Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 30 dicembre 2002
Il 2002 si chiude all’insegna del pessimismo
• Il 2002 si chiude all’insegna del pessimismo. «A parte l’incombente rischio di guerra tra Stati Uniti e Irak che agisce pesantemente sulle aspettative dei soggetti economici, i fatti tendono a essere interpretati in chiave pessimista, considerando sempre il bicchiere come ’mezzo vuoto’, piuttosto che ’mezzo pieno’. Inoltre, è diffusa l’abitudine al lamento nel giudicare i fatti economici, con l’enfatizzazione degli aspetti negativi e la tendenza a scordarsi di quelli positivi» (Carlo Secchi).
• Un Natale di austerity. La flessione dei consumi, dicono i pessimisti, è stata del 20 per cento in Italia, del 30 per cento negli Stati Uniti, il ribasso più forte degli ultimi tre decenni.
• Il boom delle ”coserie”. In Italia hanno fatto affari solo bric a bràc di sveglie, pupazzi, amuleti ecc., prezzo tra 7 e 25 euro. La scelta è caduta soprattutto sui capi di abbigliamento, ma del tipo felpe economiche e magliette. Oppure abiti costosi, niente di intermedio il cui target ha rinunciato quasi del tutto a comprare. Nonostante la pubblicità, la terza generazione di cellulari non è diventata il regalo bestseller del Natale. Risultato: secondo Confesercenti gli italiani hanno speso in regali 4,1 miliardi di euro meno dell’anno scorso (-3,5 per cento). Le spese per il cibo (in tutto 2,9 miliardi di euro) sono aumentate del 5 per cento, a scapito però dei ristoranti, e comunque più moscato che champagne, pollo e verdura invece di salmone e caviale, male panettoni e pandori, un crollo per i torroni.
• Il business delle vacanze e il Capodanno. Le prenotazioni sono aumentate del 2,6 per cento rispetto al 2001, quattro milioni le persone che hanno scelto di trascorrere le feste in località di villeggiatura. Così così il Capodanno, l’82 per cento degli italiani lo passerà in casa, il 6 per cento al ristorante (1,1 milioni di persone, +2 per cento sul 2001), in tutto verranno spesi 2,1 miliardi di euro (113,3 milioni al ristorante).
• La crisi è generalizzata. In Francia le spese sono diminuite da novembre a Natale dell’1,7 per cento rispetto al 2001 (e, molto più spesso che in passato, si sono usate le carte di credito). In Germania, secondo un’indagine dell’associazione di categoria Hde, l’ultimo sabato pre-natalizio ha registrato vendite in calo per il 40 per cento dei negozianti, in aumento per il 30, stabili per gli altri. Le vendite restano comunque penalizzate dall’attuale legge sul commercio al dettaglio, una delle più restrittive d’Europa, tanto che la grande distribuzione può restare aperta solo fino alle 18, la domenica non se ne parla nemmeno. Il progetto del ministro dell’Economia e del Lavoro, che prevede negozi aperti fino alle 20 il sabato, ha incontrato il favore dei dettaglianti e la forte opposizione dei sindacati, che temono un peggioramento delle condizioni di lavoro degli addetti alle vendite.
• Eccezioni. Tra i Paesi in controtendenza la Gran Bretagna, con una spesa media per le feste di 860 sterline (1.376 euro), 36 più dell’anno scorso. Ma, dicono gli scettici, ciò è dovuto solo all’anticipo dei saldi e i conti andranno fatti a feste concluse. E l’indice di fiducia dei consumatori, aggiungono, a dicembre ha toccato il livello più basso degli ultimi 14 mesi.
• Da 1000 a 770 dollari: questa la riduzione delle spese natalizie medie degli statunitensi dal 1999 al 2002. Wal Mart, la più grande catena di vendita al dettaglio al mondo, prevedeva per dicembre una crescita del 3-5 per cento rispetto all’anno scorso, invece sembra aver raggiunto appena il 2 per cento.
E’ addirittura andata peggio a concorrenti come Sam’s club, Target, J.C. Penney, Federated Department Stores: complessivamente il tasso di crescita delle vendite nel periodo novembre-dicembre dovrebbe attestarsi all’1,5 per cento, il peggiore risultato dal 1970.
• Il tenace ottimismo americano vacilla. C’è da preoccuparsi, perché la maggiore economia del pianeta negli ultimi anni ha fatto da locomotiva della crescita mondiale proprio grazie alla tenuta dei consumi. Interi settori dell’economia, come le nuove tecnologie che guidarono l’ultimo boom, non riescono a vendere se non abbattendo drasticamente i prezzi, e quindi i profitti. [9] Un centro commerciale di Los Angeles ha esposto il cartello ”Saldi colossali – Sul serio”.
