Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 febbraio 1997
In un paese che non rimpiange il craxismo ma ha già nostalgia della democrazia cristiana e adora il berlusconismo anche quando detesta Berlusconi, l’unico leader possibile è il collezionista di figurine (figuracce) Walter Veltroni (Roma, 42 anni, 78 kg, esordio in serie A nel 1978 come consigliere comunale del Pci)
• In un paese che non rimpiange il craxismo ma ha già nostalgia della democrazia cristiana e adora il berlusconismo anche quando detesta Berlusconi, l’unico leader possibile è il collezionista di figurine (figuracce) Walter Veltroni (Roma, 42 anni, 78 kg, esordio in serie A nel 1978 come consigliere comunale del Pci). Il 1997 non sarà un anno facile per «Testa a pera», come lo chiamavano a sua insaputa i colleghi dell’Unità, ma alla fine il derby con D’Alema non può che avere un vincitore: lui. Il perché lo ha già spiegato Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno, che il giovane Principe ricorda persino fisicamente. Mentre D’Alema, come Craxi, affascina i machiavellici ma non assomiglia all’Italia che vorrebbe governare, Veltroni è il prototipo dell’everyman di sinistra: la classe di insegnanti e impiegati a reddito fisso e frustrazione variabile che ha sostituito il proletariato come baricentro elettorale dei progressisti e nerbo sociale del paese. Per chi non ha mai visto uno dei trentacinque talk show televisivi a cui partecipa; per chi non ha mai letto una sua intervista politica o gustato una sua recensione cinematografica; per chi non ha mai assistito a un convegno, mostra, inaugurazione che lo annoverasse fra gli ospiti d’onore; insomma per chi ha lasciato l’Italia da almeno un anno e ha preso la decisione opinabile di rientrarci proprio adesso, può essere utile un ritratto introduttivo del personaggio.
• Walter Veltroni piace alla gente perché si vede subito che è uno che non ha studiato. Infatti è diventato ministro dei Beni culturali (di Eco e De Gregori ha detto: «Sono uomini importanti per il paese») con delega per lo sport (dell’allenatore juventino Lippi ha detto: « un uomo importante per il paese») e per lo spettacolo (dei registi Tornatore e Salvatores ha detto: « importante che siano uomini di questo paese»). Veltroni passa per buonista perché fra i libri che ha letto, molti meno di quelli che ha scritto, ce ne sono un paio di Susanna Tamaro. In realtà è cattivissimo, però simpatico. Ama l’America anche se non ne conosce a perfezione la lingua: solo una ventina di parole, che comunque ripete spesso. Questa lacuna, dovuta all’intensa precocità della sua vita (a 22 anni era già consigliere comunale e comunista di Roma, tifoso della Juventus e assistente alla regia nello sceneggiato tv ”Una pistola nel cassetto”) non gli ha impedito di pubblicare a suo nome una traduzione degli scritti di Bob Kennedy, l’eroe mitologico dal quale ha preso la totale dedizione al lavoro e la ferrea morigeratezza sessuale.
• Dotato di un carisma incomprensibile ma reale, ha una faccia e un’etica borghese (per dire, detesta le parolacce e cerca di convincere tutte le coppie che conosce a sposarsi) in grado di tranquillizzare i moderati più di dieci strappi e cento svolte. Questo man, anzi, questo everyman, ha un progetto molto semplice, mutuato dalle lezioni tattiche di Gianni Brera e dalla pratica politica di Andreotti e Forlani: non desidera comandare, ma durare.`All’attacco scriteriato preferisce il gioco di rimessa. Al bel gioco, la vittoria. Così le prossime mosse lo vedranno in difesa: nel 1997 Veltroni punterà ad accrescere il consenso e a evitare lo scontro. Invece di affrontare D’Alema lo abbraccerà. Finché sarà abbastanza forte da strangolarlo, ma con dolcezza. Non per niente all’Unità lo chiamavano anche «l’epuratore omeopatico», forse la sua definizione più azzeccata.
