Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 8 settembre 1997
Un giorno di dicembre di dieci anni fa Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del ”Corriere della Sera”, allora capo delle pagine economiche, mi telefonò: voleva propormi una serie di servizi e desiderava vedermi
• Un giorno di dicembre di dieci anni fa Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del ”Corriere della Sera”, allora capo delle pagine economiche, mi telefonò: voleva propormi una serie di servizi e desiderava vedermi. Andai a trovarlo al giornale. Mi disse che sotto le feste aveva intenzione di pubblicare una serie di «lettere di auguri di Natale» ad alcuni dei più importanti imprenditori del Paese. «Naturalmente - mi spiegò - la lettera dovrà essere un pretesto per fare dei ritratti, polemici, dissacranti, come sai fare tu». «Non hai bisogno di incoraggiarmi su questa strada» dissi io, tetro. «Insomma, voglio che tu scriva come sai, ti ho chiamato per questo». Mi disse di buttar giù una lista di cinque, sei nomi e di portarglieli. Io ci misi Ligresti, Lucchini, De Benedetti, Gardini e un altro di cui ora non mi ricordo. De Bortoli approvò ma sostituì Gardini con Gianni Agnelli. «Agnelli? Ma sei sicuro? - dissi io - il padrone ”Corriere”...». « Non ti preoccupare, io e Anselmi vogliamo dare una maggiore aggressività alle pagine economiche e in una lista come questa Agnelli non può mancare». Poi mi portò da Anselmi, che era condirettore (direttore era l’ultrasettantenne Ugo Stille, il mitico Misha) e con lui mettemmo a punto gli ultimi dettagli. Io che ero un po’ stupito di questi improvvisi coraggi che non erano mai appartenuti alla storia del Corriere chiesi timidamente ad Anselmi: «Ma Stile è d’accordo?».
• La prima ”lettera” la mandai a Ligresti e non ci furono problemi, venne pubblicata con bella evidenza il 20 dicembre del 1987. Del resto a quell’epoca il costruttore milanese era già in ginocchio. A mettercelo avevo contribuito anch’io con una lunga e documentata inchiesta sull’ ”Europeo” (altro giornale del gruppo ”Rizzoli-Corriere”) pubblicata nel luglio. Per la verità quella volta le cose non erano andate affatto lisce. Ligresti aveva fatto finta di nulla, in compenso si era mosso uno dei suoi sodali, Achille Cutrera allora potentissimo senatore del Psi che aveva stretti legami con la Fiat. Cutrera telefonò a Giorgio Fattori che era a capo del gruppo, e gli chiese sic et simpliciter il mio licenziamento. Fattori ne parlò al direttore dell’’Europeo”, Lanfranco Vaccari, gli disse che doveva stare più attento a chi affidava le inchieste.
• Io all’’Europeo” avevo già lavorato per quasi dieci anni, nei ’70, come inviato sui fronti più caldi e scabrosi e non avevo mai ricevuto una smentita ed ero sempre uscito vincitore dalle poche querele che avevo avuto. Ma questo Fattori forse non lo sapeva. Sotto le pressioni di Fattori la mia posizione era delicatissima, perché ero tornato all’’Europeo” da poco, dopo che l’avevo lasciato polemicamente nel ’79. Ma anche quella di Vaccari non era facile. Era direttore da un anno; cedere e sacrificarmi avrebbe significato per lui imboccare una strada senza ritorno. Resistette. Achille Cutrera ci querelò. Fummo assolti in primo grado, con sentenza definitiva, nel 1994. Fu una fortuna che il processo, a causa delle solite lungaggini, si svolgesse negli anni ’90 invece che negli ’80. Perché a quell’epoca la cronaca giudiziaria aveva confermato punto per punto quanto avevo scritto su Ligresti and company e perché nel ’94 i socialisti, che erano stati padroni assoluti della città, non esistevano più, distrutti da Mani pulite.
