Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 25 agosto 1997
Una statistica del 1992 afferma che i tifosi dell’Inter sono al 34% operai, al 30% impiegati e al 9% commercianti, quelli del Milan al 22% operai, al 39% impiegati e al 16% commercianti (smentita dunque la leggenda secondo cui il Milan sarebbe pìù popolare dell’Inter)
• Una statistica del 1992 afferma che i tifosi dell’Inter sono al 34% operai, al 30% impiegati e al 9% commercianti, quelli del Milan al 22% operai, al 39% impiegati e al 16% commercianti (smentita dunque la leggenda secondo cui il Milan sarebbe pìù popolare dell’Inter).
• Sogno delle squadre italiane: diventare aziende che guadagnano, andare in Borsa a raccogliere capitali, fare i miliardi con il merchandising (la vendita di magliette, figurine, eccetera) comprarsi gli stadi, farli funzionare sette giorni su sette e ventiquattr’ore su ventiquattro e vendere gli spazi pubblicitari disponibili, moltiplicare gli introiti dei diritti televisivi. Modello al quale tutti vorrebbero ispirarsi: il campionato inglese.
• Per andare in Borsa bisogna fare utili per tre anni di seguito. Ergo: nessuna squadra italiana può essere quotata a Milano. Per impedire a, Milan, Fiorentina, Parma eccetera di scappare a Londra la Consob sta valutando l’opportunità di una modifica del regolamento studiata apposta per il calcio.
• La prima squadra italiana a quotarsi alla Borsa di Londra dovrebbe essere il Bologna, il cui collocamento è curato dalla giapponese Nomura.
• Il business del merchandising è appena agli inizi: fino all’anno scorso, infatti, le squadre di calcio non potevano per legge fare utili. Paragone con l’Inghilterra: lo sfruttamento del marchio del Manchester United equivale, da solo, al fatturato del merchandising di tutte le società italiane di serie A.
• Danni notevoli per i pirati del merchandising che avevano preparato migliaia di ”magliette di Ronaldo” con il numero 9, mentre Ronaldo ha poi dovuto indossare il numero 10 per il rifiuto di Zamorano di rinunciare alla sua maglia.
• La situazione degli stadi è questa: appartengono tutti ai comuni, tranne l’Olimpico che è del demanio. La Reggiana, che l’anno scorso giocava in serie A, s’è comprata lo stadio per 25 miliardi. La Juve paga per il Delle Alpi - di cui non è affatto contenta - sei miliardi di affitto l’anno. Altri (Roma e Lazio, Atalanta, Inter e Milan) versano al Comune una percentuale sugli incassi. Il Parma s’è accollato le spese di ristrutturazione del Tardini e versa un canone simbolico di cinque milioni l’anno. Il Milan provvede al manto erboso del Meazza. Gli stadi più antichi sono il Meazza di Milano e il Dall’Ara di Bologna (1927). L’idea sarebbe quella di costruire un centro polivalente, con negozi, sale giochi, eccetera, dove ospitare anche eventi non-sportivi e accessibili in ogni giorno della settimana. Problema urbanistico: uno stadio così dovrebbe stare al centro della città. L’esempio di Nîmes, nel Sud della Francia, «dove lo stadio ha una particolarità: nei quattro angoli della struttura si svolgono, sette giorni su sette, attività di vario genere, dall’associazionismo sportivo al volontariato» (Vittorion Gregotti).
• La situazione dei diritti televisivi è questa: la Lega calcio incassa ogni anno dalla Rai 500 miliardi e li divide fra trentotto società professionistiche (serie A e B) in una proporzione che non rispetta l’audience e la popolarità di ciascheduna. dunque alle viste, in questo settore, una profonda ristrutturazione che si impernierà su due punti: la creazione di una Super-lega comprendente le squadre che garantiscono un ritorno minimo di audience televisiva; un’organizzazione diversa del campionato (modello spagnolo) che distribuisca le gare di ogni giornata su almeno tre giorni (sabato, domenica e lunedì) e sei orari diversi (pomeriggio-sera).
• Club professionistici inglesi: 92. Tedeschi: 36. Italiani: 128.
• In Inghilterra. Su 18 squadre inglesi che hanno piazzato i loro titoli presso il pubblico solo quattro (Manchester United, Chelsea, Preston North End, Leeds United) hanno adesso una quotazione superiore a quella del prezzo di collocamento. 18.500 risparmiatori che, con mille sterline a testa, hanno comprato quote del Football Fund (fondo specializzato in titoli di società calcistiche) hanno perso in sei mesi il 13% dell’investimento: nello stesso tempo il titolo Financial Times ha guadagnato il 12%.
• Tottenham: il titolo quota oggi 99 sterline e mezzo. Il giorno del collocamento (1983) ne quotava cento. Nello stesso periodo il più tranquillo dei fondi di investimento britannici, il Foreign & Colonial, è passato da una quotazione di 100 sterline a una di 905.
• Calciatori stranieri di questo campionato: 112. Squadra con meno stranieri: il Piacenza (nessuno). Con più stranieri: il Milan (quattordici), seguito dall’Udinese (13) e dall’Inter (11). Debutta nel nostro campionato un calciatore israeliano, Banin (Brescia).
• Ronaldo guadagna sei miliardi e mezzo a stagione e ha ricevuto due miliardi netti di ingaggio una tantum.
