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 2002  ottobre 21 Lunedì calendario

Chi è Antonino Giuffrè? Nato a Caccamo (Palermo) nel 1945, è cresciuto in quella che Falcone chiamava «la Svizzera della mafia» (perché dedita al riciclaggio del denaro sporco)

• Chi è Antonino Giuffrè? Nato a Caccamo (Palermo) nel 1945, è cresciuto in quella che Falcone chiamava «la Svizzera della mafia» (perché dedita al riciclaggio del denaro sporco). [1] Docente allo Ial, un istituto della Cisl, fino a qualche anno fa era dipendente della Regione siciliana, commesso in qualche assessorato. Poi i corleonesi lo fecero diventare uno dei grandi capi di Cosa Nostra. Tra i pochi della Cupola con un titolo di studio (perito agrario), era il padrino più vicino a Bernardo Provenzano, il suo uomo di fiducia per la gestione economica e la spartizione degli appalti. [2] Ha detto: «Dovevo cercare di ristrutturare Cosa Nostra su vasta scala».
• Interveniva perché le «imprese si mettessero a posto». Cioè pagassero il ”mensile”. Una folla di imprenditori cerca l’accordo e paga in cambio di un ”aiutino” per accaparrarsi forniture o entrare nei subappalti, oppure per respingere richieste più aggressive. Il gestore della discoteca di Trabia chiede aiuto? La mafia interviene per indurre un buttafuori a ”comportarsi bene”. Quello ”non ci sente” e così muore. Aggiustava tutto.
• Come iniziò la carriera? Non ha un grande pedigree. Però ha sposato Rosaria Stanfa, parente del Joe Stanfa capomafia di Memphis. Un giorno del 1980 suo cognato Nicasio lo portò in una casa di campagna e pronunciò la fatidica frase: «Come carta ti brucio, come santa ti adoro, come brucia questa carta deve bruciare la mia carne se mai un giorno tradirò Cosa Nostra». Per cinque anni fu ”accompagnatore” di Ciccio Intile, tipo tanto abile da riuscire ad esercitare lo strozzinaggio (vietato da Cosa Nostra) persino con gli uomini d’onore più bisognosi. Poi diventò ”vivandiere”, ma accanto al ”Papa”, provvedendo pasti e latitanza al gran capo degli anni Ottanta, Michele Greco. Infine capomandamento della ”sua” Caccamo.
• Sembra un innocuo ometto. Unico hobby conosciuto la caccia. E proprio andando alla ricerca di conigli da stanare nelle campagne intorno al suo paese, gli spararono una fucilata che gli portò via la mano destra. Così per tutti diventò Manuzza. Ha imparato a caricare un fucile a pompa e prendere perfettamente la mira usando solo la mano sinistra. Con la pistola naturalmente fa meglio. è moderato, scaltro, freddo.
• Quando la guerra tra i clan finì, era quasi un capo. Morto Stefano Bontate, morto Gigino Pizzuto, morti centinaia di loro amici, i nuovi boss che regnano in Sicilia si riuniscono a Caccamo. A casa sua. un capo quando entra per la prima volta in una stanza dove è riunita la Cupola. Ricorda: «Dentro un garage c’era una porta che si affacciava su una stanza, al centro della stanza c’era un tavolo di legno lunghissimo dove tutti gli uomini della Cupola si sedevano. A capo tavola c’era sempre zio Totuccio». Intorno gli altri. Da una parte Raffaele Ganci, Nino Madonia, Michelangelo La Barbera, dall’altra Giovanni Brusca, Nenè Geraci e lui. «Provenzano non c’era mai, quando c’era Totò Riina lui non veniva... per paura di qualche retata o per paura che qualcuno volesse far fuori i Corleonesi. Così uno dei due, o Riina o Provenzano, restava sempre lontano dai guai».
• Poi è stato condannato all’ergastolo: dai giudici d’appello dopo l’assoluzione di primo grado per la strage di Capaci, e ad altri 20 anni per quella di via D’Amelio. Ma poteva diventare il successore di Provenzano: nonostante il suo peso specifico all’interno dell’organizzazione, ha riportato appena quattro condanne definitive per 13 anni e 4 mesi di reclusione. Niente per gente di quel calibro che spera sempre nei cavilli, nelle revisioni e nella Cassazione.
• La convivenza con i Corleonesi era difficile. Una volta fu sputtanato davanti a tutti da Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina. I boss erano riuniti nei magazzini di una fabbrica di ghiaccio a Termini Imerese per un summit. Lui arrivò per ultimo. Scese dalla sua Mercedes e istintivamente tolse l’autoradio per paura dei ladri. Bagarella lo condannò allo sfottò dei capimafia: «Mii... Nino, come controlli bene il tuo territorio...». Un’altra volta lo stesso Bagarella (era su una barca a remi con il pentito Calvaruso che rivelò l’episodio) fece una lista degli uomini che avrebbe voluto uccidere e al primo posto c’era proprio lui. (Si parla di Antonino Giuffré)
• E’ diventato importante dopo la strage di Capaci. E visibile dopo un omicidio avvenuto nel suo paese - quello del sindacalista Mico Geraci - che qualcuno cercò di accollargli, ma i magistrati non trovarono nemmeno un indizio: prosciolto in istruttoria.