• A questo proposito mi piace ricordare, a compensazione di questo harakiri in pubblico che sto facendo, le parole che il magistrato Livia Pomodoro ha premesso ad un serissimo libro di documentazione scientifica sul ”sistema degli appalti”: «Da segnalare, in particolare, le denunce di una illegalità diffusa nelle pubbliche amministrazioni di Milano e della Lombardia da parte del consigliere comunale Riccardo De Corato, oggi senatore della Repubblica, e del giornalista Massimo Fini relativamente alla corruzione della classe politica. Solo successivamente, quando sono andate affermandosi le istanze di cambiamento nella politica italiana , il sostegno dei partiti e dei media all’iniziativa della magistratura contro la corruzione politico-amministrativa è diventato rilevante». (Il sistema degli appalti, introduzione di Giovanni Maria Flick, Giuffrè editore, 1995; p. XII). Non erano poi tanti allora, prima di Mani pulite, i giornalisti che denunciavano, documentandola, la corruzione politica, amministrativa e imprenditoriale, solo dopo il ’92, come nota Livia Pomodoro, sono diventati legione e oggi non se ne trova uno, neanche a cercarlo col lanternino, che non abbia fatto «la Resistenza».
• Ad ogni buon conto alla fine dell’87 se la classe politica era ancora fortissima e minacciosa il personaggio Ligresti era già attaccato e attaccabile e il ”Corriere” non ebbe difficoltà a pubblicare la mia ”lettera” che gli toglieva gli ultimi panni di dosso. Le cose andarono ancora più tranquillamente con Lucchini. Luigi Lucchini lo avevo intervistato alla fine degli anni ’70 quando il ”re del tondino” era considerato un feroce ”padrone delle ferriere” e poco meno che un fascista dai sindacati e dai giornali che allora, escluso questo, erano tutti schierati, compattamente, a sinistra. A me invece Lucchini aveva fatto un’ottima impressione. Mi era piaciuto questo self made man che aveva costruito una grande azienda col sudore della propria fronte e che conservava l’immediatezza e la semplicità di chi viene dalla gavetta oltre che una buona dose di ironia e di autoironia. Mi era parso un uomo simpatico e di spessore e lo avevo scritto suscitando le ire dei sindacati e dei colleghi che mi avevano dato, naturalmente, del «fascista». Lucchini l’avevo appositamente incluso in quelle ”lettere di Natale” perché non volevo dare l’impressione di essere aprioristicamente contro gli imprenditori. Cosa che aveva suscitato qualche borbottio di malumore in De Bortoli che voleva pezzi ”cazzuti”. La ”lettera” a Lucchini fu pubblicata il 22 dicembre. Quelle a De Benedetti e ad Agnelli avrebbero dovuto uscire nei due giorni successivi.
• Preparai il pezzo sul presidente della Olivetti e lo portai a De Bortoli (il fax non usava ancora) poi me ne tornai a casa per scrivere quello su Gianni Agnelli. Mentre ero lì che battevo sui tasti, scervellandomi su come cavarmela senza scrivere un soffietto ma anche senza toccare nervi troppo scoperti, mi telefonò De Bortoli: la ”lettera” a De Benedetti era troppo hard. «Bisogna fare dei ritocchi, degli aggiustamenti, ammorbidire. Vieni domani mattina al giornale». Ci andai portando, già che c’ero, anche il pezzo su Agnelli. Ferruccio mi segnalò i punti a suo dire scabrosi, mi indicò una scrivania e una macchina da scrivere e io mi misi a lavorarci sopra. Quando finii consegnai il tutto a De Bortoli che lesse con molta attenzione approvò e scrisse di suo pugno in testa al pezzo le indicazioni per mandarlo in tipografia. Ma prima lo fece vedere ad Anselmi. Che, a sua volta, lesse, rilesse e diede l’ok. «Però - disse - bisogna farlo vedere a Stille. E anche l’articolo su Agnelli». Prese i due pezzi e sparì nella stanza del direttore del ”Corriere” che era poco più in là. Ritornò dopo una ventina di minuti: «Stille dice che è troppo duro, che non è da ”Corriere”, che bisogna ritoccare, aggiustare, ammorbidire». «Se è così - risposi io - non facciamone nulla e non se ne parli più». «No, no - disse spaventato Anselmi -. Abbiamo già annunciato una serie, che figura ci facciamo?». «Gli dev’essere saltata la mosca al naso, a Stille, ma poi gli passa. Tu aspetta qui, fra poco ci ritorno e lo convinco». Da quel momento nei severi e austeri corridoi del ”Corriere”, onusti di gloria e di prestigiosi fantasmi, in un’atmosfera ovattata, gallonata e quasi irreale, insomma in mezzo a tutta quella paccottiglia retorica che tende a occultare che questo giornale è da settant’anni schierato col Potere, quale esso sia, cominciò un penoso deambulare, un andirivieni sempre più frenetico e imbarazzante, di Anselmi e De Bortoli e poi del solo Anselmi con la stanza che era stata del mitico Albertini, ora occupata da Stille. Io guardavo e rabbrividivo. Avrei voluto sprofondare sotto terra, non esserci. Mi sentivo umiliato per loro. Ma ero preoccupato anche per me. Sapevo che i due non mi avrebbero mai perdonato quell’infortunio, anche se io non ne avevo alcuna colpa. Anzi proprio per questo.
