra il 1990 e il 2002; in Italia i detenuti sono cresciuti di 17.000 unità in meno di vent’anni. Quanto ai carcerati senza sentenza passata in giudicato, in Europa solo il Lussemburgo è peggio di noi: «Ma lì i ”presunti innocenti” sono 200 su 400 detenuti, non 25.000» (Michele Ainis).
• L’edilizia penitenziaria non ha mai fatto tanti affari. A partire dal 1987 la Francia, su iniziativa del guardasigilli Chalandon, ha realizzato un programma per dotarsi di 13 mila nuovi posti; tra il 1985 e il 1992 il Regno Unito aveva già costruito 12 penitenziari, mentre altri 9 erano in cantiere; negli Stati Uniti i fondi stanziati per le carceri sono cresciuti del 612 per cento dal 1979 al 1990, nel 1994 il Congresso ha stanziato quasi otto miliardi di dollari per fronteggiare l’emergenza; dalla metà degli Anni Novanta in poi, lo Stato della California spende più in istituti penali che in istruzione pubblica. In Italia una legge del 2000 (la n. 388) prevede la costruzione di 22 nuove carceri. Il bilancio dell’amministrazione penitenziaria ha superato due anni fa i 4.000 miliardi di lire (160 destinati all’edilizia).
• Le carceri non sono mai abbastanza. Negli Stati Uniti, l’eccedenza fra detenuti e posti letto ha raggiunto alla fine del 2000 il 31 per cento. In Francia, due anni fa, una commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale ha elencato migliaia di casi in cui 6 detenuti vivono in celle per 2 persone, con un unico water. Non va meglio in Italia: a Rebibbia Nuovo Complesso (maschile), nel 2000 erano rinchiusi 1.600 individui per una capienza di 900; a Secondigliano 1.347 invece di 732; a Poggioreale era stipata una popolazione doppia rispetto alla capienza: quattro o cinque detenuti per cella (turni anche per ”passeggiare”) e letti a castello fino a tre livelli, col più alto che rade il soffitto. «Il sovraffollamento genera violenza, verso gli altri non meno che verso sé medesimi» (Ainis).
• Durante il 1999, nelle carceri italiane si sono registrati 6.536 casi di autolesionismo: 920 tentativi di suicidio (e 59 morti); 1.800 ferimenti; 5.500 scioperi della fame; 4.800 episodi di rifiuto di farmaci e terapie. Nel 2001 il tasso di suicidio nelle galere nazionali ha toccato l’1,24 per mille: «Rapportato al tasso di suicidi nella popolazione italiana, vuol dire che in carcere ci s’ammazza quindici volte più che fuori» (Ainis).
• Ventotto-trenta mesi, poi nelle nostre carceri sarà il caos. L’ammissione è arrivata martedì dal ministro della Giustizia Roberto Castelli, in visita al nuovo carcere Barcaglione d’Ancona (ancora chiuso). La soluzione, ha spiegato, va trovata prima di tutto «agendo sulle infrastrutture» e solo in seconda battuta con «interventi normativi», ribadendo con ciò la sua contrarietà ad amnistia o indulto «che sono comunque di stretta competenza del Parlamento».
• Una riduzione di pena di tre anni libererebbe circa 15.000 detenuti, la cifra del sovraffollamento. Questo propongono Sergio Cusani e l’ex terrorista Sergio Segio, che in due hanno scontato 25 anni di galera (5 il primo, 20 il secondo): «Una misura da affiancare ad iniziative utili al reinserimento e recupero dei detenuti», spiegano rilanciando il «piano Marshall per le carceri che lanciammo nell’occasione persa del Giubileo».
• L’appello di Ciampi. Il 24 ottobre, durante una visita al supercarcere di Spoleto, il presidente della Repubblica ha riaperto il dibattito sull’indulto: «Il sovraffollamento è l’ostacolo principale alla messa in opera di trattamenti di riabilitazione che siano efficaci» ha detto, aggiungendo che «un trattamento penitenziario appropriato ha bisogno di strutture, di spazi, di personale. Condizioni di cui non si dispone in modo sufficiente». Dopo aver indicato le soluzioni (nuovi edifici, più risorse per la formazione del personale, altre opportunità per garantire ai detenuti la possibilità di lavorare e studiare), Ciampi ha concluso che «bisogna operare per risolvere lo squilibrio che esiste fra popolazione carceraria e spazi disponibili».
