Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 5 agosto 1996
Due domeniche fa ”L’Indipendente” ha melanconicamente chiuso i battenti: non era più in grado di onorare i propri impegni con la tipografia, già da lungo tempo non pagava i redattori e si era ridotto a servirsi unicamente di collaboratori volanti e avventizi
• Due domeniche fa ”L’Indipendente” ha melanconicamente chiuso i battenti: non era più in grado di onorare i propri impegni con la tipografia, già da lungo tempo non pagava i redattori e si era ridotto a servirsi unicamente di collaboratori volanti e avventizi.
• Alle sue spalle ”L’Indipendente” ha una storia breve (cinque anni), ma intensa, costellata di successi travolgenti e di crolli drammatici. Nacque alla fine del ’91 sulla scia del britannico ”Independent” con l’idea di farne un quotidiano anglosassone, ”cool”, distaccato, imparziale, neutrale. Il direttore, Ricardo Franco Levi, non poteva essere scelto meglio per la bisogna: gelido come il sangue di un pesce e vestito all’inglese o, per meglio dire, come un italiano crede che si vestano gli inglesi. Purtroppo anche il giornale venne fatto come un italiano crede siano fatti i giornali inglesi, più che neutrale risultò neutro e senz’anima. In ogni caso non piacque al lettore italiano e dopo soli tre mesi, nonostante la profusione di mezzi, l’esperimento fu dichiarato concluso.
• Quasi tutti i proprietari originari lasciarono la baracca tranne uno, Andrea Zanussi, erede della famosa e tramontata dinastia degli elettrodomestici, un ragazzo poco più che trentenne. A dirigere ”L’Indipendente” fu chiamato Vittorio Feltri che veniva dai successi dell’’Europeo”. Era il marzo del ’92. Andai a trovare Vittorio al giornale: nella grande stanza del direttore aveva un’aria smarrita e un visino smunto. Mi disse: «Sai, il quotidiano è molto più difficile del settimanale. E poi qui la barca fa acqua da tutte le parti, non ci sono soldi».
• Quando arrivai io all’’Indipendente”, il primo aprile (quasi uno scherzo), si diceva che il giornale avrebbe chiuso alla fine di quel mese capriccioso. Ma ci aiutò la sorte. Nelle elezioni del 5 aprile ci fu la prima, travolgente, avanzata della Lega. Sia Feltri che io, sull’’Europeo”, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti a guardare il fenomeno Lega con quell’attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà, senza pregiudizi e senza demonizzazioni. Ci trovammo quindi in pole position.
• La vittoria della Lega scatenò Tangentopoli e Tangentopoli scatenò un giornale outsider come ”L’Indipendente”. Feltri, coadiuvato dal suo secondo, Maurizio Belpietro, che si era portato dall’’Europeo”, cavalcò da par suo, anche con un certo brutale cinismo, Lega e Mani pulite. Dopo i primi mesi difficili divenne tutto più semplice. Arrivarono editorialisti da ogni dove. Far parte del giro dell’Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò da maestro questa polifonia di voci. Altre, come quella di Antonio Socci, le inventò.
• Inoltre avevamo un vantaggio formidabile: potevamo plasmare i nostri lettori. Intendo dire che in quel periodo si avvicinavano all’’Indipendente” lettori disgustati dagli altri giornali, sbandati, che avevano perso i loro vecchi punti di riferimento. Noi dell’’Indipendente” quindi, a differenza degli altri giornali che sono legati ai gusti, alle abitudini, alle idiosincrasie di un pubblico consolidato, avevamo grande libertà di manovra e potevamo mettere in circolo e far circuitare fra loro le idee più disparate, allargando così la cerchia dei nostri lettori. L’abilità di Feltri era di dare a tutto questo bailamme una coesione interna, per cui ”L’Indipendente” trattava gli argomenti dalle più diverse angolazioni ma aveva una fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore. Era nato il ”feltrismo”. A ciò si aggiunga una redazione, formata per lo più da giovani, a volte da ragazzi, vogliosa di rivincita, motivata, che lavorava ventre a terra.
• Dalle 19.500 copie cui l’aveva lasciato il similanglosassone Ricardo Franco Levi ”L’Indipendente”, completamente trasformato («Ho preso una sala da tè e ne ho fatto una bettola», disse in seguito Feltri), passò a 40mila copie, poi a 60, poi a 80, a 90, finché sfondò il muro delle 100mila. Una cavalcata travolgente. Davanti a noi, anche per l’insipienza della concorrenza, si stendevano praterie. Se poi Montanelli, come già si vociferava, fosse venuto via dal ”Giornale” per noi c’erano altre 30 o 40mila copie senza colpo ferire.
