Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 22 febbraio 1999
Roberto Colaninno, 56 anni, da due e mezzo alla guida della Olivetti, ha rimesso in sesto un’azienda che sembrava destinata al fallimento concludendo tre importanti alleanze internazionali, riportando i conti in utile e riconquistando la fiducia degli investitori internazionali
• Roberto Colaninno, 56 anni, da due e mezzo alla guida della Olivetti, ha rimesso in sesto un’azienda che sembrava destinata al fallimento concludendo tre importanti alleanze internazionali, riportando i conti in utile e riconquistando la fiducia degli investitori internazionali. Da quando guida il gruppo d’Ivrea il titolo Olivetti è sestuplicato.
• Colaninno cominciò come praticante nello studio del ragionier Angelo Girelli, poi entrò come contabile alla Fiaam Filter di Mantova. Walter Francesconi, 75 anni, all’epoca padrone della società e ora pittore espressionista, lo ricorda così: «Era un gran lavoratore, non era raro trovarlo alla scrivania anche la domenica. Entrato in società nel 1967 su consiglio di Mario Calvi, psicologo del lavoro di Brescia («Lo assuma, dia retta a me: lei ha trovato un vero cannone»), diventò presto direttore amministrativo dell’azienda e, nel 1972, amministratore delegato. Fatta comprare la Fiaam Filter dal gruppo inglese Turner & Newall, passò da manager a imprenditore. Francesconi lasciò la società, lui restò come amministratore delegato e socio di minoranza.
• Il sodalizio con gli inglesi non durò molto. Colaninno si cercò un nuovo padrone e lo trovò in Carlo De Benedetti, che convinse a rientrare nel settore della componentistica per auto. La Cir, finanziaria dell’ingegnere, rilevò una società immobiliare di Mantova, la Sogefi, e con questa nell’81 fu comprata la Fiaam Filter. Poco dopo Colaninno ottenne dagli americani della Fram, leader mondiale dei filtri auto, la licenza di produzione per l’Italia e cominciò un giro del mondo nel quale comprò aziende che producevano filtri, sospensioni, silenziatori.
• Più abile come imprenditore che come manager («gestisce direttamente gli affari [...] è un abile negoziatore. Non ama le liturgie aziendali e punta al consenso») Colaninno restò alla guida della Sogefi fino al 1996, arrivando a quasi mille miliardi di fatturato. Dal ’93 al ’97 è stato leader dell’associazione industriali mantovana. consigliere della Finegil (la casa editrice del gruppo De Benedetti).
• Colaninno è arrivato all’Olivetti nel settembre del ’96. A febbraio ’97 aveva già venduto alla Piedmont la divisione personal computer, a dicembre aveva aperto il capitale della Oliman (controlla Omnitel e Infostrada) ai tedeschi di Mannesmann, tre mesi dopo aveva ceduto le attività di servizi informatici alla americana Wang (di cui Olivetti diventava così il primo azionista) e aveva stretto un’allenza con Xerox per le stampanti.
• Per gli investitori Colaninno è una felice scoperta. «Per i cacciatori di teste è una preda ambita: un manager abile vaccinato contro il divismo dalla sua mantovanità. Per i potenti dell’economia è un uomo da tenere d’occhio: dove vorrà arrivare il Ragioniere che ha superato l’Ingegnere?».
• All’inizio di novembre una cordata guidata da Colaninno e comprendente l’imprenditore del bresciano Emilio Gnutti, banche del Nord-Est (Antonveneta) e internazionali (Lehman Brothers, Donaldson, Lufkin & Jenrette) aveva rilevato l’8,02% del capitale Olivetti (costo dell’investimento 1.100 miliardi di lire). A chi gli chiedeva il perché di questa mossa Colaninno aveva così risposto: «Ho la certezza che Olivetti sia una società con ottime possibilità di sviluppo, con grandi alleati e attiva su un mercato molto promettente come quello delle Telecomunicazioni [...]». E a chi gli chiedeva come avesse fatto a convincere i suoi partner (non i soliti nomi della finanza di casa nostra) a investire su Olivetti aveva detto che «l’Italia è ricca di imprenditori validi e capaci, anche se non sovraesposti [...]». Infine aveva così replicato a chi gli faceva notare la scalabilità dell’Olivetti: «La scalabilità è in sé un fattore positivo. Non dobbiamo neutralizzare gli elementi che concorrono alla massimizzazione del valore dell’azione».