• L’appello del Papa. Giovedì, durante la storica visita a Montecitorio, Karol Wojtyla ha invocato un segno di clemenza verso i detenuti, mediante una riduzione della pena che «costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità» in vista del recupero dei condannati. «Ovazione bipartisan dei fautori dell’indulto, gelo di Fini, Bossi e Castelli, applauso convinto di Pisanu» (Marco Politi). «Quando il Papa parla di ”riduzione della pena”, Berlusconi alza la testa, il ministro Castelli la tiene bassa, Fini la dondola un po’» (Claudia Fusani). «Il Papa ha dato il ”la”, la melodia deve ancora arrivare» (don Vittorio Trani, cappellano di Regina Coeli)
• Fini ha cominciato a scalpitare che il discorso del Papa si era chiuso da un’ora. «S’è immaginato, il vicepresidente del Consiglio, il tormentone delle prossime settimane. La maggioranza che si lacera con An e Lega da una parte, Forza Italia e Berlusconi dall’altra. I primi ostinati a dire no a norme svuota-carceri, i secondi a spingere perché si faccia di tutto, pure l’amnistia» (Liana Milella).
• Indulto, patteggiamento allargato e saldi di fine stagione. Il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano (parlando solo da dirigente di Alleanza nazionale): «L’indulto viene motivato con la necessità di deflazionare la popolazione carceraria. Se ne è già parlato due anni fa, in occasione del Giubileo: il condono, di questo si tratta, servirebbe a poco, a scarcerare alcune migliaia di detenuti. Nel giro di pochi mesi, però, ci ritroveremmo punto e daccapo, le carceri sarebbero di nuovo stracolme. Il condono è ancora più inaccettabile in un sistema in cui la recidiva di fatto non ha alcun peso perché normalmente o non se ne tiene conto o viene eliminata con le attenuanti generiche. Per pene da scontare non superiori ai tre anni, poi, scatta la sospensione automatica in virtù della legge Gozzini-Simeone [...] Il Parlamento sta per varare la riforma del patteggiamento allargato che eleva il limite massimo di pena per patteggiare dagli attuali due a cinque anni. Provo a fare un calcolo elementare con un caso di strada: Tizio viene ritenuto responsabile di tentato omicidio, un reato gravissimo che potrebbe essere punito con una pena di dieci anni di reclusione. Con le attenuanti generiche da dieci anni di reclusione si scende a sette e mezzo. Togliamo un terzo di pena per il patteggiamento allargato e arriviamo a cinque anni. Se passa l’indulto, Tizio deve scontare soltanto tre anni, anzi neppure un giorno perché subentrano i benefici della Gozzini-Simeone [...] Sarei d’accordo solo a una condizione e cioè che vi fosse una maggioranza disponibile a rimettere in discussione il patteggiamento allargato, il giudizio abbreviato, il non utilizzo della recidiva. Non vedo perché dovrei contribuire a questi saldi di fine stagione».
• Il no dei magistrati. Armando Spataro, ex membro del Csm, nuovo segretario del Movimento per la Giustizia: «Sono contrario, come la gran parte della magistratura, a provvedimenti di indulto o di amnistia. Vanificano il principio della certezza della pena e anni di lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura [...] Sono solo palliativi per fronteggiare insufficienze dell’apparato amministrativo che invece derivano molto spesso da un modo di legiferare confuso e privo di prospettive generali». Giuseppe Di Federico, consigliere laico del Csm (Cdl): «Il Papa fa il suo mestiere, ma tutti i provvedimenti di clemenza hanno in sè elementi di ingiustizia, cioè non assicurano l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge».
• Anche i due maggiori partiti dell’Ulivo sono divisi. Formalmente «da cavilli giuridici, visto che la Quercia propende per l’indulto mentre la Margherita vorrebbe velocizzare i tempi attraverso l’indultino. In realtà questi distinguo celano i timori delle due forze politiche, soprattutto dei Ds, terrorizzati dall’impatto che avrebbe sull’opinione pubblica di sinistra un compromesso bipartisan con Berlusconi, proprio sulla giustizia» (Francesco Verderami). «Ce la faranno i diessini a resistere all’urto dei girotondi che difficilmente si faranno scappare l’occasione di mettere in relazione l’indulto, o quant’altro con tangentopoli?».
