Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 4 agosto 2003
«Se Karl Marx vivesse oggi non si occuperebbe del rapporto deficit-Pil al 3 per cento, ma della più colossale migrazione industriale mai avvenuta nella storia, quella da Occidente verso la Cina e dintorni» (Giulio Tremonti)
• «Se Karl Marx vivesse oggi non si occuperebbe del rapporto deficit-Pil al 3 per cento, ma della più colossale migrazione industriale mai avvenuta nella storia, quella da Occidente verso la Cina e dintorni» (Giulio Tremonti).
• La Cina è ormai diventata «la fabbrica del mondo»: vengono da là il 25 per cento delle lavatrici, il 50 per cento delle macchine fotografiche, il 40 per cento dei forni a microonde ecc. In gran parte si tratta di roba prodotta conto terzi e messa sul mercato con marchi occidentali.
• La crescita della Cina non è stata fermata neanche dalla Sars: nel secondo trimestre dell’anno, quando Pechino è rimasta isolata dal resto del Paese per due mesi, si è attestata sul 6,7 per cento, in calo rispetto al +9,9 registrato nei primi tre mesi dell’anno, ma comunque ancora sufficiente da garantire alla Cina un aumento del Pil dell’8,2 per cento nel primo semestre 2003 ed una media annua attorno al 7 per cento, come era nelle previsioni.
• In Italia invece le cose vanno male. A maggio l’indice grezzo della produzione industriale era a -7 per cento: per trovare un dato peggiore occorre andare all’agosto del 1996. In parte dipende dalla forte rivalutazione dell’euro ma il punto cruciale è un altro: la declinante competitività.
• Il Nordest dei miracoli non c’è più. Nel 2002 il Pil è aumentato dello 0,3 per cento (peggio solo nel 1975 e 1983). Il reddito pro capite è diminuito dello 0,2, come la produttività. L’industria ha perso lo 0,9 del valore aggiunto. Per la prima volta in un decennio, sono diminuite le merci dirette all’estero (-1%).
• L’artigiano Bruno Cattin, che produce maglie per golfisti, dieci anni fa aveva un’ottantina di dipendenti, adesso arriva a malapena a trenta: «Il lavoro, per noi subfornitori, se n’è andato. Scomparso. finito all’Est, in Cina, in India, in Thailandia. Le imprese tessili e di abbigliamento del Triveneto hanno ormai tutta la convenienza a produrre là i loro capi. E a noi restano le briciole».
• «Ti distruggono perché operano a costo zero», spiega Tremonti: «Il commercio o ha regole o non è commercio. Non puoi competere se tu hai la legge 626 e il tuo competitore inquina, se tu hai l’articolo 18 e il tuo concorrente non ha vincoli. Tu fai rubinetti conformi ai costosissimi standard di sicurezza europei e il tuo concorrente usa materiale di risulta con uranio impoverito».
• Pou Chen, nel Sud della Cina, dà lavoro a 110 mila persone e produce 100 milioni di paia di scarpe l’anno per Nike, Puma, Adidas, Reebok, Timberland, Caterpillar. Costo all’ora del suo operaio, 36 centesimi di dollaro, a patto che lavori tra 65 e 70 ore la settimana e, se risiede nei dormitori di fabbrica, che si sottoponga al coprifuoco stabilito dalla proprietà. Inevitabile che il mondo venga qua a fare le scarpe.
• L’equalizzazione dei costi sociali tra le economie: questo, si dice, è quello che serve. Luigi Cal, responsabile del dipartimento internazionale della Cisl: «Da tempo chiediamo che in quei Paesi venga applicata la clausola sociale, cioè il rispetto dei diritti minimi dei lavoratori. Ma i governi, come anche i sindacati locali, non ne vogliono sapere».
• «Non ci possiamo aspettare che i nostri concorrenti non esportino nulla fino a quando non hanno introdotto standard di tutela sociale equiparabili ai nostri», dice l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia Mario Sarcinelli: «E poi: siamo contenti che i Paesi in via di sviluppo si incamminino sulla via della crescita e quando ciò avviene ci lamentiamo che rappresentano una sfida al nostro benessere».
• Da quando i galeoni cominciarono a trasportare mercanzie in quantità rilevanti, l’Europa è angosciata dalla concorrenza dei Paesi asiatici. Alfredo Recanatesi su ”La Stampa”: «Perché è da quel tempo che cominciarono ad arrivare da quei Paesi lontani e sconosciuti prodotti simili a quelli che si producevano in Europa, ma a prezzi molto più bassi malgrado l’incidenza del trasporto che a quel tempo non era marginale come adesso».
• Malgrado questo strutturale svantaggio competitivo, l’Europa è rimasta ai vertici del progresso e del benessere. Recanatesi: «Ha potuto rimanervi perché ha capacità e specializzazioni che quei Paesi non hanno e in forza delle quali ha potuto abbandonare le produzioni facilmente replicabili altrove con costi incommensurabilmente più bassi, ma per sostituirle con produzioni più avanzate, più sofisticate, più specializzate al di fuori della portata dei Paesi emergenti». Esempio: gli industriali italiani del meccanotessile hanno verificato che il gap tecnologico che li divide dai concorrenti cinesi è ancora di 15 anni.
