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 2000  luglio 01 Sabato calendario

L’8 maggio 1848, a due mesi dalla promulgazione dello Statuto, la neo-eletta Camera dei Deputati si riunì per la prima volta a Torino, al primo piano di Palazzo Carignano

• L’8 maggio 1848, a due mesi dalla promulgazione dello Statuto, la neo-eletta Camera dei Deputati si riunì per la prima volta a Torino, al primo piano di Palazzo Carignano. La seduta si tenne nel salone da ballo, attrezzato all’ultimo: non vi erano sedie per tutti i deputati e quando si trattò di procedere alla prima votazione, mancando le urne, si ricorse ad un cappello a cilindro, prestato da un deputato.
• Nella metà dell’800, i modelli di maggiore rilevanza europea erano l’Assemblea nazionale francese e la Camera dei Comuni inglese: la scelta fu a favore della prima. Cesare Balbo, il primo presidente del Consiglio dopo lo Statuto, insisté invano perché fosse preso a modello il regolamento della Camera dei Comuni, prevalse la tesi di Cavour e fu scelto il modello francese.
• Il valore inizialmente attribuito alle norme regolamentari era poco più di quello di regole di buona educazione. A dare il cattivo esempio fu Vincenzo Gioberti, che nel breve periodo (1848) in cui fu presidente della Camera, cercava di far prevalere le sue tesi appellandosi direttamente al pubblico delle tribune e scatenando tumulti. Appena Gioberti abbandonò la carica per diventare prima ministro poi presidente del Consiglio, il regolamento fu cambiato in senso più restrittivo.
• Nello svolgimento del dibattito parlamentare, il modello dello speaker della Camera dei Comuni, imparziale per prassi secolare, restò in Italia per lungo tempo sconsociuto. Sia il presidente del Senato che quello della Camera, erano sempre scelti nell’ambito della maggioranza, affinché il governo potesse contare su un potere amico. Il sistema rimase inalterato fino a quando, nel 1976, fu eletto presidente della Camera un deputato dell’opposizione, Pietro Ingrao.
• Nel 1862, la struttura amministrativa della Camera conteneva 58 dipendenti, compreso un portinaio e otto uomini di fatica. Per spendere meno possibile il personale incaricato di sorvegliare le tribune erano assunte a giornata con una paga di «due lire al giorno per il tempo che il Parlamento era aperto».
• A metà Ottocento, trovare del personale in grado di redigere resoconti stenografici delle sedute non era cosa facile: non tutti i deputati parlavano l’italiano, visto che la lingua dei ceti più ricchi e colti era il francese. Le prime notizie sui lavori del Parlamento apparvero su La Gazzetta piemontese, giornale ufficiale del Regno di Sardegna, che il 9 maggio 1848 pubblicò per la prima volta una rubrica dedicata alle sedute della Camera. Il giorno successivo fu chiesto ai lettori di ”condonare inesattezze ed errori”. Dopo pochi giorni, proteste anche dai deputati interessati, compreso l’allora presidente del Consiglio Cesare Balbo. Il 27 luglio 1851, per migliorare la situazione, gli stenografi, inizialmente collocati ai lati del banco di presidenza, furono trasferiti al centro dell’Aula, davanti al governo, posizione che occupano ancora oggi.
• Nel 1861il deputato Polluel propose di corrispondere ai parlamentari uno stipendio di quindici lire al mese, ridotte poi a cinque dal deputato Valerio. La proposta fu respinta come immorale, chi aveva il privilegio di un incarico così elevato non doveva essere pagato (solo nel1913 fu stabilita una indennità dei per gli eletti).
• Il problema fu risolto nel 1913: una legge elettorale elevò il numero degli elettori da tre milioni e trecentomila (il 9,4 per cento della popolazione) a otto milioni e seicentomila (il 24 per cento) e stabilì un’indennità per gli eletti (2.000 lire mensili per spese di corrispondenza e un’integrazione a 4.000 lire mensili delle retribuzioni dei pubblici impiegati inferiori a quella cifra, aumentate nel 1920 a 15.000 lire).
• Il trasferimento a Firenze del parlamento fu deciso dal presidente Consiglio, Marco Minghetti, il 20 settembre 1865. La popolazione e i Torinesi reagìrono con dimostrazioni di piazza che si conclusero con 23 morti e 104 feriti.
• Il 27 gennaio fu stabilito che la nuova e definitiva capitale d’italia fosse Roma. Per la nuova sede della Camera erano in lizza diversi edifici: Palazzo della Cancelleria, Palazzo Venezia (eventualmente da acquistare dall’Austria), il Campidoglio, i conventi di San Silvestro e della Minerva, Palazzo Montecitorio, già sede della Curia. Dopo moltissime incertezze (i giornali satirici dell’epoca proponevano piazza San Pietro o il Colosseo, una volta costruito un tetto...) fu scelto Montecitorio.