• La cosa durò quattro ore. Ritornando affranto dall’ennesima sosta nella stanza che fu di Albertini Anselmi (che è un bravo ragazzo, come, del resto, De Bortoli) mi disse, allargando le braccia: «Mi spiace, Stille in genere controlla un pezzo su quattrocento, purtroppo è toccato al tuo». «Pazienza - risposi - sarà per un’altra volta» sapendo che non ci sarebbe stata. Naturalmente della ”serie” sugli imprenditori non si parlò più né tantomeno del pezzo su Agnelli di cui feci però in tempo a vedere che avevano tagliato il passo sulle concentrazioni editoriali in cui la Fiat era, ovviamente, implicata in prima linea.
Sono andato a rileggermi in questi giorni quel pezzo su Carlo De Benedetti che tengo, insieme a quello su Agnelli, in una cartellina verde che ho titolato «Ignominia Corriere». Non contiene nulla che un giornale di oggi non sarebbe orgoglioso di aver pubblicato nel 1987.
• Subito dopo accadde un fatto assai curioso. Il ”Gruppo Rizzoli-Corriere” è abituato a pagare a novanta, a centoventi, a centottanta giorni, a pagare quando gli pare e piace (io aspetto ancora i compensi di pezzi scritti per ”Anna” pubblicati a settembre dell’anno scorso), tanto loro sono il ”Rizzoli-Corriere della Sera”, sono i padroni del vapore. Invece per quei due pezzi su De Benedetti e Agnelli, mai pubblicati, mi vidi accreditare il compenso (quello pattuito e non surrettiziamente decurtato com’è anche abitudine di questo commendevole gruppo) una settimana dopo. Avevano avuto paura che andassi a spitterrare tutto a ”Prima Comunicazione”. Questo è lo stile ”Corriere”. Per me però non era affatto una sorpresa. Alla fine di giugno del 1985 avevo scritto sulla ”Domenica del Corriere”, dove tenevo una rubrica, un articolo molto critico su Sandro Pertini. Mi onoro infatti di essere stato, credo, l’unico giornalista italiano a non essersi abbandonato, durante il settennato di Pertini, all’asfissiante retorica della ”modestia”, del «Presidente-che-non-fa-il-Presidente», del «Presidente-che-piace-alla-gente», del «Presidente-che-si-comporta-proprio-come-uno-di-noi». Durante il mandato di Pertini si sono lette sui maggiori quotidiani italiani cronache così servili, ossequiose, lacrimevoli e cretine quali solo il periodo fascista, forse, conobbe. Mi ricordo di un cronista del ”Corriere d’Informazione” (siamo sempre nella famiglia) che mandato all’aeroporto per descrivere l’arrivo di Pertini si entusiasmò osservando che «l’aereo del Presidente atterra proprio come tutti gli altri». A tale andazzo io non c’ero stato e avevo scritto vari pezzi contro il demagogo. Questo sulla ”Domenica del Corriere” era l’ultimo.
