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 1997  aprile 07 Lunedì calendario

Roma - Eccolo qui avanti a me, Erich Priebke, ”il boia delle Fosse Ardeatine”

• Roma - Eccolo qui avanti a me, Erich Priebke, ”il boia delle Fosse Ardeatine”. Ho negli occhi una a fotografia di quegli anni: sotto la visiera del berretto di ordinanza delle SS c’e il volto di un bel ragazzo, leggermente involgarito dal taglio troppo largo della bocca, splendente di una giovinezza spavalda e un po’ fosca, il classico ”nazi” dell’immaginario collettivo, uno che sembra uscito paro paro dalla Caduta degli dei di Visconti.
• Che cosa resta oggi di quel Priebke? Fisicamente nulla. Il tempo ha fatto il suo lavoro sull’antica SS. La lucentezza della pelle se n’è andata, il candore nordico ha lasciato il posto ad un opaco colore mattone pigmentato qua e là dalla macule che son proprie degli anziani. Anche i famosi occhi chiari, sempre descritti come ”gelidi” se non addirittura ”spietati”, a me paiono semplicemente gli occhi chiari, un po’ slavati e sbiaditi, di un vecchio. Quel comportamento rigido e altero che Priebke ha ostentato in Tribunale, e che tanto ha indispettito l’opinione pubblica italiana, qui, in questa celletta del convento di San Bonaventura, lontano da troppi sguardi, cede ad un fare molto più affabile e cordiale con punte da buontempone. E non è per ingraziarsi l’ospite, come mi confermeranno i carabinieri della scorta che ci osservano al di là della porta che resta aperta giorno e notte e anche ora mentre facciamo l’intervista.
• In realtà il signor Priebke si rivela un gran chiacchierone. E non c’è poi da stupirsene visto che è andato a raccontarsi ingenuamente a Sal Donalds, il giornalista dell’ABC di New York che l’ha poi incastrato. Su Priebke è passato mezzo secolo di Argentina che si avverte non solo nel linguaggio, zeppo di digamos, di porquè, di bien, di adelante, di mirar, ma in una certa cedevolezza che ha poco di teutonico.
• Gli si incrina la voce di malinconia quando ricorda le Pampas, i grandi spazi, la Patagonia. Priebke ridiventa completamente tedesco solo se si parla delle Ardeatine. Effettivamente fa una certa impressione come nella sue parole quell’immane tragedia diventi una partita burocratica, un inestricabile gioco a scaricabarile di comandi e di ordini privo di qualsiasi pathos. Non so se rimuove o se proprio non si rende conto. Per il resto un vecchio normalissimo, banale. Si lamenta, con toni pacati, della sua attuale sistemazione: «Speravo di più dai miei arresti domiciliari. Il direttore del Convento, frate Andrea, aveva scelto per me una stanza bella e grande da cui si poteva ammirare tutta Roma. Invece mi hanno messo in questa celletta che dà all’interno e ha le inferriate alle finestre. Motivi di sicurezza. Posso passeggiare, certo, ma loro mi seguono sempre, sono la mia ombra (e indica i carabinieri fuori dalla porta ndr). E l’altra sera sono entrati in stanza a mezzanotte». Ma aggiunge subito, per non inimicarsi i guardiani: «Ma non erano loro, eh. Era gente venuta da fuori».
• Mi spiega il giovane sergente: «Il signor Priebke è ormai una star. Molti colleghi sono curiosi di vederlo. E così l’altra sera sono venuti da Roma per un’ispezione di cui non c’era la necessità, han fatto fracasso con gli scarponi e lui si è svegliato». Si chiacchiera a mezzo fra la porta e il corridoio con Priebke, il suo procuratore, Paolo Giachini e i carabinieri. Su una mensola c’è una piantina fiorita mandata da una signora settantacinquenne. Pare che sia innamorata e che voglia a tutti i costi venire a trovarlo. Priebke fa una battuta grassa, vecchiotta, volgare. Tutti ridono. Ho l’impressione che Priebke possa essere stato sopravvalutato. un uomo di studi modesti che in tutta la sua vita, a parte la parentesi nazi, ha fatto, prima e dopo, il cameriere o, al massimo, il maitre d’hotel. F. in effetti, a osservarlo meglio, certe sue rigidità ed impettimenti così come, almeno qui, certe sue cerimoniosità, hanno lo stile del personale di un hotel di buon livello. Non vorrei che stessimo processando, con tanto furore, un cameriere.