• In origine l’Aula di Montecitorio era in legno, piccola e male areata: l’impianto di ventilazione, che funzionava grazie a volenterosi pedalatori piazzati sotto la volta, suscitava continue lamentele. Per ristorare i deputati fu collocata una battiglia di Anice con bicchiere accanto alla fontana di via della Missione. Ancora oggi, vicino alla fontanella che sta a pochi metri dall’Aula, c’è sempre una bottiglia piena di anice. Sempre per via del gran caldo il 7 luglio 1893 i giornalisti parlamentari donarono al presidente della Camera Zanardelli un ventaglio di carta con le loro firme. Da allora, la consegna del ventaglio prima delle ferie estive è diventata una consuetudine.
• L’aula costruita nel cortile di Montecitorio si andava usurando, il numero dei deputati aumentava ed era sempre più affollata. Nel 1895, un’apposita Commissione presentò una relazione sulla sua stabilità: le travi di legno stavano marcendo ed erano corrose dai tarli, l’aria non circolava ed era ”viziata dai miasmi delle fogne”, continui erano i pericoli d’incendio. Nel 1899 si decise di costruire una nuova aula, di legno e stucco. L’anno successivo era già pronta: troppo piccola perché tutti i deputati avessero un posto fisso, caldissima d’estate, freddissima d’inverno, fu utilizzata fino al 1918. Nel 1904 fu approvato il progetto per una nuova aula in muratura sempre all’interno di Palazzo Montecitorio. I lavori, diretti dal Basile, durarono una quindicina d’anni. La nuova (ed ultima) Aula fu inaugurata il 20 novembre 1918. Unica differenza tra allora ed oggi: la presenza al centro dell’emiciclo di una tribuna elevata per l’oratore (raggiungibile con una scala). La tribuna restò fino alla prima riunione della Costituente: ricordava troppo le assemblee rivoluzionarie e di rivoluzione nessuno voleva sentir parlare, nemmeno per simboli
• Nel 1899, il deputato Raffaele Palizzolo fu condannato per l’assassinio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo. Dopo la sentenza, con eccezionale tempismo, fu chiesta l’autorizzazione a procedere che la Camera concesse il giorno stesso (l’8 dicembre). Il presidente del Consiglio Pelloux diede ordine di sospendere i collegamenti con la Sicilia affinché Palizzolo non potesse essere informato di quanto accadeva a Roma: la sera fu arrestato a casa sua, a Palermo, ancora ignaro dell’autorizzazione concessa.
• Il 13 giugno 1921 alcuni deputati fascisti minacciarono in Aula con una rivoltella il deputato Franco Misiano, accusato nel 1916 di diserzione e condannato a dieci anni di reclusione. Misiano fu espulso dall’Aula (era la prima volta che accadeva) e si rifugiò per due giorni nei sotterranei di Montecitorio per evitare il linciaggio.
• Ad ascoltare gli interventi nessuno sembrava tenere troppo. Alla fine del secolo scorso, quando si arrivava alle 18.00, ora fissata per il termine della seduta, se l’oratore stava ancora parlando era uso che il presidente dell’assemblea gli chiedesse con ogni premura se stava proprio bene in salute... Era anche uso che l’interpellato rispondesse che stava benissimo e che il presidente, sempre premuroso, rinviasse il seguito dell’interessante intervento alla seduta successiva.
• Già verso il 1870, tutti i principali giornali dell’epoca (La concordia, La perseveranza, eccetera) avevano un loro corrispondente a Roma incaricato di scrivere un resoconto dei lavori parlamentari. Naquero rapporti di amicizia tra giornalisti e deputati, ma anche i motivi di dissenso non mancavano. L’Associazione della stampa fu fondata a Roma nel 1877 anche per svolgere funzione di ”giurì d’onore permanente” nei duelli. Uno dei più celebri: il 6 marzo 1898 il deputato Felice Cavallotti e il direttore della Gazzetta di Venezia, Ferruccio Macula, si sfidarono a morte. Vinse il secondo.
• L’ampia presenza di logge massoniche all’interno della Camera è inconfutabile: il 30 aprile 1876, alla morte di Giorgio Asproni, deputato e grande dignitario del Grande Oriente d’Italia, la Camera sospese la seduta e decretò tre giorni di lutto. Il 15 febbraio 1923 il Gran Consiglio del Fascismo stabilì l’incompatibilità tra iscrizione al Pnf e alla massoneria. Due anni dopo, una Camera ormai ”fascistizzata” approvò la legge contro le associazioni segrete.