• Le cose stavano a questo bel punto quando un giorno dell’agosto del ’93 Feltri mi invitò a cena e mi chiese se l’avrei seguito al ”Giornale” di Silvio Berlusconi. Risposi che con lui sarei andato anche all’inferno (allora il Cavaliere non era ancora ”sceso in campo”, non faceva politica) ma aggiunsi che mi pareva una sciocchezza e gli elencai tutti i perché. Oltretutto, dissi, mi sembrava da parte sua un difetto di ambizione: una cosa era portare al grande successo un nuovo quotidiano, fatto che lo avrebbe messo al livello degli Scalfari e dei Montanelli, altra era andare a dirigere un giornale già collaudato. Feltri replicò che Zanussi era un incompetente, che non lo lasciava lavorare, che era invidioso di lui. Ribattei che Zanussi era quello che era ma ci lasciava completamente liberi, padroni assoluti del giornale, che questo era uno dei motivi del nostro successo perché il lettore lo sentiva. «La nostra libertà – dissi – è un fattore del prodotto». La cena finì alle due di notte al grido feltriano: «In culo al Berlusca! Restiamo all’Indi!». Queste cene si ripeterono con lo stesso andamento e con lo stesso finale.
• Il gennaio del ’94 Feltri lasciò ”L’Indipendente”. Lo vidi il giorno che aveva deciso di mollare: era terreo in volto e più cupo del solito, il che è tutto dire. Al suo posto Zanussi chiamò, pare su perfido suggerimento dello stesso Feltri, Pia Luisa Bianco. Sostituire Feltri era difficilissimo, perché il giornale si identificava con lui, ma la Bianco sbagliò proprio tutto: si appiattì su uno sciocco filoberlusconismo, scelta sbagliata, al di là di ogni motivo politico o ideale, se non altro per questioni di target: a fare il berlusconiano ci pensava già, da par suo, Feltri sul ”Giornale” e inoltre il nostro ”zoccolo duro” era formato, storicamente, da lettori leghisti.
• Fu questa la prima sincope dell’’Indipendente”. Durò cinque mesi. Una sera di marzo del ’95 si presentò a casa mia Daniele Vimercati, che non conoscevo se non per qualche comparsata televisiva in cui mi aveva fatto la pessima impressione che a me fanno tutti quelli che han l’aria del ”fighetta”. Mi disse che ”L’Indipendente” riapriva, che proprietari erano alcuni imprenditori simpatizzanti della Lega, si mise in ginocchio, lungo com’è, e mi scongiurò di partecipare all’avventura: sarei stato libero di scrivere ciò che volevo, anche che Bossi è un cretino. Non dovette fare molta fatica a convincermi: anch’io avevo una dannata voglia di ricominciare. Partimmo, come sempre, il primo aprile.
• Vimercati era un modesto cronista politico noto ai più solo perché aveva scritto una biografia del Senatùr. Si rivelò invece, oltre che un ragazzo molto simpatico e consapevole dei suoi limiti, un ottimo direttore, timonò politicamente il giornale con grande abilità strizzando l’occhio al lettore leghista, nostro patrimonio storico, ma mantenendo autonomia e credibilità. Del resto la Lega non cercò mai di forzarci la mano. Quando dico Lega intendo Bossi, che è l’unico che conta da quelle parti. Ci provò qualche capataz minore facilmente respinto da Vimercati.
• La parte politica era fatta molto bene, in tutti gli altri settori eravamo invece carenti; nonostante la redazione ce la mettesse tutta, scontavamo l’organico ridotto all’osso. Ci attestammo così sulle trentamila copie, che non erano neanche male ma lontane da quelle 50mila che ci avrebbero portato al pareggio e all’autosufficienza. Comunque la barca andava, scoprivamo altri giovani di talento come Marco Travaglio e potevamo avvalerci dell’esperienza di un vecchio bucaniere del giornalismo come Cesare Lanza. Avevamo audience e ampi margini di miglioramento.
• Stava per scadere il suo primo anno di direzione quando Vimercati, d’improvviso, si dimise. Con un editoriale in cui ci metteva tutti in braghe di tela. Diceva infatti Vimercati, nella sostanza, che il giornale era stato fin lì libero ma dalla sua partenza non lo sarebbe stato più e sarebbe diventato un foglio della Lega. Ergo – anche se questo Vimercati non lo scriveva – chi rimaneva all’’Indipendente” diventava ipso facto un giornalista organico, un agitprop, un servo, il che era quanto meno paradossale, perché all’’Indipendente” l’unico giornalista organico alla Lega era Daniele Vimercati.
