Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 19 agosto 2002
Entro i prossimi venti o trenta anni, due terzi della popolazione mondiale, che per allora dovrebbe toccare quota 7 miliardi, potrebbero non avere acqua e cibo a sufficienza
• Entro i prossimi venti o trenta anni, due terzi della popolazione mondiale, che per allora dovrebbe toccare quota 7 miliardi, potrebbero non avere acqua e cibo a sufficienza. Buona parte dei terreni agricoli di oltre cento paesi, tra cui l’Italia, sono a rischio di desertificazione. Secondo il rapporto Onu pubblicato la settimana scorsa, i consumi di energia elettrica, da sempre utilizzati come indicatori dello sviluppo economico, potrebbero raddoppiarsi entro il 2035 e triplicarsi entro il 2055. A causa dell’effetto serra, il livello dei mari si è alzato in media di 10-20 centimetri rispetto al 1900: se si toccassero i 50 centimetri, 92 milioni di persone sarebbero a rischio inondazione; a un metro il numero delle persone in pericolo sale a 118 milioni (secondo alcuni calcoli l’Italia perderebbe una superficie di territorio pari a 4.500 chilometri quadrati, più o meno un quarto di tutto il Lazio).
• Una ”grande nuvola marrone” composta di gas aerosol, particelle industriali finissime, ceneri, fuliggini, sterco di mucca spray, copre estensioni immense dal Pakistan alla Cina, dallo Sri Lanka all’Indonesia e all’Afghanistan. Composta all’80 per cento di sostanze di origine ”umana e industriale”, alta tre chilometri, è stata scoperta, misurata e annunciata da 200 climatologi e fisici ingaggiati dall’Unep (Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente) e avrebbe già ucciso «centinaia di migliaia di persone». Ashesh Mitra, capo del laboratorio nazionale indiano di fisica atmosferica: «Sospettavamo la sua esistenza, ma non le sue dimensioni e la sua mobilità».
• Le due siccità che hanno colpito nel 1999 e nel 2000 il Pakistan e il Nordovest dell’India sarebbero dovute, secondo il rapporto Unep, alla Nuvola asiatica, anche se non si sa se contribuisca al riscaldamento o al raffreddamento della Terra, che effetto abbia sullo strato di ozono, sull’umidità del suolo o sui corsi d’acqua: «Le scoperte iniziali indicano che essa riduce in maniera significativa le radiazioni solari che arrivano alla terra, abbassando così la produttività agricola. Inoltre, intrappola il calore, producendo un surriscaldamento nell’atmosfera più bassa. Inibisce la pioggia in alcune aree, l’aumenta in altre, distribuendo iniquamente il suo carico di piogge acide. La foschia del suo smog è responsabile di centinaia di migliaia di morti premature per malattie del sistema respiratorio» (Francesco Sisci).
• In Asia l’acidità della pioggia è cresciuta in cinque anni del 40 per cento con effetti devastanti su raccolti e foreste. Le piogge monsoniche sono aumentate di intensità, ma diradate di numero, creando un ciclo disastroso di ”inondazioni-siccità”. Il raccolto di riso cinese e indiano potrebbe ridursi quest’anno del 10 per cento, «percentuale terrificante in nazioni dove ogni chicco conta» (Vittorio Zucconi).
• Principali accusate per la nascita e lo sviluppo della Nuvola, le grandi città del subcontinente indiano, Calcutta, New Delhi, Bombay, Karachi, Dhaka, dove la nuova industrializzazione non va troppo per il sottile e ricrea per le strade quel famigerato e fetido ”fumo di Londra” che infestava la capitale britannica nel secolo scorso. Sotto accusa anche la Cina: «Solo qualche anno fa a Pechino rivelavano con sorpresa e spavento che città industriali come Shenyang, grande quanto Roma, erano invisibili dal satellite perché coperte da una coltre di fumo» (Francesco Sisci).
• La Cina «sta procedendo sulla via dello sviluppo, come è successo in Italia negli anni Cinquanta-Sessanta, inquinando tutto. Solo che noi all’epoca eravamo 40 milioni e loro sono un miliardo e 200 milioni...» (Vincenzo Ferrara, direttore della ”Divisione ambiente globale” dell’Enea).
• Industrie sporche. «Probabilmente non era difficilissimo prevedere che il continuo e ormai alluvionale trasferimento di ”industrie sporche” in nazioni dove le norme ecologiche sono ridicole, i salari sono elemosine, i governi e le dittature di sviluppo asiatiche, come quelle realsocialiste di un tempo, sono pronti a qualunque complicità pur di produrre e di attirare gli ”agognati investimenti stranieri”, avrebbero trasferito la coperta sudicia dell’atmosfera dalle nostre periferie deindustrializzate alla grande periferia asiatica e avrebbero prodotto questo ”effetto serra plus”, questa nube bassa, tenace, sordida, in un’atmosfera già strappata dal buco dell’ozono e oggi peggio rattoppata dal copertone tossico» (Vittorio Zucconi). [2] Paul Crutzen, ricercatore al Max-Planck Institute for Chemistry in Germania, premio Nobel per la chimica nel 1995: «Spesso si pensa all’inquinamento dell’aria come a un fenomeno causato dall’industria e dai combustibili fossili (petrolio e carbone). Si ignora però la portata della combustione della vegetazione, bruciata per deforestare e coltivare la terra o per scaldare le abitazioni dei poveri».
