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 1997  febbraio 17 Lunedì calendario

Enrico Galmozzi ha 45 anni

• Enrico Galmozzi ha 45 anni. un uomo di media statura, robusto; con una fisicità che, forse anche per i suoi precedenti, incute un certo rispetto. Dopo un’esperienza in Lotta Continua, Galmozzi è stato, con Sergio Segio uno dei fondatori di Prima Linea, il più agguerrito gruppo terroristico degli anni ’70 dopo le Brigate Rosse. Condannato a 22 anni e mezzo per gli assassinii del missino Pedenovi e di un brigadiere della Digos ne ha scontati dieci più tre di semilibertà. In carcere si è laureato in sociologia («Ho preso il mio bravo 110», dice. «Se il programma prevedeva quattro libri io ne portavo otto, avevo tempo») e quando è uscito si è rifatto una vita. Sposato con una ex terrorista, sua compagna da sempre, ha due figli ed è direttore commerciale di una piccola azienda a conduzione familiare. Ma non ha lasciato del tutto l’impegno politico anche se è passato a tutt’altra sponda: da qualche anno si è infatti avvicinato («soprattutto per motivi culturali» sottolinea) al gruppo di estrema destra che si riunisce intorno alla rivista Orion che si definisce nazionalcomunista. Oggi quindi può raccontare da un’angolatura molto particolare quegli ”anni di piombo” tornati alla ribalta con la condanna di Adriano Sofri e che lui visse tutti dall’interno.
• Quando sei entrato in Lotta Continua? «Nell’agosto del ’72, tornato da militare. Prima ero nel Circolo Lenin di Sesto San Giovanni, un gruppo di matrice operaista che sul piano del lavoro di fabbrica già collaborava con Lc. C’era anzi un dibattito per entrare nel movimento di Sofri ed io ero uno dei più scalpitanti mentre il leader del Lenin, Piero Del Giudice, tentennava. Tornato da militare decisi di tagliare la testa al toro, così entrai in Lotta Continua sei mesi prima di tutto il Circolo Lenin. Per un annetto mi sono occupato prevalentemente di lavoro operaio perché ero andato a lavorare in fabbrica, prima alla Sirti, poi alla Breda. Per un po’ tutto filò liscio perché mi interessavo dell’organizzazione della violenza operaia :che era una cosa che faceva assolutamente parte del discorso politico di Lc». Per la verità non c’era solo la ”violenza operaia” in Lc. Il Tempo ha pubblicato nei giorni scorsi un opuscolo del movimento, ”Pagherete tutto”, che è un invito alla caccia all’uomo indiscriminata. «Mah, sai, la contrinformazione è sempre stata una pratica fondamentale per un gruppo come quello di Lotta Continua. Svelare chi fossero, sul territorio, i fascisti, schedarli, non significava necessariamente che poi dovevi andarli a beccare uno a uno». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Però poi questo, di fatto avveniva: almeno una decina delle persone che apparivano in ”Pagherete tutto” furono sprangate. Chi è che faceva questi lavori? «Ah, beh, i servizi d’ordine, su questo non ci piove. Ma allora la spranga apparteneva al Ms, ad Avanguardia Operaia, cioè a gruppi che erano molto meno accesi e militaristi di Lc. Basta pensare al giovane Ramelli che fu fatto da quelli di Avanguardia Operaia. A quel tempo la spranga, il ”cucchino” come si diceva in gergo, andare a prendere il fascista sotto casa o nei posti di lavoro, era una cosa teorizzata e praticata da tutta la sinistra extraparlamentare». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• ”Uccidere un fascista non è reato” non è quindi solo uno slogan. «Certamente. C’era un comune sentire in queste cose che tra l’altro travalicava i confini della sinistra extraparlamentare. Voglio dire che il Pci di allora poteva fare tutte le condanne che voleva ma, metti in un posto come Sesto, la sua base, i vecchi operai, gli ex partigiani erano d’accordo e spesso venivano anche loro. Mi ricordo che la prima volta che ho partecipato all’assalto di una sede del Msi, quella di Sesto, c’era con noi anche gente iscritta al Pci». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Non ho mai capito questo accanimento contro i «fascisti» che, rispetto alla lotta al potere che voi volevate fare, erano marginali. Era come colpire il canile invece della casa. «Come ti ho detto la violenza contro i fascisti trovava larghi consensi, aveva una vasta legittimazione. Quindi l’azione contro il fascista ti consentiva di aumentare il tuo prestigio, la tua entratura, la tua penetrazione fra le masse. Per quelli poi che, come me, già pensavano alla lotta armata era un modo di far passare l’idea che la violenza andava usata non solo in azioni di massa ma che poteva anche essere individuale, ”da comando”, terrorista insomma». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Quand’è che fondate Prima Linea e vi staccate da Lc? « stato un processo graduale. Prima ci siamo costituiti come frazione interna fortemente critica verso il gruppo dirigente. Con noi c’era soprattutto gente dei servizi d’ordine. E cominciamo a fare cose, per così dire, non ufficiali, assalti a sedi Dc, Msi, bottigliamenti. Eravamo diventati una sorta di livello illegale di Lc. I contrasti cominciarono nel ’73 perché a quell’epoca il gruppo dirigente vira a destra, fa un passo indietro. Allora lo vissi come un tradimento, adesso penso che avessero ragione loro. Cioè noi scambiavamo gli ”ultimi fuochi” L’occupazione della Fiat, i fazzoletti rossi per l’alba radiosa del mondo nuovo, mentre invece Sofri vide lucidamente che si stava chiudendo un ciclo che era cominciato col contratto del ’66. Quindi viene a Milano a commissariare la sede perché sfugge di mano ai dirigenti locali. Eppoi ci fanno capire che se ce ne andiamo è meglio perché ormai le nostre opzioni sono diverse. Lo fanno in modo molto soft, ma il discorso è questo. Noi usciamo nel gennaio, febbraio del ’74 e cominciamo a prendere contatti con gente che la pensa come noi, sostanzialmente ci leghiamo ad elementi che vengono da Potere Operaio. Da questa confluenza nasce il gruppo fondatore di Prima Linea». Chi sono i leader? «Quelli proprio storici sono Segio, Livardi, io e poi i torinesi, cioè Solimano. Il ’74 lo utilizziamo per l’organizzazione la formazione, il dibattito politico. Le prime azioni in cui si spara alle gambe sono del ’75». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Alle gambe, quindi non ve la sentite ancora di uccidere. «Mah, sai, non era questione di sentirselo. Il discorso che noi facevamo allora, e che certo detto adesso può sembrare di un cinismo totale, era un altro. Per noi il grado di intervento militare doveva essere commisurato alla legittimazione che pensavamo di aver a livello di massa, non di milioni di individui ma di avanguardie di fabbrica e di quartiere . Erano gli operai a dirtelo. Chiedevamo ”Possiamo gestire un azzoppamento? ”Sì”. Possiamo fare quest’altro? ”No”. Ma era appunto un discorso di metodo non di principio, se fosse cioé lecito o no uccidere». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Facciamo un passo indietro. Tu entri in Lc nell’agosto del ’72. Che si diceva allora in quell’ambiente del delitto Calabresi? «Nulla». Strano, perché Calabresi era stato ucciso pochi mesi prima. «C’erano degli ammiccamenti su Calabresi come su altre cose, nulla era mai esplicito. Ma vai a sapere se lo facevano per darsi importanza o perché ci fosse qualcosa di vero». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Però negli anni vien fuori che proprio Prima Linea attribuisce l’omicidio di Calabresi a Lotta Continua. Tanto che in un’intercettazione telefonica all’indomani dell’arresto di Sofri Marco Boato dice: « C’è questa chiacchiera che gira nel sottobosco degli ex di Prima Linea». A che cosa si riferisce? «Credo a due testimonianze, le prime che vennero dall’interno del terrorismo sul delitto Calabresi e molto antecedenti la confessione di Marino. Sono quelle di Sandalo, ex Prima Linea e del brigatista Bonavita. Di Sandalo so poco, era un tipo un po’ disturbato, un mezzo pazzo malato di protagonismo. Disse cose del tipo che Lc mandava gente in Irlanda ad addestrarsi sugli esplosivi con l’lra. Non so quali potessero essere le sue fonti, secondo me l’attendibilità di Sandalo è vicina allo zero. Il caso di Bonavita mi riguarda invece personalmente e per questo sono stato anche interrogato come teste al processo Calabresi. Bonavita riferì che io gli avevo detto: ”La lotta armata non l’avete inventata voi perché quando voi ancora bruciavate le macchine noi sparavamo a Calabresi”. In realtà io dissi una cosa diversa, c’era un contenzioso politico fra noi di Prima Linea e le Br sulla primogenitura della lotta armata. Io dissi a Bonavita che la lotta armata non era nata con loro, che era un processo multiforme con diversi punti di origine, ma che se proprio volevano metterla sul piano della potenza allora, dissi, quando loro bruciavano ancora le macchine c’era chi sparava a Calabresi». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Non facesti il nome di Lotta Continua? «No. una deduzione che fa Bonavita. Siccome io ero stato di Lc lui fa uno più uno uguale due. Comunque tutti noi di Prima Linea eravamo assolutamente convinti, e lo siamo tuttora, che Calabresi fosse stato fatto da militanti della sinistra rivoluzionaria. E allora Prima Linea e Br non c’erano. Però io credo che sia scorretto, non dal punto di vista etico, ma da quello della ricostruzione storica dire genericamente ”quelli di Lotta Continua”. Lc aveva molte anime. C’era quella libertaria, anche se non contava niente nel gruppo dirigente. Nella mia realtà, quella di Sesto, c’erano i preti operai che per quanto operai e cattocomunisti erano pur sempre preti e non potevano essere per la violenza armata. C’erano quelli che erano lì per farsi gli spinelli. Lotta Continua era un movimento enorme e molto complesso. Ma certamente questo discorso non può valere per il gruppo dirigente, per Sofri e Pietrostefani. Il gruppo dirigente era assolutamente convinto che la strada insurrezionale dovesse passare per la lotta armata. Il dibattito sulla lotta armata, che Lc chiamava il dibattito sulla ”forza”, è cominciato nel ’70 e la discussione poteva essere sui tempi, sui modi, non sul merito, non sui principi, sulla intangibilità della vita umana, sulla violenza sì, sulla violenza no, la violenza è brutta, viva Ghandi. Tanto è vero che quando noi siamo usciti da Lotta Continua nessuno ci ha mai obbiettato: ”Siete matti perché la rivoluzione non si fa con le pistole”. La differenza che poteva esserci fra me e lo stesso Boato era sui tempi, sul consenso che in quel momento l’atto militare poteva avere sulle masse, non sui principi, sul fatto cioè che bisognava fare l’insurrezione usando la violenza. Caso mai questi sono dibattiti fatti a posteriori, per rifarsi una verginità e un’identità». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Eppure a me Marco Boato, di tutti quelli che sono scesi in campo a difesa di Sofri, mi pare uno dei pochi sinceri. Mi ricordo che negli anni caldi, quando poteva apparire una bestemmia, mi disse arrossendo: «Pensa che io sono quasi... contro la violenza». «Può essere. Boato era talmente cretino che poteva anche non essersi accorto di nulla. Solo uno scemo come lui poteva non vedere certi movimenti, gente che andava, gente che veniva, le molotov, eccetera. Però alla fin fine Lotta Continua aveva come inno ” l’ora del fucile” e quindi anche chi stava nel movimento con un’altra dimensione non può fare troppo l’anima bella». L’unica giustificazione che potevano avere questi qui, ma non so nemmeno se è una giustificazione o un’aggravante, è che gli intellettuali – di questo me ne sono reso conto in seguito – spesso non hanno chiaro il nesso fra l’evocazione nominalistica, letteraria della parola insurrezione e il passaggio immediatamente conseguente per moltissimi militanti, metti il mio caso, che, evocato il termine insurrezione, pensavano di prepararla concretamente. Forse non recepivano che l’insurrezione era quella cosa lì: sangue, ammazzamenti, violenza, terrore. Forse pensavano che fosse una metafora. Forse giocavano con le parole. Forse credevano che nessuno sarebbe mai venuto a vedere il bluff» (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• E Sofri e Pietrostefani a che categoria appartenevano? «Sofri quando parlava di insurrezione sapeva benissimo che cosa volesse dire e le conseguenze che implicava necessariamente. Questo discorso può riguardare caso mai Boato, Gad Lerner, Luigi Bobbio e anche certi intellettuali che giravano intorno a Potere Operaio. Ma ti dirò di più. Se tu guardi il programma politico di Prima Linea non è che fosse molto diverso da quello della Fiom, cioè del sindacato dei metalmeccanici. E quando io, certo in una realtà ”calda” come Sesto, parlavo con i segretari di sezione del Pci, con i quadri intermedi, con i militanti operai, con gli ex partigiani, anche con loro il dibattito era sui tempi della violenza non sul merito. Quindi dentro questa