• Il quotidiano di famiglia è stato un ottimo terreno per misurare all’opera i dioscuri del Pds. Il direttore dell’’Unità” Massimo D’Alema si presentò con ghigno feroce, tagliò subito le teste che non gli garbavano e si rinchiuse nella sua stanza a giocare ai videogame, decantare il suo quoziente intellettuale e fabbricare origami e giornali tristissimi. Il direttore Veltroni esordì abbracciando tutti, dal condirettore al fattorino, egualmente «importanti per il paese». Poi cominciò a farli fuori, ma alla democristiana: cioè senza umiliarli e spendendo in promozioni e prebende un sacco di soldi lasciati in eredità sotto forma di debiti alle generazioni successive di direttori e giornalisti, che ne parlano malissimo ma lo ricordano con simpatia.
• «Io credo che a questo mondo esista solo una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa; passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete di periferia che va avanti nonostante il Vaticano». A parte lo scortese riferimento al Vaticano, che invece Veltroni omaggia con immutata cordialità, il progetto politico del Principino - il Partito democratico - coincide con quello espresso da Jovanotti nel rap ”Penso positivo”, il vero inno dell’Ulivo. La ”grande Chiesa” del giovanotto Walter non si fonda su un’ideologia, ma su un’emozione che cerca di coniugare i miti della sinistra vecchia e nuova, la Resistenza e Internet, Marx e Baricco, Mozart e i Blues Brothers, Gesù e Francesca Archibugi. «Il mondo di Veltroni oscilla fra le figurine Panini e la corazzata Potemkin», ha detto di lui un avversario che non lo ama ed è stato indotto fra mille complimenti a farsi da parte: Michele Santoro. Requisito fondamentale e molto berlusconiano del veltronismo è la vendibilità. Digerisce solo modelli superficiali o comunque rivisitabili superficialmente. Modelli rassicuranti, cioè già testati con successo dalla classe degli everymen di sinistra ai quali si rivolgono. In ogni intervista Veltroni cita sempre il libro, il disco o il film di moda a sinistra in quel momento. Non si azzarda mai in scelte provocatorie o spiazzanti e, le rare volte in cui non seguono la hit parade, le sue preferenze vanno comunque alla persona o all’idea che può scatenare nel pubblico una reazione emotiva e non cerebrale.
• Quando alla vigilia delle Olimpiadi gli chiesero per quale atleta italiano avrebbe fatto il tifo, rispose con il nome delle due riserve della staffetta 4x100 di atletica «perché sono i protagonisti più oscuri, quelli che soffrono di più». Non è importante che lo pensasse davvero oppure no (speriamo di no). importante che la gente si aspetti ormai da lui questo tipo di risposte e dimostri di gradirle. In fondo, proprio come Berlusconi, Veltroni è funzionale al modello televisivo imperante, ciòè all’unica forma di cultura a cui gli elettori italiani di destra e di sinistra siano abituati: come il Cavaliere assomiglia a una televendita di prosciutti, così il Principino sembra uscire da una puntata di ”Carramba che sorpresa” o di qualche altro talk-show a elevata lacrimazione. Ma la lacrima non basta: per diventare autenticamente veltroniano il modello deve essere sano e didascalico. Perché, al pari di ogni altro potere femminile, anche quello neodemocristiano di Veltroni si prefigge come scopo l’educazione. Lo dimostra la Rai dell’Ulivo, che sta a Veltroni come la Fininvest a Berlusconi e il Pds a D’Alema: è il partito reale del Principino, modellato a sua immagine e somiglianza.
• Mentre Silvio e Massimo sguazzano a loro agio fra i palinsesti e i conduttori di Mediaset, Walter Veltroni è il figlio legittimo della Rai. La conosce fin da bambino, quando accompagnava al lavoro il papà direttore del telegiornale o saltellava sulle ginocchia di Mike Bongiorno e Fred Bongusto. All’età in cui si sogna a occhi aperti, il sogno del piccolo Walter non poteva che essere influenzato da quel formidabile impasto di potere, spettacolo e informazione a fini educativi che aveva costantemente sotto gli occhi: la tv pubblica di Bernabei. Come non si capisce Berlusconi senza la tv commerciale, così è impossibile separare Veltroni dalla Rai. Veltroni ”è” la Rai: non un Grande Fratello, ma una Mamma rassicurante e accogliente, gentile e sempre pronta all’abbraccio, che è anche un modo per non mollare la presa.