• Il mandato di Pertini stava per scadere, ma lui manovrava per farselo rinnovare, nonostante i suoi quasi novant’anni. Allora scrissi un pezzo, intitolato «Il Presidente ch’io vorrei», dove facevo l’identikit del Capo dello Stato che mi sarebbe piaciuto avere. E, senza nominarlo mai, disegnavo una figura dalle caratteristiche diametralmente opposte a quelle di Pertini. Immediatamente il direttore della ”Domenica”, Pier Luigi Magnaschi, ricevette una telefonata da Pertini che, furibondo, lo investì con male parole. Magnaschi, come si fa in questi casi, cercò di mediare, di prendere qualche distanza, si disse molto dispiaciuto per l’accaduto ma osservò che io avevo una rubrica un po’ extramoenia dove ero libero di esprimere le mie opinioni. «Non faccia il furbo con me – rispose Pertini, adirandosi ancor di più -. Perché io conosco il suo padrone, sa, Gianni Agnelli». E buttò giù il ricevitore. Il giorno dopo un funzionario della Casa editrice si presentò nell’ufficio del direttore della ”Domenica” dicendogli che era meglio se Pertini lo lasciavamo perdere. Di lì a tre mesi Magnaschi fu licenziato dalla ”Domenica” nonostante fosse riuscito nel miracolo di tenere a galla quell’ectoplasma di giornale e anzi a migliorarne le vendite (chiuderà un paio di direzioni dopo). In quanto alla mia rubrica, che aveva un certo seguito tra i lettori, almeno a giudicare dalle lettere, fu la prima a saltare. E anche questo è stile ”Corriere”.
• La vicenda della ”Domenica” rimanda, come in un gioco di scatole cinesi, ad altri avvenimenti, più lontani. Nel 1979 mi ero dimesso dall’’Europeo” e dal ”Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera”. Dall’ ”Europeo” perché era stato occupato dai socialisti di Martelli. Rizzoli e Tassan Din stavano infatti lottizzando le testate politiche del Gruppo e poiché il ”Corriere” era solidamente in mano ai fienghisti e ai comunisti, i socialisti avevano preteso l’’Europeo”. Dal gruppo me ne andai invece perché vi fuoreggiava Tassan Din che non era necessario pescare con le mani sul tagliere della P2 per capire chi fosse. In pieno accordo con i sindacati Tassan Din comprava ogni sorta di giornale, non importa quanto decotto, quel che contava è che non toccasse un solo posto di lavoro, che anzi li gonfiasse artatamente. Si viveva in un clima sardanapalesco. Per chi ci stava il denaro correva a fiumi. «Tutti i manager venivano pagati in nero» mi confidò una volta Enrico Finzi che nel Gruppo aveva ricoperto importanti incarichi. E anche alcuni dei principali giornalisti, per tenerli buoni. Se non bastava c’erano le finte consulenze. Un certo Salvatore Di Paola, vice di Tassan Din che nel Gruppo era rimasto un anno e che si era segnalato solo per aver potentemente contribuito allo sfascio dell’’Europeo”, se ne uscì con una liquidazione di 800 milioni. La redazione dell’’Europeo”, da sempre radicato a Milano, fu spostata a Roma perché lì aveva casa il direttore, Mario Pirani. Un inviatuccio di ”Repubblica” per venire all’’Europeo” pretese di portarci anche la sua fidanzata la cui sola qualità, peraltro notevole, era di avere un bel culo. L’ultimo dei manager, il sotto, sotto, sotto panna del capo del personale, guadagnava 36 milioni l’anno dove io inviato dell’’Europeo” con una discreta anzianità, ne prendevo 12. E, per spregio, fui fatto mettere proprio nelle mani di costui, un certo De Cristoforo. Io ero un po’ emozionato, stavo in Azienda da dieci anni, ci lasciavo un pezzo della mia vita e cercai di dare al colloquio un contenuto un po’ umano. E mi ricordo che questo De Cristoforo non faceva nemmeno lo sforzo di nascondere lo sghignazzo, mi guardava con l’aria con cui si guarda un povero scemo. Aveva ragione.