• Il nucleo di soci è stato raccolto da Colaninno nella finanziaria lussemburghese Bell s.a.. Il meccanismo messo è quello delle scatole cinesi combinato con partecipazioni incrociate: Colaninno è azionista con il 15,7 % della Fingruppo, di cui sono soci la Finsthal di Falck, Unipol e Francesco Gazzoni Frascara. La Fingruppo controlla il 39,1% della Bell s.a. che con il 12,19% è il primo azionista Olivetti. Colaninno, Gnutti, Chase Manhattan e Antonveneta sono legati da un patto di sindacato blindato per tre anni. Luigi Giribaldi, che in coppia con Valletto ha da poco conquistato Snia Bpd, sarebbe legato ai quattro da un patto di mutua assistenza.
• Telecom fattura oltre 40 mila miliardi l’anno (l’80% viene dalle bollette dei 25 milioni di abbonati) ed ha 126 mila dipendenti. Nove anni fa è entrata nella telefonia mobile con Tim (ne controlla il 60%), che grazie ai suoi 15 milioni di clienti ha raggiunto il quarto posto nella graduatoria mondiale. Italtel, società che si occupa di infrastrutture fondata con la tedesca Siemens, ha i bilanci in rosso; Stream, tv via cavo e satellite, ha perso 100 miliardi di lire nel solo primo trimestre 1998. Il mercato della telefonia fissa vale in Europa 200 mila miliardi di lire l’anno cui si vanno ad aggiungere i 70 mila miliardi della telefonia mobile. In Italia il fatturato totale di telefonia fissa e mobile raggiungerà entro il 2002 i 60 mila miliardi di lire.
• Dopo la privatizzazione dell’anno scorso Telecom è guidata da un nucleo stabile di nove soci (l’Ifil della famiglia Agnelli, il Sanpaolo-Imi, le Generali, l’Ina, la Colit, l’Unicredit, il Monte dei Paschi, la Compagnia di San Paolo, il Credito Svizzero) che possiede il 6 per cento del capitale con l’obbligo di non raggiungere il 30 per cento prima del 31 dicembre 2000. In origine doveva far parte del gruppo anche AT&T, l’operazione saltò per la mancanza di intese commerciali con Telecom.
• Sul finire della settimana scorsa si è fatta sempre più insistente la voce che Olivetti fosse pronta a dare la scalata a Telecom. Sabato la società ha ufficializzato l’operazione che avverrà tramite la controllata Tecnost. L’intera operazione potrebbe costare 100 mila miliardi, 120 mila coinvolgendo anche le azioni ordinarie, 160mila coinvolgendo Tim.
• Da quando nel ’92 è stata introdotta la legge che regolamenta l’Opa, cioè l’offerta pubblica d’acquisto, sono state lanciate 120 offerte per un totale di 18.700 miliardi. Finora le maggiori offerte pubbliche di acquisto lanciate sul mercato italiano riguardavano banche: la più grande, quella lanciata dal Credito Italiano sul Rolo (dicembre ’94-gennaio ’95) era pari a 3.770 miliardi.
• Il ministero del Tesoro possiede ancora il 3,4% delle azioni Telecom. Entro un mese il governo fisserà le procedure per la dismissione di questa quota. Basterà un mese perché il governo conceda il via libera alla maggioranza tedesca in Omnitel?.
• Da un po’ di settimane Olivetti e Mannesmann hanno chiesto al governo la rimozione del veto a una maggioranza estera in Omnitel (scade a dicembre di quest’anno): il pacchetto derivante dalla cessione garantirebbe a Colaninno e soci parte dei soldi per scalare Telecom, secondo Goldman Sachs si tratterebbe di non meno di 40-45 mila miliardi.
• Il governo (il Presidente del Consiglio) è favorevole all’operazione di Colaninno per tre motivi: manterrebbe le telecomunicazioni in mani italiane, democratizzerebbe il sistema economico, darebbe una lezione ai grandi vecchi dell’’Altra Galassia”, quella dei salotti buoni di Torino e Milano.
• D’Alema ce l’ha con l’’Altra Galassia” per l’epilogo grottesco della privatizzazione Telecom, lanciata un anno fa: difficoltà nella creazione del nucleo stabile, latitanza degli azionisti nelle scelte strategiche sulla Corporate Governance ecc.: «Che vergogna - diceva D’Alema prima di diventare presidente del Consiglio - Ciampi è dovuto andare col cappello in mano a pregare i grandi potentati torinesi e milanesi. E hanno tirato fuori una manciata di spiccioli, per prendersi un misero 0,6 per cento e poi lasciare l’azienda allo sbando». E ancora: «Dobbiamo allargare il sistema capitalistico ai nuovi protagonisti. E dobbiamo essere noi, la Sinistra, a farlo, perché questo ci darà credibilità come forza riformista».