• Va bene solo ai commercianti online. Chi ha resistito alla crisi della new economy festeggia vendite che, secondo le stime di Bizrate, da novembre a Natale sono aumentate del 40 per cento rispetto al 2001. Ma le vendite via internet, 11,3 milioni di dollari, contano ancora poco nel fatturato generale.
E, comunque, non va bene per tutti: a giudizio della Borsa, ad esempio, le vendite natalizie di Amazon non sono state soddisfacenti.
• La differenza tra Usa ed Ue: in America uno dei pochi vantaggi della crisi è che andando al supermercato la gente si sente ogni giorno un po’ più ricca (a patto di avere un lavoro) in Europa invece i consumatori si sentono defraudati da un’inflazione troppo alta.
La colpa sarebbe dell’euro. Sergio Billè, presidente Confcommercio, è arrivato a dire che la moneta unica costituisce un lusso che non ci potevamo permettere, meglio sarebbe stato rinviarne l’adozione.
• euro ha spinto l’inflazione. Si dice: «I negozi hanno sostituito alla parola lire la parola euro. E’ rimasta solo la cifra».
In Germania hanno coniato un neologismo, Teuro, che suona più o meno come «caro-euro».
La settimana scorsa è giunta anche l’ammissione di Wim Duisenberg, presidente della Banca centrale europea: «Alberghi, ristoranti e bar – ha detto – hanno utilizzato l’introduzione dell’euro aumentando i prezzi. Ma il costo di beni come computer e attrezzature fotografiche, che la gente non acquista ogni giorno, è calato». Romano Prodi ha quantificato l’impatto della moneta unica sull’inflazione nello 0,2 per cento (lo 0,5 per l’Italia). Secondo le associazioni dei consumatori il tasso ha ormai raggiunto il 6 per cento (contro il 2,2 ufficiale a fine novembre ed il 10 dei catastrofisti).
• L’euro, una causa di impoverimento, così la pensano gli italiani a un anno dalla sua adozione. «I prezzi sono molto aumentati, osservano le famiglie. Non è vero, rispondono fonti statistiche, ministeri e autorità europee. I confronti sono poco convincenti, l’indice dei consumatori è triplo di quello ufficiale, ma un giudizio risolutivo è impossibile, dipende dal reddito della famiglia, da dove abita e così via. Qualche studio sottolinea la differenza tra inflazione percepita e inflazione effettiva. La prima è alta ma soggettiva, così è la seconda che conta per tutti [...] In Italia la differenza tra inflazione percepita ed effettiva è la più alta d’Europa [...] Se un’economia langue, l’inflazione percepita può affossarla più di quella effettiva» (Carlo Bastasin).
• Fantasia. «Ci vuole molta fantasia a ritenere che la colpa sia della moneta comune, e non piuttosto della scarsa concorrenza, della superficialità degli acquirenti e della mancanza di iniziative anche sul piano della comunicazione per mantenere viva l’attenzione sui rapporti di cambio sino a che (ma ci vorrà del tempo) i cittadini/consumatori non ragioneranno in euro» (Carlo Secchi).
• Gli indici di Borsa chiuderanno il 2002 con perdite pesanti per il terzo anno consecutivo. Una crisi così prolungata ha solo due precedenti storici: la grande depressione degli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale. [6] Gary Jenkins, uno dei responsabili della ricerca di Barclays Capital, avverte che «se il 2003 dovesse concludersi con il segno negativo, ci troveremmo in una situazione che non ha precedenti dagli anni Trenta». L’indice di ottimismo degli investitori individuali nei cinque più grandi Paesi dell’Unione europea, elaborato dalla Ubs, ha toccato a dicembre il minimo storico.
• Nel 2000 la Borsa crollò per lo scoppio della bolla Internet. Nel 2001 ha continuato a scendere in seguito allo stallo della congiuntura e allo shock dell’11 settembre. Nel 2002 il tonfo è spiegato soprattutto dalla perdita di fiducia degli investitori nelle aziende Usa. Lynn Turner, ex responsabile della divisione contabilità alla Securities and Exchange Commission: «Quest’anno è unico nella storia americana. La dimensione e la diffusione della corruzione può essere paragonata solo a quella che emerse dopo il crash del 1929».
• Wall Street nel 2002 è venuta a conoscenza dei dettagli del macroscopico caso Enron; ha visto crollare il gigante delle telecomunicazioni Worldcom, colpevole di frode; ha assistito alla sostanziale sparizione del colosso della revisione contabile Arthur Andersen, che aveva finto di non vedere le acrobazie di bilancio di molti clienti. Gli abusi, si è scoperto, erano molto diffusi, tra i casi più eclatanti quelli della regina del bon-ton domestico Martha Stewart e dell’ex amministratore delegato della General Electric Jack Welch.