• Poiché mi ero dimesso senza avere un altro posto di lavoro la cosa fece un po’ di rumore e ”Prima Comunicazione” mi chiese un’intervista. Dissi che, per quanto io allora fossi socialista, consideravo indecente che un giornale, sin lì indipendente, fosse appaltato a un partito, aggiunsi che comunque si trattava di un progetto balordo che non sarebbe andato lontano. Dissi anche che la politica di folle espansione di Rizzoli e Tassan Din non poteva che portare alla bancarotta.
Il progetto faraonico del Nuovo ”Europeo” crollò miseramente in cinque mesi dopo aver perso 40 mila copie e azzerato un investimento di sei miliardi. E nell’82 il Gruppo Rizzoli-Corriere fu messo in amministrazione controllata.
• Io allora avevo 36 anni ed ero ancora imperdonabilmente ingenuo. Pensai che qualcuno, in Azienda, avrebbe detto: «Però, quel Fini, aveva ragione». Mi illusi addirittura che mi avrebbero richiamato con i tappeti rossi e le fanfare. Del resto mio padre, uomo di struttura ottocentesca, mi aveva spiegato che di solito avviene così: se sbagli paghi, se ci azzecchi vieni premiato. E invece accadde esattamente il contrario. E in modo così grottesco e contorto e illogico che non so se mi riuscirà di spiegarlo al lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui. a questo punto che rientra in gioco la ”Domenica del Corriere”. Nell’84-85 collaboravo con questo giornale come free lance. Il direttore, Magnaschi, decise di assumermi e ne fece richiesta all’Azienda. Ritornò dal colloquio desolato: «Niente da fare» mi disse. «Perché?». «Perché hai fatto un’intervista ad Angelo Rizzoli». «E che c’entra?». «Non lo so, ti consideravo un suo complice». Sbalorditi. Avevo fatto una lunga intervista ad Angelo Rizzoli ma dopo che l’azienda era crollata e lui ne era uscito. Il bello è che quell’intervista me l’aveva chiesta proprio il direttore dell’’Europeo”, giornale dell’Azienda, Claudio Rinaldi, e non doveva essere poi male se la lunga confessione di Rizzoli aveva occupato tre copertine del settimanale.
• Rinaldi, che mi aveva commissionato l’intervista, e gli aveva dato risalto, non era complice, io sì. Ma era tutta la storia che non stava letteralmente in piedi perché capovolgeva i termini della questione. Io che mi ero battuto contro la politica di Angelo Rizzoli e me ne ero andato sbattendo la porta venivo accusato di essere un suo «complice», non si sa di che, da coloro che con Rizzoli avevano collaborato fino all’ultimo aiutandolo a sfasciare l’azienda. Mi pareva che il mondo camminasse alla rovescia. O, forse, cosa più probabile, mio padre era un pirla. Capii però anche che non mi volevano perché non ero ricattabile, non avevo preso soldi in nero, non avevo rubato sulle note spese, non appartenevo a nessun partito o camarilla o clan. Ma, soprattutto, non mi perdonavano di aver avuto ragione.
• Tuttavia al Gruppo ”Rizzoli-Corriere” rientrai in un secondo tempo e sempre all’’Europeo”. Fu nel 1986 quando andò a dirigerlo il mio caro amico Lanfranco Vaccari il quale, ai tempi del mitico ”Europeo” di Tommaso Giglio, aveva fatto, per dirla con Flauberto, un po’ di «educazione sentimentale». Lanfranco venne a casa mia la sera prima di assumere la direzione. Tremava di paura, com’è umano e giusto che sia quando ci si sta per cacciare in un’impresa difficile. Mi scongiurò di seguirlo all’’Europeo”. dissi volentieri di sì. Pattuimmo un compenso che, come sempre, al momento del dunque si rivelò essere un altro, molto inferiore. «Del resto - mi disse Vallardi, che si occupava allora del settore periodici - per lei è un bel salto di qualità dalla ”Domenica del Corriere” all’’Europeo”, un’esperienza nuova». Per l’’Europeo” di Vaccari scrivevo un editoriale a numero e facevo ancora lavoro sul campo: inchieste, servizi, interviste, viaggi (andai in Sud Africa, in Iran e altrove). Mi davano due milioni al mese. L’Azienda e lo stesso Vaccari mi dicevano che era il massimo, che proprio non mi potevano offrire una lira di più. Ma quando Vaccari se ne andò, Feltri, che gli era subentrato, mi fece vedere, con una punta di malignità, i tabulati da cui risultava che, per esempio, Luigi Manconi, che scriveva si e no un editoriale al mese riceveva tre milioni e mezzo...