• Dopo la vittoria elettorale il Principino non ha dovuto occupare la tv pubblica. La Rai era già dentro di lui: mai amplesso fu più armonioso. Hanno scritto che Veltroni ha sottovalutato la resistenza dei cattolici di sinistra, il ventre molle dell’azienda. Dimenticano però che il primo cattocomunista è proprio lui, l’epuratore omeopatico, che al governo della Rai ha insediato molte madri-terese (la Cavani, Scudiero, Iseppi) e nessun che-guevara, non potendosi certo considerare tale Enzo Siciliano, il presidente che lavora in pantofole come un mandarino cinese ma è meno ingenuo di quanto facciano credere gli sberleffi della destra. Siciliano non vale il suo omologo-berlusconiano Confalonieri e neppure Bernabei. Però è un esecutore fidato del veltronismo: il suo capo è ancora troppo insicuro per appoggiarsi al merito invece che alla fedeltà. Per questo, senza l’arroganza craxiana di un D’Alema, Veltroni ha sistemato uomini suoi un po’ dovunque, a cominciare dal giovane Andrea Salerno, prototipo dell’everyman di sinistra in scalata soffice verso il potere. Basta confrontarlo col suo gemello dalemiano, Gianni Cuperlo, per scorgere l’abisso che anche nell’ultima generazione divide i due partiti della sinistra, quello similsocialista - preparato, aggressivo, perdente - e quello simildemocristiano: superficiale, suadente, vittorioso.
• Appena conquistato il potere, Veltroni e la Rai hanno avuto un paio di mesi di passione violenta che si è tradotta in una circumnavigazione pressoché completa dei palinsesti: il Principino è apparso a ”Napoli capitale”, ”Telecamere”, ”Processo del lunedì”, ”Speciale Parlamento”, ”Tempo Reale”, ”Mixer” (in esclusiva), ”Speciale Tgl”, ”Lineatre”. A ”Notte Cultura” (Rai 3) ha lodato i libri, purché belli. A ”Ingresso Libero” (Videosapere) i computer nelle scuole, molto utili. A ”Storie” (Rai 2) ha raccontato la sua passione per Ettore Scola, regista di sinistra. Alla vigilia di Juve-Ajax (Tgl), quella per Moreno Torricelli, terzino di (fascia) destra. Dopo le fiammate iniziali, il rapporto si è stabilizzato in una consuetudine di gesti affettuosi, facilmente intercettabili da chiunque abbia la pazienza di trascorrere un paio d’ore davanti alla tv con un telecomando in mano.
• Il nuovo gusto democratico, che un tempo si sarebbe chiamato cattocomunista, impregna già il primo dei troppi teleconfessionali giornalieri, ”Uno mattina”, dove si può ascoltare la storia di due bambini che hanno picchiato la maestra. Il tono è retorico-assolutorio, con i professori che dicono «è una sconfitta per la scuola» e il secchione pieno di brufoli che si traveste da capro espiatorio come Garrone: «La colpa è di noi che li aizziamo». Molto in voga la fiera degli immigrati buoni: ad esempio la prostituta albanese che ha denunciato il magnaccia, accompagnata dal bravo ragazzo italiano che promette in diretta di sposarla. E la mamma della prostituta? Un attimo e arriva anche lei, in commovente diretta telefonica da Tirana e in tempo per partecipare al «quiz utile, a favore dei cittadini»: chi non oblitera il biglietto del treno commette un’infrazione? Se dai la risposta esatta vinci una macchinetta del caffè. Su Rai2 il commosso di mezzogiorno Massimo Giletti sta ascoltando con sguardo da triglia garantista il racconto di un uomo andato in galera per errore: «Dietro le sbarre ho imparato ad apprezzare il cielo, il sole, il mare». Messaggio neanche tanto subliminale: «I giudici sbagliano, a volte».
• Col passare delle ore il profumo veltroniano diventa inebriante: a Rai1 c’è Luca Giurato che annuncia un paio di attori, «due giovani molto belli, molto simpatici e molto giovani», mentre sulla normalizzata Rai3 dilaga la soap-opera napoletana di Minoli, scritta da sceneggiatori che alternano i peana a Bassolino («Non è mai stata così bella, la nostra città!»), a dialoghi adolescenziali che sarebbero apparsi rugosi già a un giovane dell’Ottocento: «Scommetto che sei un mascalzone come tutti gli uomini. Chissà a quante ragazze hai spezzato il cuore!». Finalmente comincia il Tg3 e Bianca Berlinguer ha un annuncio importante da fare: «Stasera in studio c’è un ospite particolare: il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni... ».