• La Santa Sede non può non avere avuto garanzie» (Stefano Folli). «La richiesta del Papa è stata depositata alle Camere, e con il loro applauso i parlamentari hanno preso più di un formale impegno. Almeno così spiegano autorevoli fonti, secondo cui la segreteria di Stato vaticana ha già ricevuto ”assicurazioni” che il ”segno di clemenza” non cadrà nel vuoto» (Verderami).
• Oggi arriva a Montecitorio la legge Boato (modifica art. 79 della Costituzione), che prevede l’abbassamento da due terzi alla maggioranza assoluta del quorum necessario per approvare sia l’amnistia che l’indulto. Si voterà per il primo dei quattro sì necessari: Alleanza Nazionale, che aveva detto ”sì” in commissione, potrebbe cambiare idea, i Ds, astenuti in commissione, saranno probabilmente contrari, Lega e Margherita diranno senz’altro ”no”.
• La disciplina costituzionale dell’amnistia e dell’indulto. «Se dieci anni fa si introdusse, per le leggi in questa materia, la regola di una maggioranza particolarmente qualificata (due terzi di ciascuna Camera), fu per evitare la vecchia piaga delle ”clemenze a pioggia”. Si vuole ora tornare a far sì che, pure da questo punto di vista, una semplice maggioranza parlamentare - neppure necessariamente rappresentativa della maggioranza reale della popolazione, come può accadere con il sistema elettorale in vigore - riesca ad essere arbitra di garantire l’impunità a chicchessia?» (Mario Chiavario).
• Mercoledì va in Commissione giustizia l’indultino di Pisapia e Buemi: sospensione condizionata della pena per reati puniti fino a cinque anni e commessi entro il 31 dicembre del 2000. Tutti i detenuti si vedrebbero sospendere tre anni di pena e, uscendo dal carcere, sarebbero soggetti a pesanti obblighi (firmare tutti i giorni in commissariato, non uscire dal comune di residenza, stare a casa dal tramonto all’alba). Nel caso in cui commettessero nuovi reati o violassero le prescrizioni tornerebbero in carcere, altrimenti la pena si estinguerebbe in cinque anni. Sotto la proposta Pisapia-Buemi, realizzabile a maggioranza semplice, un’ottantina di firme di tutti i gruppi, compresi parecchi Ds, qualche nazional-alleato e un leghista. Anche i forzisti, favorevoli all’indulto, la valutano positivamente.
• Il dibattito sull’indulto, l’amnistia o qualunque altro provvedimento di clemenza «che dovrebbe svuotare le nostre carceri strapiene, ma potrebbe anche contribuire a chiudere i tanti conti lasciati in sospeso nella Storia italiana, dal terrorismo a tangentopoli, è come un fiume carsico: scorre in superficie, sprofonda di nuovo, per riapparire qualche tempo più tardi. Una volta le amnistie o gli indulti arrivavano a cadenza periodica. Tangentopoli, e il ”giacobinismo” che si è portato dietro, hanno interrotto l’uso di questo strumento fisiologico per evitare l’esplosione delle nostre carceri» (Augusto Minzolini).
• In passato molti avevano dato diversi significati ad atti del genere: «C’è chi li aveva legati al terrorismo, chi alla grande guerra di Tangentopoli. Insomma, l’amnistia o l’indulto dovevano essere per molti il momento di una grande riappacificazione tra i combattenti dei grandi conflitti che hanno fatto la storia degli ultimi dieci, vent’anni della nostra Repubblica. Questa volta, invece, si parla solo di clemenza, delle condizioni inumane a cui sono costretti i detenuti nelle nostre carceri. Insomma, un discorso umanitario sic et simpliciter, che non ha secondi fini. E questo sicuramente potrebbe diminuire il tasso ideologico che in questi ultimi dieci anni ha reso più difficoltose tutte le ipotesi di amnistia o di indulto» (Minzolini).
• Le garanzie costituzionali non valgono per gli ospiti delle patrie galere: l’ha dichiarato la Corte Costituzionale in una sentenza del novembre 2000: «Cittadini di serie B, anzi non-cittadini, in balia d’un potere dispotico e assoluto, sottratto alla livella del diritto. Noi, qua fuori, non ci facciamo caso. Oppure non sappiamo, nessuno ci ha informati: per esempio che in galera ci vanno i poveracci, i disoccupati (il 72,4 per cento della popolazione carceraria italiana al 31 maggio 2001), gli ignoranti (solo lo 0,86 ha una laurea in tasca), gli stranieri (16.330: quasi un terzo del totale)» (Ainis).