• Nel dicembre del ’95 l’Azienda mi mise in cassa integrazione insieme ad un’altra ottantina di colleghi. Nonostante avesse preso il Gruppo Rizzoli-Corriere per un tozzo di pane («Gli Agnelli? -mi disse un giorno Angelo Rizzoli pieno di rancore - Hanno fatto di tutto per mandarmi a bagno e poi hanno comprato la mia azienda per quattro soldi, un’operazione che definir da strozzini è essere gentili») la Fiat era riuscita lo stesso ad andare al bagno in pochi anni e, com’è suo collaudato costume, scaricava parte delle perdite sulla collettività con la cassa integrazione.
• A tutti gli ottanta hanno fatto qualche proposta alternativa di lavoro. Del resto era previsto da un accordo sindacale. A me no. Come sempre mi han fatto trattare come l’ultima ruota del carro, come l’ultimo sottopanza dell’Ufficio personale, Alberto Musazzi. Il quale anzi prima ancora che scattasse la cassa integrazione mi chiamò e mi tenne questo discorso: «Lei, Fini è una firma troppo illustre per coinvolgerla nella cassa integrazione». Mi propose quindi di risolvere consensualmente il contratto: l’Azienda mi avrebbe dato quanto mi sarebbe spettato se mi avesse mandato via. «Allora licenziatemi - dissi io -. più lineare. Non sarò proprio io a piantarvi grane: è dal 1980 che sostengo che bisogna tornare a licenziare i giornalisti». Ma di licenziarmi non ebbero il coraggio. Non per me, figuriamoci. Per paura dei sindacai. Perché è crollato il Muro di Berlino, è scomparsa l’Unione Sovietica, è finito il comunismo, ma al Gruppo Rizzoli-Corriere i sindacati e il collettivismo la fanno sempre da padroni; nel settembre dello scorso anno il vicedirettore di ”Anna”, Roselina Salemi, mi chiese di fare una ricostruzione del «Movimento ’77» sapendo che, a suo tempo, lo avevo seguito da vicino come inviato. Apriti cielo, ci fu una sollevazione del sindacato interno e della redazione: «Fini è troppo di destra». Non dovrebbe essere compito della redazione di ”Anna”, settimanale notoriamente rivoluzionario, né di qualsiasi altro giornale censurare ideologicamente i pezzi commissionati dalla Direzione.
• Dopo quell’incontro con Musazzi le cose rimasero ferme per un anno. Avrei potuto ricorrere anch’io a qualche Santo in Paradiso. In fondo qualcuno che nell’Azienda mi stima c’è. Enzo Biagi, per esempio. Lo stesso Alberto Ronchey, attuale presidente della Rcs, che ai bei dì quando doveva essere intervistato dall’’Europeo” si raccomandava: «Mandatemi quello bravissimo». L’ho incontrato anche di recente il buon Alberto, in casa di Spagnol e, come sempre, mi ha coperto, per dieci minuti buoni, di elogi. E io non ho avuto il coraggio di dirgli: «Guarda, Alberto, che io sono un tuo cassintegrato». Non volevo mortificarlo, povero vecchio. Oppure c’è Paolo Mieli, mio antico sodale nell’avventura di ”Pagina”, che in tempi lontani, quando lavorava ancora all’’Espresso” si definiva, scherzosamente, «finiano di stretta osservanza». E conosco anche qualcuno della Proprietà: Susanna Agnelli con cui ho avuto rapporti molto amichevoli per parecchi anni. Ma non mi sono rivolto ai Santi. Perché mio padre diceva che non si fa, che bisogna contare solo sulle proprie forze e sul proprio lavoro. E io sono d’accordo. Se l’Azienda non mi trovava una collocazione aveva pure le sue ragioni e io dovevo rispettarle e rispettare le gerarchie e i ruoli.