• A fianco del partito reale, la Rai tv, il Principino si è costruito quello virtuale: una macedonia dei suoi miti infantili impastati con le ultime classifiche di vendita. A Palazzo Chigi, in questi mesi, sono sfilati cantanti rock, calciatori, ballerini, fumettari, aiuto registi, attori, divetti televisivi: il parlamento veltroniano che il leader consulta prima delle decisioni importanti su musica, cinema e tempo libero, gli unici argomenti che appassionino davvero l’everyman di sinistra che è in lui. Nel suo vorticoso girotondo fra un vertice con la Gialappa’s band («Milano ha bisogno di voi») e la storica pace di Trastevere fra Venditti e De Gregori (e lui in mezzo con la chitarra, come Clinton fra Rabin e Arafat), può capitargli talvolta di scivolare in una delusione. Succede quando si accosta ai sogni più stantii della sua giovinezza: quello americano, ad esempio.
• L’impatto con una realtà a lungo mitizzata può essere sconcertante, specie quando della patria di elezione, gli Stati Uniti, si conoscono i film e i dischi ma si ignora un accessorio non marginale: la lingua. Abbiamo seguito the Vicepresident durante il suo blitz estivo alle Olimpiadi di Atlanta, conclusosi in una spelonca piena di rutti e spinelli dove erano in corso le prove generali di un concerto dei Blues Brothers, un ’icona della sinistra giovanilista rappresentata in loco da Serena Dandini e dal presidente dell’Enel Chicco Testa. Avanzano come in un film di Vanzina, con le loro cravatte e i loro vestiti eleganti, fra ragazzi tatuati che fumano hashish, bestemmiano e ciucciano birra. Si sistemano in piedi nella sala vuota, mentre un gruppo di avvinazzati sta urlando: «Tutto quello che vogliamo è il rock». Chicco Testa ha un sussulto: «Ti ricordi, Walter. Solo che noi invece di rock, dicevamo comunismo». Veltroni sta scrutando il palco, cercando come al solito di parlar bene di qualcuno. Serena Dandini guarda con tristezza il pancione di Dan Aykroyd, nel film era magrissimo, e ascolta perplessa la voce di James Belushi, che in comune col fratello morto non ha che il cognome. «Vedrete, al concerto si trasforma», lo protegge Veltroni. Quando Aykroyd attacca ”Everybody needs somebody” col celebre passettino di danza, Dandini si scuote, Testa si stringe alla moglie e insomma tutti cominciano a muoversi tranne Veltroni, piantato a braccia conserte in mezzo alla bolgia come un poliziotto dell’Illinois.
• Controlla così bene le sue passioni da far sorgere il dubbio che non ne abbia. Finché scorge la scritta sopra il palco ”Unity in diversity”. Questa frase la capisce persino lui: «Guarda, lo slogan dell’Ulivo!». Un ubriaco sta ruttando nei pressi. «Sarà di Rifondazione», minimizza Testa. Ma sul palco Aykroyd, furente, invita i «fottuti ubriaconi» delle prime file a sgombrare la sala: ignora che fra di loro ci siano anche le incolpevoli autorità di un paese alleato. «Cos’ha detto?», si informa la Dandini, proveniente dal bar. L’amerikano Veltroni risponde con tenerezza irresistibile: «Boh».