• «Secondo una stima, nel campionato di serie A che parte il prossimo 31 agosto il peso delle retribuzioni al lordo delle ritenute salirà a ben 450 miliardi rispetto ai 398 miliardi rilevati dalla Lega nazionale professionisti per il campionato chiuso allo scorso 30 giugno». Un incremento, dunque, del 10 per cento sulle retribuzione del campionato precedente. «Ma c’è di più. Nella stagione 1996-97 gli incassi del massimo campionato sono rimasti pressoché stazionari a 282,5 miliardi con un modesto aumento dello 0,4 per cento. E, a dispetto del buon ritmo con cui procedono le campagne abbonamento di diversi club, la strada verso la copertura degli stipendi con il ricavo dei botteghini è irta di ostacoli. La serie storica degli incassi di campionato non lascia presagire nulla di nuovo. Dal record di quasi 298 miliardi nella stagione 1992-93, infatti, la principale voce caratteristica delle entrate del calcio è crollata nei due campionati successivi (rispettivamente a 269,3 e 268 miliardi) per riprendersi negli ultimi due (281 e, appunto, 282,5 miliardi). Ipotizzando una crescita anche sensibile di biglietti e abbonamenti - trainata da Ronaldo ma anche dall’arrivo di tanti altri campioni stranieri - gli stipendi resteranno anche nel prossimo campionato di circa una volta e mezza gli incassi».
• Solo cinque società di serie A (Juventus, Parma, Udinese, Vicenza, Empoli) hanno chiuso la campagna acquisiti avendo incassato più di quello che hanno speso.
• Il Manchester United fattura 120 miliardi l’anno e ne vale 900. La scorsa stagione ha guadagnato 16,7 milioni di sterline. Il Glasgow Rangers ne ha guadagnati 7,1. Il Milan ne ha persi 17,8 secondo la Deloitte per via del fatto che gli stipendi pagati dal Milan sono due-tre volte quelli della società inglese e di quella scozzese (ma gli stipendi dei calciatori inglesi aumenteranno quest’anno del 25%).
• Quattro domande a Umberto Agnelli. Il calcio italiano spinge per andare in Borsa. Ritiene che sia una rivoluzione o un bluff?
«Per andare in Borsa è necessario dimostrare, oltre a ragionevoli aspettative sportive, una prospettiva di conto economico strutturalmente in attivo e preferibilmente un patrimonio. Quindi, veda un po’ lei».
Capisco lo scetticismo. Eppure, lei ha sempre detto: il calcio è show business.
«Credo che siano in tanti ad averlo capito, e ognuno interpreta questa verità in base ai propri obiettivi. Non so, però, se tutti si rendono conto che lo show business è un business molto difficile».
Che cosa dobbiamo importare come modello dalla Gran Bretagna?
«La consuetudine di avere lo stadio di proprietà, una televisione più avanzata e più meritocratica e una tutela dei marchi più rigorosa».
Le piacerebbe avere, con la Juve, il Manchester United?
«Mi piacerebbe averlo, ma non comprarlo».
(Umberto Agnelli ad Antonio Galdo di ”Panorama”)
• «Sarò un vecchio sentimentale, ma certo da investitore non comprerei mai il titolo di una squadra di pallone» (Gianni Agnelli).
• Roberto Baggio è più popolare in Giappone, Cina, Thailandia che in Italia. Vialli guadagna cinque miliardi al minuto per stare in panchina perché il suo allenatore, Gullit, forse giustamente non lo considera più presentabile in campo.
• «Nella tribù Gahuku-Gama, in Nuova Guinea, i vari accampamenti si sfidano a partite di calcio praticamente interminabili: continuano a giocare finchè ogni campo non ha vinto e perso lo stesso numero di partite (Lévi-Strauss Loa pensée sauvage, 1962). Tra gli aztechi, invece, si giocava - prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli - al tlatchli, un gioco che alcuni studiosi considerano un lontanissimo antenato del calcio: le partite erano di fatto delle cerimonie sacre alla fine delle quali il capitano della squadra sconfitta veniva sacrificato».
• Semplice, opinabile, interpretabile. Ragioni del successo del calcio secondo Christian Bomberger (Le match de football): «è semplice (lo si può giocare ovunque, non è indispensabile essere in undici, non abbisogna di particolari infrastrutture), ma al tempo stesso infinitamente interpretabile. Il caso, l’errore, l’imbroglio giocano in esso un ruolo a volte decisivo e sempre opinabile (vedi il gol di Turone in Juve-Roma dell’’81: fuorigioco o no?)».
• Definizioni del calcio. «Secondo Norbert Elias è il controlled decontrolling of emotions, l’esplosione controllata delle emozioni; secondo Ehrenberg rispecchia l’ideale delle società democratiche, ma è altrettanto affascinante considerarlo il luogo «dove la violenza diventa eufemistica, ritualizzata»; o leggere i tifosi come «un’unità psicologica», secondo la teoria delle masse di Elias Canetti, vedere lo stadio come la versione moderna del tempio».
• Che cosa conta. «Saranno importanti le variabili finanziarie, ma alla fine ogni società dovrà fare i conti con i risultati in campo. I numeri che contano saranno sempre tre: 1, X, 2» (Mario Sconcerti).