• Senonché accadde un fatto curioso. Alcuni giornali della Rcs (’Sette”, ”Anna”) cominciarono a chiedermi autonomamente degli articoli che, dopo un po’, raggiunsero un numero abbastanza consistente. Era una situazione paradossale, assurda e forse anche illegale. La ”Rcs” mi teneva in cassa integrazione però i suoi giornali mi facevano lavorare, pagandomi a parte. come se un operaio delle presse, messo in cassa integrazione, fosse richiamato a lavorare alle presse ma tenuto ugualmente in cassa integrazione. Una cosa che non sta in piedi. Si mette un lavoratore in cassa integrazione perché non serve.
Mi decisi perciò ad andare a parlare con Gianni D’Angelo, amministratore delegato della Rcs Periodici. D’Angelo era, all’epoca, assistente di Bruno Tassan Din ed è quindi responsabile, pro quota, dei disastri di quegli anni. Uscito dal gruppo Rizzoli-Corriere è stato coinvolto nel «crac Cultrera» (un «affaire» da oltre mille miliardi che ha lasciato sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori) e quindi condannato (patteggiamento). stato riassunto dalla Rcs a metà degli anni ’80 (ormai in editoria se non sono pregiudicati non li vogliono) dove pare abbia fatto bene nel settore esteri con lo spagnolo ”El Mundo”. In Italia ha invece combinato sfracelli con la comica iniziativa di ”Ecco”, subito abortita, e la cervellotica idea di dividere ”Bella”, un settimanale che andava a gonfie vele, in due: ”Bella” e ”Donna Oggi”. Risultato: sia ”Bella” che ”Donna Oggi” sono naufragate.
• A D’Angelo esposi la grottesca situazione in cui mi ero venuto a trovare. E poiché avevo cominciato a stendere il tappeto e a sciorinare la mia modesta mercanzia D’Angelo mi interruppe: «Non c’è bisogno che mi spieghi chi è Massimo Fini. Lo sappiamo benissimo». «A me non pare» risposi e aggiunsi che poiché, cassintegrato o no, continuavo a lavorare per i loro giornali, non vedevo il motivo per cui non potessero farmi un contratto per la Rcs come era venuto per altri. L’amministratore delegato disse che ci avrebbe pensato. Pochi giorni dopo fui convocato dal solito Musazzi che mi comunicò che l’Azienda era disposta a darmi dei soldi, molti, 150 milioni, purché me ne andassi. Il lettore penserà che avrei dovuto essere contento. Invece ne rimasi ferocemente umiliato. Sono sempre stato abituato ad essere pagato per lavorare non per togliermi dai piedi. Dovevo valere proprio zero, anzi meno, se mi davano dei soldi per andar via. Mi sentii una nullità. Pensai però anche che Gianni D’Angelo dava implicitamente del cretino al direttore del ”Corriere” che nel corso dell’anno mi aveva fatto intervistare una dozzina di volte, su questo e quello, mettendo la mia opinione accanto a quelle di Biagi, di Montanelli, di Bocca. Non si mette uno zero insieme a gente di quel calibro.
• Così in una canicolare tarda mattinata di maggio di quest’anno mi trovai, insieme ad una decina di altri colleghi, in via Lepetit 8 dove c’è l’Ufficio provinciale del Lavoro. Come un parco buoi fummo avviati in una stretta stanza dall’aspetto patibolare dove, in piedi, scamiciati, sudati, ascoltammo un funzionario dell’Ufficio che faceva l’appello. Era una specie di «Schinder’s list». La porta era aperta e la gente che passava incessantemente nei corridoi gettava ogni tanto un’occhiata di distratta curiosità. Con voce atona il funzionario lesse un documento che aveva valore collettivo. Alla fine chiese: «Ci sono obiezioni?» Forse qualcuno ne aveva, ma restammo tutti muti. Poi ciascuno firmò la sua lettera e Alberto Musazzi, in rappresentanza dell’Azienda, la controfirmò. Lasciammo la stanza e ci disperdemmo per le scale.