• Scrissi un editoriale durissimo contro Vimercati («I direttori passano ”L’Indipendente” resta») in cui rigettavo questa sua impostazione. Del resto ancora oggi nessuno ha capito quali siano state le vere ragioni per cui Vimercati lasciò il giornale.
• Il giorno dopo mi telefonò a casa il presidente della Lega, Stefani, che non conoscevo, di cui ignoravo anzi l’esistenza. Disse che mi voleva parlare; «Se vuole può venire a casa mia» risposi. Venne, accompagnato dall’amministratore dell’’Indipendente” Giovanni Bruzzone. Era un omone alto e grosso, un po’ grezzo con una certa concretezza lombarda.
• Disse che esistevano due ipotesi: o fare dell’’Indipendente” un quotidiano di partito, ma la cosa a lui non piaceva affatto, o trasformarlo in un ”giornale del Nord”. Mi chiese se in questo caso ero disposto a dirigerlo. Risposi che se si precisavano meglio i termini della questione se ne poteva parlare. Proprio mentre i due erano da me telefonò Roberto Maroni, altro tipo che non conoscevo, e chiese di potermi parlare. «Venga a casa mia stasera», risposi. Al nome di Maroni i due, Stefani e Bruzzone, storsero la bocca in una smorfia di disgusto.
• Maroni venne quella sera accompagnato da una residua guardia del corpo. Disse che Bossi lo voleva alla direzione dell’’Indipendente” per farne un quotidiano di partito oppure un ”giornale del Nord”, che a lui l’ipotesi quotidiano di partito non interessava, gli piaceva invece da morire l’altra ma temeva che il solo suo nome fosse di per sé la sconfessione di qualunque autonomia del giornale. Mentre mi diceva queste cose l’ex ministro dell’Interno mi guardava con quella sua eterna aria infantile, un po’ timida, come se io potessi risolvergli quella contraddizione in termini. Gli dissi che comunque la redazione non avrebbe mai accettato come direttore un parlamentare leghista. Parlammo d’altro. Mi parve terrorizzato dall’idea bossiana che la Lega corresse da sola alle elezioni, come poi avvenne.
• Il pomeriggio seguente telefonò Umberto Bossi che avevo incontrato una volta, alle origini dell’avventura leghista, per un’intervista per l’’Europeo” e un’altra, per caso, sulle scale mobili dell’aeroporto di Fiumicino («Tel chi il Bossi»). Bossi che, come tutti i duri, è un timido (anche Craxi era di questa pasta) mi tenne al telefono una quarantina di minuti parlandomi della spada di Brenno, dei celti, della Padania, del popolo del Nord, di Annibale e delle guerre puniche. Io ascoltavo in silenzio. Alla fine si decise a venire al sodo: «Tu lo dirigeresti il giornale del Nord?». «Se ne può parlare. Vieni a casa mia». Bossi si materializzò un’ora dopo. Era solo. Portava un impermeabiluccio qualunque come il suo aspetto. «Devi accontentarti – dissi mettendogli davanti un bicchiere di vino – non è la villa del Berlusca». «Beh, meno quadri e più libri», ghignò.
• A differenza che al telefono, era lucido e presente alla questione che gli interessava. Parlammo a lungo e ci trovammo d’accordo quasi su tutto. Sul più bello arrivò al suo telefonino una chiamata di palazzo Chigi: era Lamberto Dini.
• Bossi lo rimandò a più tardi. E spense l’apparecchio. Dissi che ero disponibile a dirigere il famoso ”giornale del Nord” a tre condizioni: che fossi lasciato completamente libero per un anno dopo di che si sarebbero rifatti i conti, che ci fosse chiarezza sulla situazione finanziaria in modo da poter commisurare gli obiettivi alle risorse, che avessi un vicedirettore di mia fiducia che individuavo in Cesare Lanza.