• La Nuvola è alimentata anche dagli incendi che servono a procurare nuova terra per le coltivazioni: il fuoco sprigionato dal rogo degli alberi indonesiani ha inquinato un’area vasta 3.200 chilometri da est a ovest, coinvolgendo sei paesi diversi e almeno 70 milioni di persone. Dal 2000 le emissioni asiatiche di diossido di zolfo hanno superato Europa e Nord America messi insieme. Nella regione malesiana di Sarawak l’indice d’inquinamento ha raggiunto 839: fumando 80 sigarette al giorno si arriva a 300.
• La novità «è che lo sviluppo sporco in quelle nazioni si è sposato con l’inquinamento da sottosviluppo, moltiplicato dall’aumento della popolazione in parallelo con l’industrializzazione. Le porcherie microscopiche vomitate dalle fabbriche e dalle fabbrichette si sono alleate con i fumi sprigionati dall’economia tradizionale, dal kerosene adoperato per cucinare all’aperto, dai camini, forni e comignoli alimentati da mattonelle di sterco bovino» (Vittorio Zucconi).
• C’è modo di fermare gli incendi forestali e tutte le altre attività altamente inquinanti che alimentano la nube asiatica senza stroncare l’economia rurale dei Paesi più poveri, né bloccare lo sviluppo dei Paesi emergenti? Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente e negoziatore al tavolo delle varie conferenze internazionali sul clima e lo sviluppo sostenibile: «I cinesi dipendono dal carbone per circa il 67 per cento. Centrali elettriche, industrie e persino piccole caldaie per il riscaldamento vanno a carbone e, ovviamente, contribuiscono alla crescita della nube asiatica. Ma c’è modo e modo di usare il carbone».
• Un capitolo del ”Programma Italo-Cinese” è proprio destinato all’uso più pulito del carbone. Clini: «Consiste nell’esportare attraverso i nostri esperti due tecniche di impiego del carbone, in modo che emetta il minimo di particelle in atmosfera. Una è la tecnologia del ”letto fluido” che consiste nel fare in modo che il carbone, ridotto a particelle finissime, bruci quasi tutto in caldaia. L’altra è quella della ”gassificazione”, ossia della trasformazione del carbone in gas. Ma, oltre a questo, ci proponiamo di suggerire ai cinesi di ridurre una quota dell’energia oggi ottenuta col carbone, passando alle energie rinnovabili».
• Dal 26 agosto al 4 settembre si svolgerà a Johannesburg (Sudafrica) il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile. Sarà il più grande incontro dedicato all’Ambiente da quello di Rio de Janeiro del 1992: attesi 60mila delegati e oltre 100 capi di Stato, tra i quali Tony Blair e Jacques Chirac. [8] «L’opinione pubblica guarda a questi incontri solenni con un misto di scetticismo e di speranza. Sapranno gli Stati superare i loro interessi di oggi e guardare lontano? Sapranno indicare le condizioni di uno sviluppo sostenibile, ridurre povertà, fame e malattie senza rendere intollerabile la vita, senza che l’aria sia più inquinata, l’acqua più settica e la natura più devastata?» (Boris Biancheri).
• Coalizioni. Settantasette Paesi in via di sviluppo adotteranno a Johannesburg una posizione comune; stessa cosa faranno i Paesi membri dell’Ue; altri Paesi cosiddetti avanzati hanno formato un gruppo non ufficiale chiamato ”Juscanz” che include fra l’altro Giappone, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda.
• Gli incontri preparatori che dovevano portare all’approvazione della bozza di dichiarazione da presentare al vertice di Johannesburg sono falliti: l’ha annunciato la settimana scorsa Valli Moosa, ministro sudafricano per l’Ambiente. Il disaccordo riguarda il dibattito su chi debba accollarsi la responsabilità di proteggere l’ambiente e, soprattutto, su chi debba sopportarne i costi. Altro punto di scontro: la definizione dei tempi entro i quali i Paesi poveri dovrebbero passare ad un più massiccio utilizzo delle fonti di energia rinnovabili (per loro viene prima lo sviluppo; poi la difesa dell’ambiente). Accordo unanime invece sull’obiettivo di dimezzare entro 13 anni il numero di abitanti della Terra che non dispongono di acqua potabile.
• Acqua. Klaus Toepfer, direttore dell’Unep, intervenendo la settimana scorsa a Stoccolma per il ”World Water Symposium”, ha detto che entro il 2020 l’uso dell’acqua aumenterà del 40 per cento, quella necessaria per nutrirsi del 17 per cento: «In queste condizioni, senza provvedere a rendere l’acqua non inquinata, è impensabile riuscire a ridurre la povertà». Attualmente le persone che non possiedono acqua a sufficienza per condurre una vita normale sono un miliardo e duecento milioni, circa il 20 per cento dell’umanità. Con gli attuali investimenti l’acqua non inquinata potrà raggiungere l’intera popolazione africana non prima del 2050, quella latinoamericana non prima del 2040, quella asiatica non prima del 2025.