• Il problema è la politica industriale. Massimo Riva: «Vale a dire una politica basata sulla continua somministrazione al sistema di dosi crescenti sia di svalutazione monetaria sia di basso costo del lavoro, tanto in nero che no. In questo modo l’apparato industriale del paese - salvo rarissime eccezioni - è stato sospinto a trascurare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo tecnologico per concentrarsi su produzioni tradizionali in settori più che maturi». Altri fattori di declino secondo Tremonti: «Andamenti demografici non favorevoli, il naturale ritiro degli imprenditori ex operai, una certa assuefazione all’opulenza, il passaggio dalla produzione alla rendita».
• Gli italiani non sono però gli unici a lamentarsi. I prodotti made in China colpiscono anche le piccole e medie aziende americane. I primi a farsi sentire sono stati i mobilieri: i cinesi hanno conquistato il 35 per cento del mercato Usa dell’arredo in legno. L’American Texile Manifacturers Insititute dice che la Cina avrà in breve il controllo del 75 per cento del mercato tessile americano, 1.300 fabbriche chiuderanno (630mila nuovi disoccupati).
• L’ingresso della Cina nel Wto, stimava la Us International Trade Commission, avrebbe fatto crescere le esportazioni Usa verso quel Paese del 10 per cento l’anno. In cinque anni, dicevano, il giro d’affari delle commesse estere cinesi sarebbe arrivato a 600 miliardi di dollari, 100 dei quali agli Stati Uniti. andata diversamente: nel 1990 il disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense con la Cina era 11,8 miliardi di dollari, oggi supera i 150. Le esportazioni cinesi verso gli Usa crescono a un ritmo annuo 6 volte superiore a quello delle esportazioni Usa in direzione opposta.
• A Cancun, in Messico, si terrà dal 10 al 14 settembre una riunione del Wto. I rivali della Cina riproporranno la questione della ”clausola sociale”. Se Pechino dirà ancora no, allora, dicono i più combattivi, non resterà che imporre dazi sulle importazioni. Umberto Bossi: «Per salvare l’Italia e l’Europa dalla concorrenza dei paesi del Terzo mondo che usano selvaggiamente la globalizzazione, ci vogliono dazi doganali e confini. Gli Stati Uniti non hanno forse messo i dazi doganali per aiutare e sostenere certe loro imprese? Noi non vogliamo morire di Cina».
• Le barriere commerciali o un «neo protezionismo» europeo non servono, spiega il Commissario al Commercio Europeo Pascal Lamy: «Quest’anno l’Unione europea ha comprato merci per 80 miliardi di euro e ha venduto su quei mercati per 30 miliardi. Il deficit, dunque, è pari a 50 miliardi di euro: un valore accettabile se si pensa che quell’economia cresce, per fortuna, del 10 per cento all’anno». E poi: «I margini di espansione sono enormi e i nuovi mercati saranno proprio quelli dei Paesi in via di sviluppo. Già oggi non appena un funzionario cinese o indiano ha un buon lavoro, che cosa fa? Corre subito a comprarsi un abito o delle scarpe italiane. E non è merce da quattro soldi».
• Problema: i cinesi falsificano tutto. Mario Cedolini, che produce motori a scoppio a Valdobbiadene: «Non c’è alcuna tutela della proprietà intellettuale del prodotto. I nostri concorrenti sono sempre stati i giapponesi dell’Honda, competizione difficile ma nelle regole. Ora ci troviamo a dover fronteggiare anche l’avanzata di motori fatti in Cina, identici a quelli dell’Honda. Certo, si fa causa, ma raramente si viene a capo di qualcosa...». Savinio Rizzio, padrone della Vir (valvole a sfera): «Un giorno mi chiama il nostro distributore in Giordania e Siria e mi accusa di aver venduto la stessa valvola a un suo concorrente a metà prezzo. Era un’imitazione».
• «Fare guerra ai prodotti a basso costo provenienti dalla Cina? Ma se non riusciamo neppure a sequestrare la merce contraffatta che viene tranquillamente prodotta in Italia». Enrico Preziosi: «Per me la Cina è stata un’enorme opportunità: quando i suoi prodotti hanno cominciato a premere sui nostri mercati mi sono mosso, sono andato là e ho trovato manodopera a 90 dollari al mese. In Italia avrei dovuto pagarla venti volte tanto, e non certo per colpa mia... Oggi in Cina ho 14 mila dipendenti e in Italia 2 mila, che si occupano solo del commerciale [...] I ”falsi” si producono anche in Italia, non ci vuole molto a scoprire dove sta l’azienda e a sequestrarla. La verità è che nessuno lo vuol fare. Allora teniamoci tutto, anche i cinesi».