• Profezie. «Negli anni ’90 il boom economico americano creò l’illusione di poter durare per sempre. Perfino economisti seri decretarono la fine dei cicli e la sospensione della legge di gravità. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore riguardo alla crisi: di non vedere l’uscita dal tunnel. Invece l’uscita ci sarà, come sempre. una facile profezia scommettere che saranno gli Usa a uscirne per primi, per le stesse ragioni per cui l’Europa ha gestito così male il passaggio all’euro» (Federico Rampini).
• Primi segnali dagli Usa. Giovedì si è registrata una caduta di 60mila unità nelle richieste di sussidi alla disoccupazione, la maggiore degli ultimi nove anni. Nella settimana terminata il 21 dicembre, le domande sono state 378mila, al di sotto della soglia di 400mila che si dice debba essere superata per avviare un aumento dell’occupazione. Ma il dipartimento al Lavoro ha subito sottolineato che durante le feste natalizie il dato è volatile a causa di lavori stagionali che spesso non diventano posti fissi.
• Una velocità sconosciuta agli europei. «L’America è una società dura e spietata ma con tempi di reazione molto più veloci. I datori di lavoro americani hanno già licenziato 1,6 milioni di persone dall’inizio della recessione, ma li riassumeranno in un lampo quando l’economia ripartirà. Le imprese si riorganizzano con vigore, tagliano i costi; la produttività sale anche in mezzo alla crisi. L’immigrazione è abbondante e benvenuta, continua a fornire carburante alla crescita» (Rampini).
• Numeri. Nel 2002 l’occupazione dell’eurozona (stima Commissione Ue) è cresciuta dello 0,4 per cento, più 0,8 per il Pil. Negli Usa il Pil è cresciuto del 2,3 per cento, ma l’occupazione è diminuita dello 0,5 per cento. Partendo dal 1997, la crescita del Pil Usa è stata del 15,6 per cento contro il 12 europeo, ma all’Ue è andata meglio con l’occupazione, +7,3 contro +5,3. In precedenza (1991-97), era stata l’occupazione Usa a crescere di più.
• Cosa è successo? Vi sono varie ipotesi: una si basa sulla moderazione salariale, sul fatto che nei Paesi euro il costo del lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma poiché la riduzione è stata modesta (poco sopra il mezzo punto percentuale), i più pensano che vi sia qualcos’altro. E cioè le riforme del mercato del lavoro attuate da alcuni Paesi Ue: l’interinale, i contratti a termine ecc. L’avvento dell’euro, infine, con l’annessa ristrutturazione macroeconomica imposta dai parametri di Maastricht, ha avuto un effetto positivo soprattutto per l’abbandono dell’arma del cambio e degli aiuti pubblici, che ha costretto le imprese a migliorare la qualità dei loro prodotti.
• Una crescita del Pil del 2,5 per cento, tanto serve agli Usa perché cresca anche l’occupazione. I pessimisti non credono che questo ritmo possa essere sostenuto nel primo trimestre 2003 (l’incertezza derivante dal rischio di una guerra con l’Irak, dal terrorismo, dalle code del post-bolla speculativa, l’andamento del prezzo del greggio ecc.). Conseguenza: il dollaro si è indebolito, l’oro si è rafforzato, e poiché l’Europa è «agganciata al locomotore americano», cosa succederà alle esportazioni europee se il dollaro continuerà a indebolirsi?
• Rischi. «L’Europa deve sapere che nell’armamentario di strumenti con cui gli Usa usciranno dalla crisi vi è anche l’indebolimento del dollaro. Per trainare la crescita mondiale gli americani hanno importato molto più di quanto esportavano. Per finanziare il loro deficit commerciale hanno dovuto prendere capitali dal resto del mondo, quindi indebitarsi. Se l’America esce dalla crisi per prima e ricomincia a trainare tutti gli altri, questo disavanzo con l’estero può salire a livelli incontrollabili. L’unico modo fisiologico per curarlo è di lasciare scivolare il dollaro, restituendo competitività al made in Usa, sui mercati europei, il che provocherà difficoltà aggiuntive alla nostra industria. Questa rischia di essere una delle tendenze del 2003, un altro anno che si apre all’insegna dell’impotenza europea» (Rampini).
• Le speranze nel 2003. «Il clima psicologico che si coglie di questi tempi stride in modo marcato con i grandi avvenimenti all’orizzonte, perlomeno in Europa. Il 2003 sarà l’anno della conclusione dei lavori della Convenzione e sperabilmente quello in cui i cittadini dell’Unione Europea avranno una Costituzione a suggello di cinquant’anni di progressi sulla strada dell’integrazione che da realtà economica è diventata sempre più un nuovo soggetto statuale. Sarà anche l’anno dell’allargamento, con la riunificazione dell’Europa dopo secoli di divisioni e lacerazioni. Non è retorica sostenere che questi avvenimenti dovrebbero farci guardare fiduciosi al futuro» (Secchi).