• Se l’operazione riesce, la Sinistra evita l’onta di aver guidato il primo governo che ha venduto le telecomunicazioni italiane agli stranieri, apre il sistema finanziario ai nuovi soggetti di cui diventa referente politico, umilia i vecchi soloni del grande capitale. «C’è solo un ostacolo, e un rischio connesso, in questa ardita architettura. L’ostacolo è Franco Bernabé, nuovo amministratore delegato di Telecom appena chiamato dall’Eni a risollevare le sorti del gigante malato. Bernabé ha salvato il cane a sei zampe, ha conoscenze solide in tutti gli angoli del pianeta. E soprattutto non ha nessuna voglia di sloggiare, appena entrato nel Business del futuro. Non avrebbe difficoltà ad oganizzare una contro-Opa su Telecom, magari coinvolgendo un competitore internazionale tipo British Telecom.
E se si muovesse un mastodonte del genere, superando pesantemente l’offerta della Galassia Padana, che chance avrebbero i nostri lillipuziani di tentare un rilancio ulteriore? Dove trovrebbero altri 10, o 20 mila miliardi dopo averne già messi insieme 100 mila?».
• Per quanto riguarda l’ipotesi di un braccio di ferro con l’attuale management di Telecom una delle armi a disposizione di Bernabé, la delega dell’assemblea per un buy-back (acquisto di azioni proprie) da 7.500 miliardi potrebbe essere in parte spuntata. Il prezzo massimo d’esercizio, 18.500 lire per le ordinarie, è molto vicino ai livelli raggiunti venerdì (17.507 lire), un’Opa sopra il tetto dell’acquisto ne vanificherebbe l’efficacia.
• C’è un altro potenziale intoppo ”interno” alla logica dell’operazione. La società scalatrice (Olivetti tramite Tecnost) per rientrare dall’indebitamento causato per finanziare la scalata, potrebbe fondersi con la società-preda, Telecom, in modo da utilizzarne la cassa per ridurre i debiti da acquisizione. Secondo molti giuristi ed alcune recenti sentenze un’operazione del genere viola l’articolo 2358 del codice civile, che impedisce alle società di acquistare azioni proprie (o farle acquistare da altri con cui si fonderanno) al di là degli stretti limiti di legge.
• Nerio Nesi, deputato dei Comunisti italiani e presidente della Commissione industria della Camera, ha presentato un’interrogazione parlamentare.
Quali sono le preoccupazioni che l’hanno spinta a presentare l’interrogazione al governo?
«Molte, ma anzitutto la preoccupazione è che la Telecom non diventi terreno di scontro per speculatori, che non serva semplicemente a creare plusvalori per acquisizioni e vendite successive».
Cosa glielo fa pensare?
«Il fatto che non sappiamo chi stia operando la scalata: gli investitori si nascondono dietro una società lussemburghese. Il che è come dire che non hanno nome, perché questo permette la legge societaria del Lussemburgo. Questo rende evidente anche un altro fatto: non c’è nessuna politica industriale, ma solo una speculazione finanziaria in atto. Dei predatori stanno mettendo le mani sulla Telecom».
• Antonio Marzano, responsabile economico di Forza Italia: «Non c’è ancora trasparenza. Sappiamo che il governo è stato informato ma il mercato continua a restare all’oscuro. E in questa situazione la somma dell’azione dell’esecutivo e di gruppi finanziari indica l’esercizio di un potere occulto".
Quali sono le preoccupazioni di Forza Italia nei confronti di quella che è, dopotutto, una tipica operazione di libero mercato?
«Sono di due tipi, tecnico e politico. Quanto al primo aspetto, i dubbi riguardano la effettiva capacità dell’Olivetti, se è davvero lei, di sostenere l’operazione. Lanciare un’Opa su Telecom, è molto oneroso e non vorrei che si pensasse di farlo utilizzando i profitti della società acquisita. E poi c’è il problema del conflitto d’interessi: la Olivetti possiede Omnitel e la Telecom possiede Tim. Cosa succederebbe se il proprietario divenisse lo stesso?».
• Per gli azionisti potrebbe essere festa grande. Paolo Madron su ”Panorama” del 22 ottobre: «Lo scenario è già scritto: siccome, nonostante i rovesci, la società resta pur sempre uno dei grandi operatori mondiali, qualcuno cercherà di comprarla. I prezzi con cui nel settore si sono fatti gli ultimi matrimoni non rendono l’impresa proibitiva. Se poi i compratori fossero più di uno, per gli azionisti sarebbe festa grande. Allora nessuno, di certo, sarebbe sfiorato dal rimpianto di aver rinunciato ai bot».