• Finché, il 16 aprile scorso, l’hanno arrestato. Latitante dal 1994, è stato attirato in una trappola. Venerdì 12 aprile, poco dopo le 10 del mattino, da una cabina telefonica pubblica del centro di Termini Imerese, 30 chilometri da Palermo e 30 da Vicari, qualcuno ha composto il numero 0918141013, quello del centralino della compagnia dei carabinieri di Termini Imerese: «Volete arrestare Giuffrè?» ha detto un anonimo.
• Il carabiniere lo ha subito passato ad un altro ufficio. Ad un maresciallo, e l’anonimo ha ribadito l’offerta: «Lo volete prendere Manuzza?». Poi la ”talpa” ha fornito altri dettagli: «Martedì prossimo ha un appuntamento in contrada Massarizia, a Vicari, nella masseria di Domenico Tatano. L’appuntamento è per le 5.30. A risentirci». Chi ha telefonato non era un confidente, uno che ha preso soldi o ottenuto favori.
• Per tre giorni non è successo altro. Nel pomeriggio di lunedì 15 aprile, 15 ore prima della cattura, la ”talpa” ha ritelefonato ai carabinieri: «Vi ricordate che domani c’è l’appuntamento con Giuffrè? Lo accompagnerà uno dei fratelli Pravatà e Giuffrè avrà con sé anche le carte, i ”pizzini”, roba che vi interesserà molto». Così è scattata la trappola.
• Giuffrè ha indicato la ”talpa” in Diego Guzzino. Ufficialmente agricoltore, in realtà aspirante capomandamento di Caccamo. «I fratelli Liberti dicevano che era uno ”sbirro” - ha spiegato Giuffrè - Per un fatto di cortesia, chiesi a Provenzano l’autorizzazione ad ammazzarlo. Dopo che incontrai suo nipote, Michele Puccio, che voleva salvargli la vita, fui arrestato... guarda caso...».
• Guzzino era l’accompagnatore di Intile prima di Giuffrè. E si dice che gliel’avrebbe giurata da allora. In ogni affare di Cosa Nostra però nulla è ciò che sembra. Formalmente Guzzino perse il ”posto” perché conviveva con una ragazza («persona poco seria», ha chiosato Giuffrè, senza aggiungere che poi i due si sposarono). In realtà gestiva con alcuni soci una raffineria di eroina. Faceva soldi a palate raffinando morfina e senza versare una lira alla ”famiglia” di Caccamo.
• Cosa c’era scritto nei biglietti di Provenzano recuperati con l’arresto di Giuffrè? Provenzano scriveva al suo luogotenente: «Delegittimare l’avversario». Cioè infangarlo, ”mascariarlo”, si dice in Sicilia. Secondo l’interpretazione degli esperti di mafia, Provenzano si riferiva ai presunti referenti politici di Cosa Nostra che non stavano mantenendo le promesse fatte. Su un altro ”pizzino” del 14 aprile - appena due giorni prima dell’arresto di Giuffrè - il capo dei capi parlava dell’attacco armato che qualcuno dentro Cosa Nostra voleva a tutti i costi e voleva subito.
• Cosa Nostra è sempre più divisa. Da una parte ci sono Provenzano e i palermitani che vorrebbero ancora ”trattare” una specie di resa con pezzi dello Stato, dall’altra come al solito Totò Riina e tutti i Corleonesi seppelliti dagli ergastoli che lanciano proclami e vorrebbero invece imbracciare le armi e scatenare un inferno.
• La prima vittima di questa guerra è stato Giuffrè. In sostanza gli uomini di Riina lo hanno fatto prendere perché Provenzano si sbrighi a decidere sul da farsi, su quel ”discorso” militare che vogliono i boss chiusi nei bracci infernali del 41 bis.
• E così lui ha deciso di pentirsi. Dicono che stia parlando perché l’hanno venduto. E dicono che l’abbiano venduto proprio per farlo parlare. [11] è leggenda che la mattina del 12 giugno, vedendo in tv il Papa che proclamava santo Padre Pio, abbia sentito «uno squarcio alla coscienza». «Il mio è un pentimento etico e religioso» ha esordito nel primo incontro con i magistrati, il procuratore aggiunto Sergio Lari e i sostituti Lia Sava e Michele Prestipino.
