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 2002  settembre 16 Lunedì calendario

L’Onu è ormai alla prova d’appello

• L’Onu è ormai alla prova d’appello. Giovedì Bush è stato chiaro: ci sono sedici risoluzioni non rispettate dall’Iraq. Dopo la guerra del 1991, senza la quale Saddam avrebbe avuto l’atomica già nel 1993, erano stati assunti impegni precisi sul disarmo del Rais. Oggi la minaccia è tornata, dicono i falchi di Washington, e se l’Onu facesse ancora una volta finta di niente tradirebbe la sua stessa ragion d’essere e sarebbe lei, non l’America, a perdere ogni legittimità.
• Qual è l’iter? Gli Usa consultano i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Gran Bretagna, Cina, Russia, Francia). La risoluzione viene presentata, probabilmente dalla Gran Bretagna. Il Consiglio di Sicurezza dibatte e approva una risoluzione che contiene un ultimatum all’Iraq per il ritorno degli ispettori dell’Onu. Se Baghdad non accetta, consultazioni per un intervento militare.
• Saddam dice sì agli ispettori Onu. Tutto risolto? Scoprire e smantellare l’intero arsenale iracheno è praticamente impossibile. Durante le ultime ispezioni, gli uomini di Saddam hanno fatto ostruzionismo e ingannato gli esperti, i quali se ne sono andati senza scovare le armi non convenzionali sulla cui esistenza non avevano dubbi. A Washington sono pochi quelli che credono che Hans Blix, il capo degli ispettori Onu, potrebbe avere adesso un maggiore successo. Anche perché in passato, quand’era a capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, è già stato beffato da Saddam.
• Le ultime ispezioni Onu in Iraq risalgono al 1998. Da allora Saddam ha concentrato gran parte degli sforzi militari nel tentativo di potenziare i sistemi di difesa missilistica terra-aria e delle telecomunicazioni. In questo settore la Cina è stata tra i principali fornitori con impianti radar militari e fibre ottiche per il trasferimento dei dati.
• Armi chimiche e batteriologiche? L’impianto di Samara, 80 chilometri a nord di Baghdad, è a pieno regime, e sono operativi anche gli impianti di Mossul e Al Fallujah. Le attività di ricerca batteriologica si svolgono soprattutto nel centro Al Kindi, 40 chilometri a ovest della capitale. Più vicino a Baghdad, nella città di Al Mansour, si sperimentano invece agenti virali e batterici.
• Impianti atomici? Il più importante e conosciuto è quello di Al Moutanna, a Baghdad, dove di recente è stato registrato un consistente afflusso di materiali nucleari, ufficialmente per uso civile, ma facilmente convertibili a scopi militari. Un altro centro di produzione e trattamento di materiale fissile per la produzione di uranio arricchito e plutonio si trova ad Al Rashidiyah, 20 chilometri a nord della capitale.
• Di quanto tempo avrebbero bisogno gli ispettori? Un anno. A Washington temono che Baghdad potrebbe usarli come scudo contro un attacco militare, come fecero i serbi durante la guerra dei Balcani.
• Saddam ha invitato una delegazione del Congresso Usa. Donald Rumsfeld, il segretario americano alla Difesa, ha risposto che non poteva immaginare niente di più divertente di un gruppetto di membri del Congresso in giro per l’Iraq. Ed ha concluso: «Per trovare qualcosa dovrebbero rimanere là almeno cinquanta anni».
• Che può fare Kofi Annan per evitare la guerra? L’arma che mostra al mondo è ciò che i politologi della Guerra fredda chiamavano the worst-case scenario, lo scenario peggiore. «Ci sono conseguenze ben al di là del contesto immediato», dice ai leader del Pianeta e, soprattutto, a Bush. Quelle ”conseguenze” investirebbero in pieno tutta un’area geografica, a cominciare dal Pakistan. Bisognoso di alleati, fa leva sulle preoccupazioni del cittadino medio americano, già stremato da un anno d’allerta. Può fare breccia persino nell’opinione pubblica israeliana (cosa succede se l’Iraq sotto attacco tira una testata chimica su Tel Aviv?). Poi lascia fare la sua migliore alleata: la paura dell’Apocalisse.