• Al nome di Lanza, Bossi sobbalzò: «Ma come? Vuoi mettere a capo del ”giornale del Nord” un calabrese?». «Che c’entra? – replicai – Tua moglie non è forse siciliana?». Bossi farfugliò che sua moglie non aveva voce in capitolo nelle cose sue. In realtà Bossi mascherava perplessità d’altro tipo: Lanza era infatti fortemente inviso ad alcuni capataz della Lega. Ma io l’avevo segnalato anche per questo: se mandavano giù quel rospo voleva dire che erano sinceri anche sul resto. Bossi si alzò dicendo: «Ho capito, tu vieni a certe precise condizioni. Ti farò sapere». Non lo sentii più. In compenso il Senatùr dimenticò sul divano il suo telefonino, la segreteria telefonica, l’agenda degli indirizzi riservati. Ebbi la tentazione, da vecchio cronista, di aprire tutto quanto e di impadronirmi dei segreti del capo della Lega. Ma mi contenni e telefonai alla sede del Carroccio. Poco dopo arrivò un omone gigantesco, credo fosse il noto Babbini, che allargando le braccia disse sconsolato: «Dimentica sempre tutto».
• La Lega aveva deciso di far dirigere ”L’Indipendente” a Maroni. Andai dall’amministratore del giornale con una lettera di dimissioni. Bruzzone aveva un’aria avvilita e spaventata. Mi disse di aspettare, aprì la porta di un bugigattolo e tirò fuori Maroni. Maroni, più timido che mai, l’occhio velato, recitò la mozione degli affetti, disse che se me ne andavo non se ne faceva nulla, chiudevano il giornale, le solite cose che però su di me, purtroppo, hanno sempre effetto, oltretutto anche la redazione premeva perché restassi. Rimasi.
• Nelle more di queste vicende accadde però un fatto, decisivo, che certifica, pur nel suo piccolo, quanto già si sa della Lega: la sua assoluta disorganizzazione, sgangheratezza e ingenuità quando dai proclami ideali si passa al concreto. Bisogna sapere che alla società che, avendolo preso in affitto da Zanussi, gestiva ”L’Indipendente”, la ”Nuova Editoriale”, era stata affiancata una cooperativa, la Mediatel, per poter avere, in prospettiva, i soldi che lo Stato destina appunto alle cooperative editoriali. Naturalmente nella Mediatel la Lega aveva messo dei suoi uomini fidati. Tanto fidati che al momento del dunque, quando la Lega volle formalizzare e ufficializzare la sua presenza nel giornale e convocò un’assemblea per nominare amministratore Patelli (quello dei 200 milioni) e direttore editoriale Maroni, fu messa in minoranza e sbattuta fuori.
• Poteva anche essere un bene perché ”L’Indipendente” si liberava così di un padrinato politico che stava diventando ingombrante. Ma c’erano tre dubbi pesanti come macigni: i nuovi soci non avevano una lira; l’uomo che aveva organizzato lo scippo alla Lega, Massimo Bassoli, è rinviato a giudizio per una truffa di sessanta miliardi ai danni dello Stato con l’accusa, appunto, di creare cooperative fasulle per lucrare indebitamente denaro pubblico; se la Lega era uscita dalla cooperativa rimaneva però nella Nuova Editoriale [...].
• Intanto era stato nominato direttore Lucio Lami, editorialista dell’’Indipendente” dalla gestione Vimercati ed ex inviato di guerra onusto di gloria. Lami si presentò alla redazione in un’assemblea infocatissima che iniziò alle tre del pomeriggio. Ma alle quattro il neodirettore lasciò il campo: doveva, disse, andare dal dentista. Quando ritornò ci spiegò, con abbondanza di immagini militari, la sua strategia. Io mi dimisi quel giorno.
• La Nuova Editoriale, non potendo pagare i giornalisti, fallì poco dopo. La Mediatel si rifiutò di riassumerli. Ma si assistette a un fatto abbastanza straordinario che avrebbe dovuto, forse, interessare maggiormente la Federazione nazionale della stampa: senza soldi, senza la sua redazione, senza una vera proprietà, ”L’Indipendente” continuò a uscire ugualmente. Lami si serviva di alcuni individui che per un certo periodo lavorarono di nascosto, in una sorta di scantinato, di sottofondo della nave, come galeotti ai remi di una galera che lentamente, inesorabilmente affondava, sotto il livello delle 12mila copie.
• E così fu. La Mediatel non pagava i giornalisti, non pagava i fornitori, non pagava nemmeno l’edicolante per i giornali delle mazzette.
• Alla fine lo stampatore, come già era accaduto per la ”Voce”, si è stufato. E il vascello dell’’Indipendente”, squarciato e smembrato come quello del capitano Quint nello Squalo di Spielberg, è definitivamente colato a picco.