• L’unica strada per affrontare la Cina sembra quella scelta dal segretario al Tesoro americano John Snow: trattarla da potere vero e chiederle di rivalutare la sua moneta per non usare anche l’arma del cambio. Da una decina d’anni il renminbi è ancorato di fatto al dollaro secondo un cambio fisso: circa 8,2 yuan per dollaro. Ma dai primi anni ’90 il peso della Cina nell’economia mondiale è cambiato radicalmente e, non bastasse, negli ultimi 18 mesi il renminbi ha seguito la picchiata del dollaro. Il bersaglio dell’industria americana è dunque la sottovalutazione dello yuan (30 per cento). «Un’accusa interessante, in arrivo proprio quando molti temono che Washington stia perseguendo la politica del dollaro debole» ironizza il ”Wall Street Journal”.
• La rivalutazione dello yuan ci farebbe bene? Francesco Sisci su ”La Stampa”: «Una rivalutazione a breve termine frenerebbe sì le esportazioni, ma gonfierebbe e stimolerebbe il mercato interno cinese, dove sarebbe sempre più difficile entrare per chi non c’è già. E le dimensioni insieme alle potenzialità di crescita di questo mercato sono tali che lo renderebbero centrale, in medio termine, per l’economia globale. Inoltre, come successe negli anni ’80 per il Giappone e le sue merci, la rivalutazione del cambio renderebbe possibile la penetrazione degli investimenti cinesi ovunque».
• Non resta che andare a produrre là per vendere ai cinesi. Pilati: «Si calcola che ci siano almeno 150 milioni di cinesi con un reddito talmente alto da metterli in condizioni di togliersi lo sfizio dei lussi all’occidentale. Nessuno ha come la Cina un numero così alto di giovani coppie che mettono su casa, e che devono comprare tutto. In Occidente al massimo si cambia una lampada».
• La regione del Guangdong, nel sud della Cina: oltre l’80 per cento degli italiani che producono per riesportare sono qui. La manodopera è a basso costo, ma è anche capace e relativamente bene addestrata. Il governo locale offre condizioni molto vantaggiose per le tasse, l’uso delle infrastrutture e la soluzione dei problemi che possono sorgere con i partner cinesi. «Non si tratta della semplice questione che gli operai costano meno che in Italia, è un intero ambiente che è più disponibile alle esigenze delle imprese straniere», spiega Federico Palazzari, di Birindelli e associati.
• «Un posto di lavoro in più in Cina è un posto di lavoro in meno in Italia. questa idea che è completamente sbagliata» Davide Cucino, presidente della Camera di commercio italiana in Cina: «Nel mercato globale le aziende italiane devono rimanere competitive a livello globale e poi cercare di penetrare il mercato cinese, che è potenzialmente il più grande del mondo. Per questo se restano semplicemente in Italia, con i loro alti costi di produzione, perdono quote di mercato globale e non entrano nel mercato cinese». In altre parole, non andare in Cina non serve a conservare i posti di lavoro in Italia ma al contrario rischia di metterli a rischio. Viceversa, decentralizzando parte della produzione e lasciando in Italia il cuore di tecnologia e design, si difendono quote di mercato e si moltiplicano i posti di lavoro qualificati.
• La delocalizzazione oltre confine è una sconfitta del distretto all’italiana? Adriano Sartor, presidente del Club dei distretti industriali italiani: «No, a patto che le attività a maggior tasso tecnologico, intellettuale e strategico restino nei distretti. Ci avviamo al giro di boa. Ci sarà un’inevitabile riduzione dell’occupazione, alla quale seguirà una ripresa: solo che i nuovi lavoratori, anche se saranno le stesse persone, saranno più qualificate. D’altronde, non c’è via di scampo. L’impresa italiana non può vincere la battaglia del prezzo».
• La strategia industriale di Pechino. Davide Perillo su ”Sette”: «Cari occidentali, volete entrare nel nostro famoso mercato da un miliardo e 300 milioni di persone? Perfetto, fate pure. Di più: venite a produrre qui, che vi conviene. Però è meglio che lo facciate in joint venture con noi. Portando soldi, tanti soldi. E tecnologie. così che la Cina ha battuto il record mondiale di investimenti esteri (52,7 miliardi di dollari nel 2002, scavalcati gli Usa), ha attirato migliaia di aziende (dalle multinazionali come Microsoft, Sony e General Motors, ai gruppi di casa nostra, tipo Merloni), ha creato in pochi anni 23 milioni di nuovi posti di lavoro. E, soprattutto, sta rifornendo di mezzi e conoscenze intere generazioni di tecnici».
• La prossima fase: esportare ”marchi” industriali. La Legend vende in Cina 4 volte più computer che non il colosso americano Dell, 5 volte più di Ibm. Le manca solo una cosa: il nome. Perché ”Legend”, come marchio, è troppo poco noto fuori dal Paese. Ed è proprio questo il punto di svolta che le migliori aziende dell’hi-tech cinese stanno per varcare, il passaggio da semplici produttori di alta tecnologia a ”marchi” destinati a vendere in tutti i continenti.
• La Cina è probabilmente più un’opportunità di mercato che non una minaccia. Taino: «Sui tempi medi, il suo miliardo e mezzo di persone si tradurrà in consumi straordinari soprattutto se avrà successo la strategia dell’attuale dirigenza di creare una classe media e consumatrice sempre più ampia».