• L’Iraq dice no agli ispettori Onu. Come spera di salvarsi, Saddam? Sembra persuaso che le intimidazioni della superpotenza siano troppo ripetute o poco utili per isolarlo. In Arabia Saudita, il principe Abdullah dichiara che in caso di guerra questa volta non verranno concesse basi agli Stati Uniti. Un coro di no viene poi da Mosca, Pechino, Delhi. Si può scendere in guerra senza un voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu, senza una vasta coalizione, senza prove inoppugnabili e circostanziate d’un pericolo davvero imminente?
• Francia, Cina e Russia possono porre un veto all’attacco. Parigi non ha ancora deciso se mettere a disposizione le sue forze e propone una doppia risoluzione (la seconda per dare luce verde all’eventuale attacco). La Cina ha visto migliorare i suoi rapporti con gli Usa ed è impegnata nella preparazione del Congresso comunista: probabile l’astensione. La Russia di Putin ha scelto un anno fa la partnership con Washington, ma sarebbe l’osso più duro.
• Washington sa come convincere Mosca. Strobe Talbott, il più grande esperto americano di questioni russe, dice che, se ci sarà da intervenire militarmente, Putin seguirà la coalizione delle Nazioni Unite guidata dagli Usa. Ma la sua adesione sarà condizionata da tre fattori: primo, la necessità di fare parte del processo decisionale; secondo, garanzie sul debito che l’Iraq ha con la Russia; terzo, avere la certezza che l’intervento sia veloce in modo da non destabilizzare il Medio Oriente.
• Quarto, avere mano libera sul petrolio del Mar Caspio. Putin è pressato dalla lobby petrolifera, che non gli dà tregua. Negli ultimi due anni il greggio russo si è venduto bene al punto che perfino gli Stati Uniti si sono decisi ad acquistarlo pur di non intaccare eccessivamente le loro riserve. Gli americani si occupino dell’Iraq, fanno capire al Cremlino, mentre Iran e Corea del Nord, i cosiddetti ”stati canaglia”, siano lasciati alla Russia.
• A questo punto si va alla guerra. Rumsfeld assicura che non sarà ”tanto difficile”. L’ex-eroe del Vietnam e ora senatore repubblicano John McCain è d’accordo, dice che negli ultimi 11 anni, cioè dalla fine della guerra del Golfo, le capacità militari del Pentagono sono molto cresciute, mentre quelle di Baghdad si sono dimezzate.
•  veramente così? Il potenziale militare americano è molto cresciuto. La rapida vittoria in Afghanistan contro taliban e militanti di Al Qaeda ha dimostrato che il Pentagono dispone di sistemi d’arma decisivi, a cominciare dagli aerei-robot tipo Predator. Sempre in Afghanistan, le squadre speciali di Berretti verdi, marines e forze Delta hanno confermato di aver superato per sempre la sindrome ”Vietnam”. E forse Rumsfeld dispone anche di armi ”segrete”, ”invisibili”, in grado di liquidare Saddam senza dover occupare militarmente Baghdad (e senza troppe vittime americane).
• Scenari. La prima ipotesi è un colpo di Stato interno, magari con l’assassinio di Saddam Hussein. Ma è la meno probabile, visto che il Rais è protetto da tre anelli di guardie del corpo. Inoltre la fedeltà dell’esercito e della popolazione è assicurata da apparati di sicurezza che spiano chiunque, compresi gli altri servizi segreti. Il più potente, l’Organizzazione Speciale di Sicurezza, è sotto il controllo diretto di Saddam, del figlio Qusai e del generale Abdul Ihmid Hmud, segretario personale del dittatore.
• E un colpo di mano stile Panama? il piano ”Inside Out”, che si ispira a quello del dicembre 1989, quando gli americani fecero fuori Manuel Noriega in un colpo solo. Ma è difficile una replica in Iraq: è troppo lontano, troppo grande, non c’è possibilità di sorpresa. Però gli americani potrebbero paralizzare il regime di Saddam prendendo possesso del suo quartier generale, nel centro di Baghdad.
• E il modello Afghanistan? All’inizio si era pensato all’utilizzo di forze speciali e bombardamenti con l’appoggio dell’opposizione interna. Ma l’idea è stata abbandonata, perché i curdi non vogliono combattere, l’opposizione non ha forze degne di questo nome e l’esercito iracheno, paragonato ai Talebani, è un leviatano.