ambiguità di fondo vi stavano tutti. Almeno fino alla svolta di Berlinguer del ’76. Mentre oggi, a sinistra, chiunque sostiene che c’era un’opposizione di principio al terrorismo. Non è vero non c’era. quella che io chiamo ”la grande menzogna” che consiste nel separare drasticamente e radicalmente ciò che Rossana Rossanda definisce l’area della sovversione sociale”, che copre tutta la sinistra extraparlmentare, e il mondo del terrorismo come se fossero due realtà incomunicanti e incomunicabili non solo dal punto di vista del metodo, ma anche quello dei principi, dell’universo di valori, negando invece che i gruppi extraparlamentari sono stati la palestra, il luogo di formazione e di incubazione del terrorismo. una menzogna che vien fatta circolare a partire dagli anni ’80 e che è funzionale a una drastica separazione di responsabilità, salva loro e a noi ci condanna per l’eternità. Ecco perché oggi si può pensare ad una soluzione privata, specifica, personale, per il piccolo principe Adriano Sofri che è invece una discriminazione intollerabile». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Che tipo era Sofri, ai tempi di Lotta Continua? «Beh, allora era un grande personaggio, uno con un grande carisma. un fatto magnetico, che non si può spiegare. Carisma vuol dire credibilità, autorevolezza senza per questo essere autoritari. Sofri non aveva bisogno di alzare la voce, di dare ordini perché esercitava un tale fascino sulle persone che gli stavano attorno che tutti lo seguivano naturalmente. Era un fatto quasi mistico». E il Sofri del dopo? «Quello che io rimprovero a Sofri e agli altri di Lc è di essere stati, per evidenti ragioni di opportunismo personale, fra i principali artefici di quella ”grande menzogna” di cui parlavo. Eppoi sono stati scorretti anche sul piano umano: hanno assolutamente negato tutti i rapporti, anche esistenziali, di contiguità personale, di affettività, non ti conoscevano nemmeno più. In quanto a Adriano Sofri, uno che ha vissuto nel fuoco di quegli anni, che è stato in un ruolo così importante politicamente e moralmente, non poteva chiamarsi fuori, su quegli anni doveva prendersi anche delle responsabilità». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Quali? Senti, io sono assolutamente disinteressato agli aspetti penali della vicenda Calabresi. Quelli riguardano i giudici. Tra l’altro sono convinto che Marino è uno che mente, che nasconde quantomeno qualcosa. Ma a me interessa il dato politico: il signor Sofri dovrebbe dire onestamente se è pensabile, se è immaginabile che in Italia qualcuno facesse l’operazione Calabresi senza la campagna di Lotta Continua. Se le due cose sono separabili. Tra l’altro sulle cose scritte prima Sofri si è difeso dicendo ”Vabbé, ho scritto cose tremende, abbiamo scritto cose tremende, però non pensavamo che...”. Nessuno gli ha fatto notare che ha scritto cose anche dopo. Questa è cronaca. Il giorno dopo ”Lotta Continua” esce con ”Giustizia proletaria”. E allora non funziona più il discorso che dice ”ma io scrivevo quelle cose per fare denuncia politica e poi un pazzo ha sparato”. Perché non l’hai detto il giorno dopo? Perché ha aspettato vent’ anni? Allora significa che prima, durante e dopo l’azione Calabresi tu eri dentro le coordinate ideologiche, politiche, storiche, morali, umane che hanno portato a quell’omicidio. Sofri deve soltanto ammettere questo. Basta. Eppoi c’è anche la parte finale del percorso di Sofri che mi disgusta. Lui ha tentato di accreditarsi come opinion leader sulla questione jugoslava arrivando a dire cose francamente orrende. Ha tacciato la sinistra italiana di vigliaccheria per non essersi incatenata di fronte all’ambasciata americana per chiedere l’intervento dei B52 su Belgrado. Questo, fuor di metafora, significava massacrare decine di migliaia di persone innocenti. Insomma, secondo me il profilo che ne esce è quello di un boia». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