• Il partito virtuale del Principino si potrebbe definire un «berlusconismo senza Berlusconi», perché anch’esso usa lo spettacolo per raccogliere consenso. Ma i veltroniani sono ormai molto più adatti dei berluscones a esprimere la società complessa del dopoTangentopoli. Quando il potere è così frantumato, c’è qualcosa di meglio che avere un padrino: non avere nessun veto. Non si procede per raccomandazione, ma per assenza di ostacoli. Il craxismo e il berlusconismo producevano personaggi aziendali, disposti a una partigianeria feroce al limite del servilismo e perciò in grado di suscitare odi e fuochi di sbarramento memorabili. Il veltronismo è invece abitato dai nuovi vincenti: i «senza nemici». Il prototipo televisivo è il conduttore di ”Quelli che il calcio” Fabio Fazio, di cui non si ricorda una sola battuta polemica contro qualcuno. Dopo la vittoria dell’Ulivo le cronache riportarono una sua dichiarazione da manuale: «Mi piacerebbe lavorare nella Rai2 di Freccero, ma sto benissimo con Minoli a Rai3 e ho ottimi rapporti con i nuovi dirigenti di Rail». Fazio sta meritatamente simpatico a tutti. Come l’intelligente ed educato direttore del Tgl Marcello Sorgi, sul quale al momento della nomina Enzo Siciliano ebbe a dire: «Sono talmente tanti quelli che mi hanno parlato bene di lui, che invece di una direzione dovrei dargli i Rapporti istituzionali».
• Nel giornalismo, ma non solo (vedi il barboncino da salotto letterario Alessandro Baricco) la caratteristica dei nuovi vincenti è di aver raggiunto il successo senza schierarsi mai contro il potere. Bocca, Pansa e Montanelli non sarebbero diventati Bocca, Pansa e Montanelli se non avessero tagliato le unghie alla nomenklatura di governo. Oggi i prototipi del giornalista di successo sono Gianni Riotta e Barbara Palombelli, simpatici e preparati, ma che se avessero potuto intervistarlo, avrebbero trovato tracce di cordialità anche in Hitler (Palombelli le ha trovate in Previti).
• Un anno fa Walter, the Vice president, ha fatto un sogno: portare una figurina Panini in parlamento. E c’è riuscito. Il passo può sembrare breve a uno che le ha vendute per anni con ”l’Unità”, quotidiano fondato da Antonio Gramsci (mezzala sinistra, fisico scarso, ottima visione di gioco). Breve, ma decisivo. Perché con buona pace di De Gregori, Silvo Orlando, Susanna Tamaro, Massimo Ghini e compagnia pseudobuonista, il vero capolavoro di Veltroni e della sua malattia infantile, il veltronismo, è un ex calciatore dell’amata Juventus, l’unico al mondo ad aver giocato al fianco di Zico, Platini, Maradona e Prodi. Si chiama Massimo Mauro e per Veltroni è davvero il massimo: più di un Mottarello, di un cantante sanremese degli anni Sessanta, di un calciobalilla e persino di un attore nevrotizzato dalle mossette isteriche di Margherita Buy. Mauro è tutto quello che Veltroni avrebbe voluto essere e solo in parte è: giovane, bello, ricco, simpatico, juventino e di sinistra. Per non dire che la squadra in cui ha tirato i primi calci si chiamava Kennedy. La costruzione di un veltroniano richiede un lavoro duro. Nel caso di Mauro, prima the Vice President lo ha accolto fra i collaboratori fissi dell’’Unità 2”, poi lo ha aiutato a inserirsi nei giri della sinistra cultural-televisiva (compresa una cena con Idris di ”Quelli che il calcio” e Giulio Einaudi, che guardava entrambi perplesso) e a guadagnarsi i galloni indispensabili di buonista con una missione umanitaria in Bosnia. Infine lo ha messo in contatto con un editore amico per scrivere un libro di memorie.
• Il primo requisito del veltroniano è sorridere. Sorridere sempre, anche se ti candidano a Catanzaro in un collegio blindato di Fini contro un avversario, l’onorevole Colosimo, che ai comizi esordisce gridando: «Per me Norberto Bobbio è carta straccia». Perché sia detto per inciso, anche quando critichiamo ”questa” sinistra, non dobbiamo mai dimenticare che ”quella” è la destra con cui purtroppo abbiamo a che fare. Sorridere, allora, ma non come Berlusconi, con la bocca a mezzaluna e il sole che sprizza dagli occhi. Sorridere piano, con lo sguardo basso del timido e le labbra appena increspate da una smorfa di felicità imbarazzata. «Scusa, mi voti?» è la frase che il veltroniano ripeteva più spesso mentre andava a caccia di consensi moderati nella riserva berlusconiana degli ultrà del Catanzaro calcio, i quali più che deputato lo avrebbero voluto presidente del club, ma alla fine lo hanno eletto, eccome.