• Esattamente il maggio di 28 anni prima mi ero dimesso, giovane impiegato, dalla Pirelli. L’Azienda non poteva avere particolari motivi di simpatia nei miei confronti perché insieme ad un altro impiegato, Maurizio Calzolari (che avrebbe poi fatto anch’egli il giornalista) eravamo stati gli unici white collar a partecipare agli scioperi dell’autunno caldo. Inoltre la mia lettera di dimissioni era stata piuttosto insolente. Ma la Pirelli ci teneva a conservare le forme. Il capo del mio reparto (l’ufficio Stampa e Pubblicità), l’ingegner Gianfranco Isalberti, mi ricevette con molta cordialità e mi tenne a colloquio per mezz’ora. Ci salutammo stringendoci la mano. Ma anche l’amministratore delegato, l’ingegner Franco Brambilla cognato di Leopoldo Pirelli, volle incontrami prima che me ne andassi. Lo avevo incrociato per caso un paio di volte alle raccolte Avis che la Pirelli organizzava periodicamente. Lui ci andava per dare l’esempio, io perché dava diritto a un pomeriggio di libertà e questo valeva ben mezzo litro di sangue. Bramina mi ricevette nel suo studio al prestigioso trentesimo piano del Grattacielo Pirelli dove stavano i massimi dirigenti. Si informò delle ragioni del mio disagio, spiegò quelle dell’Azienda, mi chiese della mia vita e dei miei progetti. «Preferisce caffè o bourbon?». «Bourbon». «allora anch’io». E così, un po’ comicamente, brindammo alla mia uscita dall’Azienda. Mi salutò col fare affettuoso che può avere un uomo di più di sessant’anni verso un ragazzo che ne ha poco più di venti. E poiché vide che io ero un poco meravigliato disse: «Noi lavoriamo per delle aziende ma siamo innanzitutto delle persone e questo non bisogna mai dimenticarlo. Lei e un ragazzo intelligente. Vedrà che anche questa esperienza in Pirelli, che ora le sembra così negativa, le servirà perché con l’andar degli anni, ci si accorge che tutto serve nella vita e nulla è stato inutile. Sono sicuro, e non glielo dico per dire, che lei saprà trovare la sua strada».
• Alla Pirelli ero stato un anno e dieci mesi. Per il ”Corriere” ho lavorato, complessivamente, diciannove anni, ho dato le mie migliori energie, lasciandovi anche qualche brano di salute, soprattutto all’epoca di Tommaso Giglio che ci costringeva a ritmi massacranti. Per undici anni ho tenuto la rubrica più importante dell’’Europeo” non mancandola una sola settimana. Nel periodo 1972-1995, nonostante una parentesi di sette anni, ho scritto più articoli di qualunque altro mio collega dell’ ”Europeo” nello stesso arco di tempo, se si esclude, forse, il formidabile stakanovista Giuliano Ferrieri. Non ho fatto, in diciannove anni, un giorno di assenza.
Non ho mai piantato grane sul lavoro, come un soldatino di piombo ho sempre accettato qualsiasi tipo di servizio convinto, come ci ha insegnato Enzo Biagi, che anche dalla materia apparentemente più modesta si può cavare qualcosa di buono. Non ho mai chiesto un aumento di stipendio, non ho mai fatto spendere un soldo che non fosse strettamente necessario, non c’è stata causa di diffamazione da cui non sia uscito pulito insieme all’Azienda che, in quei frangenti, rappresentavo. Non ho mai scritto un rigo per fare un favore, né debito né indebito, o per procurarmi qualche vantaggio. Ho svolto la mia attività di polemista a 360 gradi, non badando né alle inimicizie che mi procuravo né alle amicizie che perdevo. Tutto, bene o male che mi sia riuscito, è stato scritto in funzione del giornale. Dopo diciannove anni di questo servizio la Rcs mi ha liquidato, in un ufficio da strangolatori, senza dirmi nemmeno «ba». lo stile ”Corriere”.