•  l’eterno protagonismo di Sofri, insieme al sottile vittimismo suo e dei suoi amici, che disturbano. «Quella è gente che si considera al di sopra di tutto, di qualunque giudizio. Perché sono grandi intellettuali, perché frequentavano Moravia, perché facevano, e fanno parte di un circolo sostanzialmente elitario. Non è che loro non accettano la condanna, loro non accettano neanche di essere giudicati. Il solo fatto che qualcuno abbia la presunzione di esercitare un giudizio sulla loro storia, sulle loro vicende personali e umane per loro è intollerabile. A parte che ho sentito dire da persone insospettabili che Sofri non c’entra perché è intelligente. Siamo a Lombroso. Una discriminazione che più classista non si potrebbe». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Non mi stupisce. Negli anni del processo Calabresi è venuto fuori, da parte di Sofri e degli altri, il disprezzo che questa gente ha per quel proletariato e sottoproletariato per il quale diceva di voler lottare. «Credo che sulla lunga distanza ognuno si riveli per quello che è. A vent’anni il fatto di abbracciare più o meno totalmente un’ideologia ti porta a condividere anche solo la presenza vicino a te del proletario e del sottoproletario. Quando questa dimensione, che è puramente astratta, viene meno, tu torni a essere quello che sei, un borghese, e quelli tornano a essere quello che sono, dei proletari. Abbiamo scherzato per un po’, e andata male...». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
•  la storia di sempre. La solita. «Ma la vicenda Sofri ha assunto degli aspetti di discriminazione veramente odiosi. Se tu pensi che ci furono proteste bestiali perché Adriana Faranda aveva partecipato a una trasmissione televisiva. In questi anni si è fatto un gran battage perché noi, di Prima Linea o delle Br, non avessimo più diritto di parola, nemmeno quando eravamo ormai fuori. E Adriano Sofri, appena condannato da un Tribunale italiano, scrive sulle prime pagine di tutti i giornali e va in Tv. E una disparità assolutamente insopportabile. Che tra l’altro riguarda persino persone strutturalmente simili a lui. Pensa al can can che ha fatto il Pci sul caso Piperno. Piperno è uno che ha fatto un solo sbaglio, clamoroso, nella sua vita: scrivere quella frase sulla geometrica potenza. Frase infelicissima, per carità. Ma ne ha avuto la vita rovinata. E adesso se Piperno, che è una delle persone píù intelligenti che io abbia mai conosciuto, fa il consulente di un assessore del comune di Cosenza, apriti cielo, scandalo, gravissimo scandalo. (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Mi pare, Galmozzi, che hai proprio il dente avvelenato col Pci-Pds. «Ti dirò di più: il Pci ha delle responsabilità micidiali nei ritardi e nelle lentezze con cui lo Stato ha affrontato il fenomeno del terrorismo. Per anni, fino quasi al ’77 quando hanno cominciato ad arrestare copiosamente terroristi che provenivano dallo stesso Pci, il Partito comunista ha sempre sostenuto che in realtà il terrorismo era fascista, contribuendo in maniera sistematica e scientifica non solo genericamente, alla disinformazione di massa ma anche ad impedire allo Stato qualsiasi know how sul fenomeno. Per anni polizia e magistratura non sapevano dove mettere le mani. E il Pci ha responsabilità enormi perché sapeva benissimo come stavano le cose». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Tu hai fatto dieci anni di carcere. Ti è stato utile? «A cosa? Il carcere distrugge, io ho fatto otto anni nelle carceri speciali, sono stato nei «braccetti». Abbiamo subito maltrattamenti, avuto casi di tortura. Però devo dire che eravamo perfettamente consapevoli che, se fosse andata male, ci sarebbe stata una pena e che ci sarebbe stato anche un certo atteggiamento nei nostri confronti. Noi di Prima Linea non abbiamo mai fatto del vittimismo, perché sapevamo che se tu vai in giro a sparare alla gente non puoi aspettarti che se ti prendono ti danno un premio». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Come hai vissuto in carcere? «Il carcere i primi anni era un proseguimento del fuori, c’era ancora una forta carica militante. Ti sentivi in guerra. Quindi risse con le guardie, botte. In carcere puoi resistere solo se la tua motivazione è molto profonda, anche perché lo Stato ci trattava con una durezza estrema. In carcere ognuno torna se stesso, senza mediazioni. I ”pentiti” perché cedono quasi subito? Perché quando ti arrestano si rompe il vincolo di solidarietà con l’organizzazione e tu resti solo con te stesso. E allora se uno non aveva avuto motivazioni veramente profonde, se lo aveva fatto in maniera