• Secondo requisito: parlare di politica attraverso il cinema, la tv o il calcio. Ma senza riferimenti boriosi a scudetti e coppe vinte, piuttosto paragoni lirici fra Prodi e Platini: «Romano è come Michel. Un vero leader. Un pensatore che sa sempre quello che fa e trasmette serenità». Senza contare che va pure più forte in bici. Terzo requisito: avere abbastanza soldi per pagarsi le spese della politica da solo, perché la sinistra del Principino offre solo il know-how, che di solito comprende: 1) Una segreteria di collegio efficiente e materna che sovraintende con piglio prussiano alla giornata del veltroniano. «Domani ti ho fissato il primo appuntamento alle otto». «Ti prego, facciamo le nove». «Ho detto otto». 2) Un’amica ambientalista della segretaria che spiega con innumerevoli dati la situazione ecologica del collegio al veltroniano che non trova il coraggio di fermarla. 3) Un vecchio funzionario di partito che vigila sul lessico del veltroniano: «Non abusare con il termine ”nuovo”, perché appena ti fanno il nome di qualche nostro alleato ti trovi in difficoltà: meglio ”nuove energie”, più vago...ª
• Gira voce che Veltroni stia scrivendo un romanzo dove si narrano vicende di nuoto e nuotatori. giusto: nessuno meglio di lui conosce l’arte di stare a galla. I dalemiani ne parlano in privato, ma ormai sempre più spesso anche in pubblico, come di una riedizione di Forlani. Gli occhettiani, irritati dalla sua incapacità congenita di schierarsi, alimentano la stucchevole caricatura dell’uomo che «al massimo potrebbe gestire le figurine Panini» (Claudia Mancina). Uto Ughi, in nome della cultura alta, gli dà del «demagogooo!» nelle interviste. I lettori dell’’Espresso” scrivono lettere scandalizzate contro la sua idea, mutuata dalla Gran Bretagna thatcheriana, di finanziare i musei con le entrate del Lotto, usando ciòè i soldi dei poveri per sovvenzionare uno svago dei ricchi. I giovani che hanno costruito le sue fortune elettorali lavorando gratuitamente nella campagna del 21 aprile 1996 sfogano la loro delusione in racconti al curaro, come quello di Luca Telese intitolato Telemarketing, dove la protagonista femminile Giulia abbandona i veltroniani dopo aver ascoltato un discorso del leader, vuoto come uno scatolone vuoto: «Primo: se questa è la grande battaglia della democrazia, non mi interessa vincerla. Secondo: non capisco quale grande battaglia di democrazia ci possa essere se coloro che la combattono si rincoglioniscono nel combatterla. Terzo: se bisogna diventare dei cretini per vincere, perché bisogna vincere?».
• Parole tremende, ma mai quanto quelle che Pietro Citati ha pubblicato il 19 dicembre 1996 su Repubblica: «Alcuni mesi fa un uomo politico italiano, presentando una mostra di codici medievali, così belli che avrebbero dovuto costringerlo per sempre al silenzio, disse: ”Il nuovo Rinascimento che oggi in Italia stiamo vivendo...”. E il nuovo Rinascimento italiano esisteva soltanto perché lui era ministro dei Beni culturali. Credo che nessun paese riesca a produrre vanità in dosi così massicce e industriali: Piramidi di Cheope dell ’ego, Colossi di Rodi della megalomania...». Queste critiche, lungi dall’indebolirlo, rivelano la ricetta vincente del Principino, le ragioni del suo successo presente e futuro in un’Italia che gli assomiglia ogni giorno di più. D’Alema può suscitare stima, Di Pietro entusiasmo. Veltroni né l’una né l’altro. Per questo durerà di più. Veltroni piace. E piace perché non fa paura, perché non dà fastidio, perché è italiano. Vanitoso, superficiale, furbo, mellifluo, duro dentro e morbido fuori, ma anche simpatico, generoso, mediatore, entusiasta e bisognoso d’affetto come i leader che la nuova middle class occidentale di sinistra si è costruita a sua somiglianza, da Tony Blair a Bill Clinton, che in fondo rispetto a Veltroni parlano solo un po’ meglio l’inglese.