• La prima rivelazione riguarda un progetto d’omicidio. Ha raccontato che Cosa Nostra voleva uccidere Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia, in un periodo vicino alle elezioni politiche. [12] Dice che Provenzano si lamentava delle riunioni che lui faceva a Corleone o nei paesi più piccoli e per questo, diceva, andava ucciso: «Non faceva altro che attaccare noi altri, era un martello pneumatico, sempre contro di noi. Ma non c’è stata la volontà di Dio. Me ne hanno dato incarico personalmente e nel bene o nel male mi sono preso pure questa responsabilità. Piano piano perché nuatri amu a valutari il danno che facciamo. Perché se da morto deve fare più danno che da vivo... Ho babbiato. Ho preso tempo e siamo qua».
• La settimana scorsa, nell’aula bunker di Padova, Giuffrè ha esibito la sua conoscenza di Cosa Nostra. Intelligente. Meticoloso. Raffinatissimo di cervello. Dotato di una memoria formidabile sfoggia la sua cultura mafiosa. A volte con una precisione che sconfina nella pedanteria con quei continui «faccio un passo indietro» e quei fastidiosi «apro una breve parentesi», altre volte con un gusto del particolare che annuncia il colpo di scena. Manda messaggi. Poi tiene a freno la lingua. Fa passare un po’ di tempo e rispedisce avvisi in codice. [5] Da buon mafioso, riferisce l’essenziale e tradisce una certa disposizione al minimalismo. Così quando si addentra negli aggettivi, li disinnesca facendoli precedere dalla parolina magica ”un pochino”. E qualunque enormità diventa ”un pochino” meno enorme. Non sembra un personaggio di impatto mediatico. Non piacerà ai cronisti in cerca del titolo ad effetto. ”Manuzza” è per palati più fini, con questa sua vocazione a scandire confessioni ridotte all’osso, molto utili nei processi e poco ”titolabili”.
• Qualcuno dice che è meglio di Buscetta. Nino Giuffrè non è un nuovo Buscetta. Tommaso Buscetta spiegò a Falcone cosa era Cosa Nostra, come viveva, come comunicava, quali erano le regole. «Prima di Buscetta - ha scritto Falcone - non avevamo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro... Ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio, del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. è stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti». Giuffrè non apre nuovi orizzonti: in Cosa Nostra non è cambiato molto. Non sono cambiati gli uomini di comando, siano o non siano in carcere. Non sono cambiati i metodi. All’esterno, scambio politico. All’interno, come sempre, tradimenti, doppiezze, assassini, avidità.
• Qualcuno ha paura che sia una specie di Cancemi. Pentito metà vero e metà finto che ha pasticciato processi e sparso veleni e infamità. Un suo clone che quasi dieci anni dopo arriva a salvare e a ”mascariare”, a nascondere e a confondere. Mandato o sincero? Originale o taroccato? Pilotato o autonomo? E’ il rebus Giuffrè. è il rebus Cosa Nostra in quest’inizio d’autunno che annuncia intrighi e scenari di sangue.
• Il mistero delle catture di certi capi di Cosa Nostra si trascina da almeno una decina d’anni. Ci sono tre casi emblematici: quello di Salvatore Riina, pochi sanno come è andata (uno è proprio il generale Mori che oggi è a capo del Sisde ma prima comandava l’Arma di Palermo e poi i Ros); quello di Totò Cancemi, che si è consegnato un giorno del luglio 1993 ai carabinieri (e che i reparti speciali del generale Mori hanno imbalsamato sottraendolo al controllo del Servizio di protezione); infine, quello di Giuffrè.
• Queste tre vicende e i personaggi che vi ruotano intorno si incastrano l’uno con l’altro. Una coincidenza singolare, ad esempio, si è verificata poche ore prima che il pentimento di Giuffrè venisse ufficializzato. All’improvviso si presenta in carcere Giovanni Sansone, imprenditore latitante dal 1995, che ha sulle spalle una condanna in primo grado per omicidio. Non è un mafioso qualunque. è genero di Totò Cancemi avendone sposato una figlia, e soprattutto è uno di quei mafiosi che nel gennaio ’93 hanno ”ripulito” da ogni indizio la villa dove Totò Riina si nascondeva quando fu preso. Solo una coincidenza la sua consegna? Possibile.
• Ma a Palermo nessuno ci crede. Quando laggiù qualcuno si presenta spontaneamente, poi succede sempre qualcosa di brutto. Il generale Mori più di altri ”vede” una stagione di sangue all’orizzonte. Più di altri ha vissuto da vicino la vigilia del 1992, ha operato in quella zona di guerra che era la Sicilia nell’estate delle bombe. Ecco perché intuisce che c’è un clima molto simile ad allora. Forse in Cosa Nostra l’ala moderata è meno forte di quanto sembri e la fazione dura è pronta a un altro attacco. probabile che dentro la mafia un po’ tutti si siano stancati di ”parlare”, che un po’ tutti abbiano capito che il ”dialogo” con pezzi dello Stato non portava lontano. In questo ”dibattito” si è infilato Giuffrè. E forse anche quel Giovanni Sansone di cui si erano perse le tracce.