• Una ”Desert Storm II”? Cioè 250.000 soldati che invadono l’Iraq da diversi punti. Potrebbe funzionare. Ma c’è un problema: per mettere in piedi un simile schieramento servirebbero tre mesi, e nel frattempo Saddam potrebbe trovare il modo di fare avere i suoi stocks di agenti chimici e biologici ad Al Qaeda e ad altri gruppi terroristici. L’ex contrammiraglio americano Stephen Baker, uno degli architetti della pianificazione logistica della Guerra del Golfo, assicura che, lavorando no stop, l’operazione può essere allestita in appena un mese.
• Ce la farebbero anche gli inglesi? Per trasferire nel Golfo i carri armati che dovrebbero invadere l’Iraq, e che attualmente sono in Germania, ci vogliono 10-12 settimane. In più, gli stessi carri non sono pronti ad operare nel deserto. L’anno scorso, durante un’esercitazione in Oman, molti blindati hanno dovuto essere abbandonati, perché la sabbia era entrata negli ingranaggi. Non risulta che siano già in corso le operazioni di revisione necessarie ad assicurarne il funzionamento sul terreno iracheno.
• Che resta? Serve un po’ di tutto: colpo di mano, attacco convenzionale, forze speciali e almeno 75.000 soldati. la strategia apparentemente migliore, ma è una scommessa: se qualcosa va storto, gli americani rischiano di rimanere intrappolati in una sanguinosa battaglia per le strade di Baghdad.
• Quando dovrebbe avvenire l’attacco? Si parla della notte tra il 5 e il 6 novembre. Una notte senza luna, immediatamente dopo le elezioni di mid term.
• Tutto va bene. Gli americani vincono la guerra. Qual è il prezzo? La guerra nel Golfo costò 80 miliardi di dollari; un nuovo attacco ne costerebbe, si stima, circa 90, l’uno per cento del prodotto interno lordo americano. innegabile che la guerra aiuterebbe l’economia: da mesi Bush chiede al Congresso di approvare una consistente riduzione delle tasse per sostenere i consumi, ma deputati e senatori tentennano. La guerra risolverebbe l’impasse politica di Washington.
• La guerra del 1991 la pagarono il Kuwait e i sauditi. Questa, invece, la pagheranno gli americani, un po’ alla volta, lasciando crescere il debito pubblico. E gli effetti economici della guerra al terrorismo già si vedono: l’aumento nei posti di lavoro che si è verificato in agosto (la disoccupazione è scesa dal 5,9 al 5,7 per cento) è dovuto quasi per intero alle assunzioni di nuovi addetti alla sicurezza, soprattutto negli aeroporti. La guerra rafforzerà il dollaro, non solo per la sua tradizionale caratteristica di moneta-rifugio, ma anche per effetto della crescita indotta dalle spese militari.
• Dieci anni fa il prezzo del petrolio schizzò da 25 a 40 dollari al barile. Oggi però, in previsione di un conflitto, Washington ha accumulato una quantità straordinaria di riserve strategiche: 700 milioni di barili, più che sufficienti a stabilizzare i prezzi per molti mesi (l’Iraq produce un milione di barili al giorno). Inoltre, è certo che la prima condizione che gli Usa imporrebbero al successore di Saddam sarebbe un forte aumento della produzione.
• Le banche d’affari che dicono? Fanno due ipotesi: nella prima, il cosiddetto ”James Bond scenario”, gli Usa attaccano con truppe speciali, un contingente di terra abbastanza limitato (non più di 50 mila uomini) e pesanti bombardamenti. Fabio Scacciavillani, european senior strategist della Goldman Sachs, dice che nella prima e nella seconda settimana si registrerebbe sicuramente un’impennata del prezzo del petrolio. Ma nel giro di due mesi il prezzo del barile scenderebbe al di sotto di quello attuale. E anche le borse reagirebbero positivamente. Da più di 10 anni Saddam rappresenta un fattore d’incertezza per il mercato petrolifero, la sua sostituzione con un governo amico dell’Occidente avrebbe, in termini economici, solo ricadute positive.