svagata... a te parrà un’enormità che si possa fare la lotta armata così, tanto per fare, però in realtà queste cose in quegli anni c’erano. Se tu stavi in determinati territori, in certi quartieri, c’era anche un fatto di prestigio, di promozione sociale. Questi qui cedono subito. Io ho cominciato a dare segni di stanchezza nel ’79, non mi riconoscevo più nel ”fuori”. Mi fecero molta impressione i motivi per cui era stato ucciso Ghiglieno, un dirigente della Fiat. Eppoi quel barista, che fu un fatto addirittura surreale. Comunque fu soprattutto Ghiglieno: lo avevano ammazzato perché c’era stata una perdita di consenso alla Fiat e pensavano di riconquistarlo in quel modo. Una cosa folle. Decisi quindi di rompere. All’inizio è difficilissimo perché in carcere se manifesti un’intenzione del genere ti ammazzano. Quindi fu una cosa molto sotterranea che durò un anno e che coinvolse molti di noi di Prima Linea. Devo dire che furono abili anche le Istituzioni, soprattutto quelle carcerarie in cui trovammo degli interlocutori molto attenti». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Chi? «Beh, c’era Niccolò Amato. Ma anche i magistrati. Devo dire che i magistrati che più ci avevano perseguito sono quelli che ci sono stati poi più vicini: Spataro, Caselli, anche Di Pietro che a Bergamo ci aiutava, ci dava una mano. La mia vita in carcere cambiò, passai alle ”aree omogenee”. L’altra faccia della medaglia però è che perdi il senso. Da irriducibile sai perché sei lì, dopo non lo sai più. Ti chiedi: cosa ci sto a fare? Perché sono qua? Cosa faccio? Ti devi inventare qualcosa. Così ciascuno di noi ha seguito le proprie inclinazioni. Moltissimi si sono riciclati nell’informatica, che allora era abbastanza agli inizi, spesso con buon successo. E io mi sono iscritto all’università e mi sono laureato. Praticamente ho passato gli ultimi anni studiando come un forsennato». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Come giudichi oggi la tua storia di terrorista? «Non riesco a vederla se non collocandola nel contesto di allora, anche se nel quadro di un fondamentale abbaglio. Non c’erano le condizioni per fare la rivoluzione». E se ci fossero oggi la rifaresti? «Beh, credo che sia improponibile un ragionamento del genere. Su molti dei principi in cui credevamo allora oggi ho delle fortissime riserve. Tutti i modelli di socialismo realizzati sono falliti. Io penso che oggi il contrasto non è più tanto fra capitale e lavoro, fra sistema imperialista e paesi socialisti che tra l’altro non ci sono più. Il contrasto è fra identità umana, culture nazionali e un tentativo di omologazione planetaria che tende ad estendere in tutto il mondo un unico modello, non solo di mercato e di produzione, ma antropologico, che spazza via ogni forma di differenza. Sono i motivi per cui mi sono avvicinato a quelli di Orion, perché nella sinistra, Rifondazione compresa, non c’è interesse per questi temi». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)
• Ora che tutto è alle spalle ti spiace aver ucciso due uomini? «Beh, sai, noi allora ci credevamo legittimati da cose molto forti. Bisogna aver provato a stare in un corteo di 50 mila persone che urlano ”morte al fascio” come in guerra. Ti senti in guerra». Ma in guerra la legittimazione, tranne qualche eccezione, rimane anche quando è finita. Mentre voi quella legittimazione l’avete perduta. «Guarda, nonostante io abbia cambiato centomila idee e sia ormai un tranquillo padre di famiglia, c’è una cosa di cui rimango convinto e so di fare scandalo: in quegli anni una guerra c’è stata e non a senso unico. Del resto, in un certo senso, me lo confermò anche Violante una volta che era venuto a trovarci a Bergamo. Siccome lamentavamo certe autentiche fucilazioni sul campo di compagni che c’erano state da un certo momento in poi, Violante fece quel suo ghigno abbastanza impressionante e disse: ”à la guerre comme a la guerre”». Quindi non ti pesano quelle morti? «Certo che mi pesano. Io ho due figli e anche loro avevano dei figli, io ci sono e loro non ci sono più. Ma queste cose mi pesano oggi come mi pesavano allora. Non credere che sia facile uccidere un uomo. Quando premi quel grilletto, così docile al più lieve tocco... beh, in quel momento pesa venticinque chili». (Enrico Gilmozzi a Massimo Fini)