• Sviluppo sostenibile: secondo il Rapporto Bruntland intitolato Il nostro futuro comune è quello che va incontro «ai bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di assolvere le proprie necessità». L’economista Robert Solow sostiene che la condizione chiave è che si lasci alle generazioni future «tutto quello che potrebbe servire loro per ottenere una qualità della vita buona perlomeno come la nostra, e perché essi possano agire allo stesso modo nei confronti della generazione seguente».
• Acqua, energia, agricoltura, biodiversità, salute. Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, ha individuato cinque diversi campi d’azione in cui si possono raggiungere, a partire dal vertice di Johannesburg, risultati concreti. Dopo l’acqua viene l’energia, necessaria per lo sviluppo: «Si deve aumentare l’accesso alle fonti e potenziare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Gli Stati devono ratificare il protocollo di Kyoto, che non solo riguarda il cambiamento climatico, ma che penalizza anche l’uso di energie non rinnovabili». La terza area di intervento è quella relativa alla capacità produttiva dell’agricoltura: «Abbiamo bisogno di incrementare la produttività agricola e di invertire il processo di deforestazione». Quarto, l’attenzione alla biodiversità e alla gestione dell’ambiente: «Dobbiamo riuscire a invertire questo processo, preservando il maggior numero di specie possibile». Infine la salute: un miliardo di persone respira aria pestifera, ogni anno ci sono tre milioni di decessi a causa dell’inquinamento, due terzi di questi, in maggioranza donne e bambini, muoiono perché bruciano legna nelle loro abitazioni insalubri.
• Gli Usa puntano molte sulle cosiddette ”partnership pubblico-privato”: secondo gli ecologisti più duri è un tentativo «di privatizzare lo sviluppo sostenibile» lasciando alla buona volontà delle imprese la decisione sui progetti da finanziare e i provvedimenti da prendere per produrre senza inquinare e senza affamare. Tony Juniper, di ”Friends of Earth International”: «Anche l’Onu è stata dirottata, ha sposato l’agenda delle multinazionali. Invece di difendere il principio di regole certe e vincolanti a tutela dello sviluppo sostenibile, si è lasciata incantare e ora rischia di lasciare la protezione dell’ambiente in balia dell’iniziativa privata [...] Quello che vogliamo è che in occasioni come questa di Johannesburg i governi fissino dei principi certi, degli obiettivi da raggiungere entro scadenze precise, che stanzino somme definite da destinare allo sviluppo».
• Gli Stati Uniti recapiteranno a Johannesburg alcuni importanti messaggi. Il Segretario di Stato Colin Powell: «Il primo, e il più importante, è che ci sentiamo vincolati a sostenere lo sviluppo sostenibile. [...] Al summit diremo anche che lo sviluppo sostenibile deve iniziare a casa propria [...] Il presidente Bush ha annunciato che l’Amministrazione chiederà al Congresso di approvare un aumento dell’assistenza americana allo sviluppo del 50 per cento nei prossimi tre anni, portando così l’attuale contributo a un aumento annuo di 5 miliardi di dollari. [...] Lavoreremo inizialmente a favore di azioni concrete in sette aree fondamentali per lo sviluppo sostenibile - la sanità, l’energia, l’acqua, l’agricoltura sostenibile, lo sviluppo delle campagne, l’educazione, la gestione degli oceani e delle coste, e le foreste [...] Nel budget dell’anno fiscale 2003 abbiamo chiesto 4,5 miliardi di dollari per investimenti a favore del clima, un aumento di 700 milioni di dollari rispetto all’anno scorso».
• Il pianeta può essere salvato? Nitin Desai, sottosegretario generale dell’Onu e capo del summit di Johannesburg: «Se adottiamo le politiche giuste, se prendiamo le iniziative adeguate, saremo sicuramente in tempo e in grado di arrestare buona parte dei gravi pericoli ambientali di quest’ultimo decennio. In alcune aree abbiamo già registrato miglioramenti, particolarmente per quanto riguarda lo strato dell’ozono. Abbiamo ancora molto da fare per proteggere gli oceani, fermare l’avanzata dei deserti, portare acqua potabile a chi ne ha bisogno, certo. Ma possiamo farcela, con adeguate misure politiche». [10] Buone notizie: i parchi, in aumento, coprono attualmente il 5 per cento dell’Europa e l’11 per cento del Nord America; l’utilizzo d’energie rinnovabili è passato dal 3,2 per cento del 1971 al 4,5 per cento attuale.
• Trent’anni. Klaus Topfer dice che se non si vogliono causare danni irreparabili il problema ambientale va risolto entro trent’anni: «Trent’anni certamente non basteranno all’ambiziosa India e al resto dell’Asia per raggiungere il livello delle economie occidentali, loro traguardo esistenziale, prima ancora che economico e politico. Quindi trent’anni rischiano di essere troppo pochi» (Francesco Sisci).