• La legge 31 gennaio 1926 n.100 aveva ridotto la funzione legislativa della Camera e del Senato a quella di ratifica delle decisioni prese dal regime. La Camera dei deputati e, dal 1939, la Camera dei fasci e delle corporazioni tenevano seduta per pochi giorni l’anno. La discussione dei progetti di legge – solitamente si trattatava di convertire in legge decreti del governo – era limitata ad una sommaria esposizione del relatore al termine della quale il presidente comunicava che «non essendovi oratori iscritti a parlare e nessuno chiedendo di parlare, il disegno di legge sarà votato a scrutinio segreto»: il rispetto del regolamento era salvo. In queste condizioni non c’era certo bisogno di un servizio amministrativo troppo complesso: nel 1928 il personale fu ridotto al minimo e i servizi a tre (Segretariato generale, Uffici di questura, Biblioteca).
• Durante il Ventennio alla Camera rimasero ben poche funzioni e, in queste condizioni, non c’era certo bisogno di un servizio amministrativo troppo complesso: nel 1928 il personale fu ridotto al minimo e i servizi a tre (Segretariato generale, Uffici di questura, Biblioteca). Nel 1930 fu approvato un nuovo regolamento per i dipendenti: l’obbedienza doveva essere pronta e assoluta. Nel 1934, tre commessi furono puniti col rimprovero «da iscriversi nei rispettivi fascicoli personali perché non eseguivano con la dovuta diligenza le pulizie nel gabinetto del presidente della Camera».
• Come avvenne per molti uffici pubblici, nel 1943 anche la Camera fu trasferita a Venezia, nel vecchio casinò: commessi, dipendenti e deputati si trovarono a lavorare sui tavoli verdi di roulette e baccarat. Ai dipendenti fu ordinato di trasferirsi a Venezia, salvo che non potessero indicare gravi ragioni in contrario: un funzionario della Camera con un mitra sul tavolo ascoltava quelle ragioni e decideva di conseguenza. Carlo Finzi, di origini ebree, chiese di restare a Roma: fu deportato con tutta la sua famiglia e non tornò più. A Palazzo Montecitorio, intanto, era cessata ogni attività. Una mattina, le truppe tedesche tentarono di occuparlo: l’ufficiale che comandava la truppa, però, cambiò idea quando vide le molte crepe sui muri del palazzo. Si giunse così al giugno del 1944: le truppe alleate entrarono a Roma e sul portone principale di Montecitorio fu affisso un cartello in inglese: «In questo edificio ha sede la Camera dei deputati del Parlamento italiano». Era quasi un auspicio.
• Nell’estate del 1947 Montecitorio aveva un sistema di condizionamento all’avanguardia: nel sotterraneo c’erano grandi blocchi di ghiaccio accanto a ventilatori che, attraverso alcuni condotti, immettevano aria fresca nell’Aula e nelle sale del primo piano. Durante l’inverno, invece, i ventilatori immettevano nei condotti l’aria riscaldata da grandi fuochi a carbone.
• Alcuni dei giornalisti accreditati a Montecitorio avevano scopi ben diversi da quello dell’informazione. Gli anni ’70 e ’80 lo dimostrano chiaramente: risultarono accreditati come giornalisti parlamentari persone legate ai Servizi segreti, da cui ricevevano regolare stipendio per informazioni di natura politica. Altri utilizzavano la presenza nel Palazzo come strumento per ottenere incarichi estremamente lucrosi, altri ancora iniziarono dalla tribuna stampa di Montecitorio brillanti carriere grazie alle amicizie nate sui divani del Transatlantico. Ci fu persino chi, come Giulio Andreotti, da resocontista parlamentare (de Il Popolo) divenne presidente del Consiglio.
• I palazzi occupati dalla Camera nel centro storico di Roma sono ormai cinque Montecitorio, l’ex monastero di Vicolo Valdina, l’ex convento in via del Seminario, palazzo Theodoli e l’ex palazzo del Banco di Napoli oltre all’ex convento di via della Missione, ad una parte dell’ex albergo Marini in via del Tritone e ad alcune ”schegge” di palazzo Lavaggi e palazzo Fiano e di altri edifici in via Uffici del Vicario. Insieme a Senato, Quirinale e palazzo Chigi formano la cosiddetta ”città politica”.
• Sotterranei ancora utilizzati: quello tra l’ex convento di via della Missione e Montecitorio, realizzato nel 1927, e quello tra Palazzo Chigi e Montecitorio (con accesso riservato al presidente dedl consiglio e i suoi ministri).
• Uccelli che hanno nidificato sui cornicioni di Montecitorio: cornacchie, piccioni, merli, civette.