• Signor Priebke, che idea si è fatta, dopo un anno e mezzo, della giustizia italiana? «Guardi. io sono venuto qui con la massima fiducia nella giustizia italiana. Benché il mio avvocato argentino, Bianchi, ne avesse molta meno. Beh, si sa, gli avvocati sono una razza a parte. Comunque Bianchi negava la legittimità dell’estradizione dall’Argentina e diceva che io ero già stato processato e assolto nel ’48. Bianchi che ha fatto fallire il piano della parte civile: loro volevano il processo proprio a cinquant’anni precisi dalla fine della guerra. Io sono venuto con fiducia. Ma ora sono deluso. Quistelli non mi aveva assolto, mi aveva considerato colpevole, e questo era già difficile da mandar giù, ma quando sei dentro non ci stai tanto a pensare se ti danno la libertà. E tre giudici di un tribunale italiano avevano dichiarato che ero libero. Ma arriva il ministro e mi fa di nuovo arrestare. Era una cosa... come si dice... surreale. stata dura, intollerabile. La mia libertà era che adesso mi ritrovavo in una piccola cella di Regina Coeli rispetto alla quale Forte Boccea era un albergo a cinque stelle. Anche perché il Tribunale civile aveva posto delle regole molto dure: isolamento totale e quando mi portavano fuori gli altri non mi dovevano vedere, dovevano mirar da un’altra parte. Digamos che probabilmente era per la mia sicurezza. Eppoi c’era l’embargo sulla corrispondenza. Io scrivo in tedesco perché in Germania conservo ancora dei conoscenti, in spagnolo per gli amici dell’Argentina, in inglese perché è la patria di mio figlio. Ma mancava il traduttore. la burocrazia italiana. Ma non mi lamento, anche perché sia a Forte Boccea che a Regina Coeli il trattamento, dal punto di vista umano, è stato excellente, davvero excellete» (Erich Priebke a Massimo Fini)
• E adesso cosa si aspetta dal nuovo processo? «Non mi aspetto molto di buono. Per darmi gli arresti domiciliari il giudice ha fatto una commissione, con medici, due psicologi e altri esperti. Non credo che ogni volta che devono dare gli arresti mettono su una commissione. Evidentemente il giudice lo ha fatto per non portare da solo la responsabilità. Se tanto mi dà tanto la pressione sul Tribunale che mi processerà sarà enorme Lei pensa che la sentenza sia già scritta? «Questo io non lo posso dire. Non lo voglio e non lo posso dire». (Erich Priebke a Massimo Fini).
• Lei, Priebke, ha passato quasi cinquant’anni in Sud America. Si sente più tedesco o più argentino? «Non saprei... Prendiamo questa cosa del calcio. Una volta c’è stata Germania-Argentina e per me era uguale che vincesse l’una o l’altra. Io non sono né carne né pesce, capisce? Col mio cuore sono rimasto tedesco e non ho mai cambiato la cittadinanza, ma per vivere preferirei l’Argentina». Perché? «Per i grandi spazi, perché la vita e più libera, specialmente dove vivevo io, in Patagonia. Bariloche è una città di 95.000 abitanti e intorno, per 400 chilometri, non c’é nessuno. E poi là abbiamo una popolazione d’alto livello, perché c’è il Centro atomico argentino, i professori, gli studenti, gente bien istruita. Gli altri sono italiani, spagnoli, polacchi, russi, di tutto. una realtà cosmopolita anche se l’elemento latino prevale. In realtà io vivo da cinquant’anni fra i latini. Sono mezzo latino, parlo, vede, con le mani, come gli italiani. (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Ma in tribunale lei era molto rigido, molto impettito molto tedesco . . .  una maschera che porto per sopportare tutto questo. In principio, sa, avevo un avvocato tedesco, di Berlino. lui mi ha detto: noi vogliamo fare un processo come quello di O-J. Simpson in Nord America e a Simpson hanno consigliato di essere naturale, di ridere, di piangere, ecco lei, Priebke, dovrebbe fare così. Eh, ma per me era difficile. Perché io sono uno che se viene accusato ha l’istinto di rispondere. E lì hanno detto bugie contro di me, mi hanno calunniato, mi hanno massacrato. E col clima che c’era io non potevo replicare. Così mi sono messo questa maschera». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Lei al primo processo non ha voluto rispondere, ha mandato un memoriale. Perché? «Non è che non ho voluto rispondere. Anche lì era una questione di stress. Il mio avvocato mi ha detto: forse non lo potrai reggere. E il giudice Quistelli si è detto d’accordo che scrivessi un memoriale. E poi allora non ero tanto in confidenza con l’italiano come adesso e insieme tiengo il problema che se c’è rumore non sento troppo bene. Magari avrei capito una cosa per un’altra. Così abbiamo evitato quell’interrogatorio».(Erich Priebke a Massimo Fini)
• In carcere si è soli e si ha molto tempo per riflettere. Quali sono stati i suoi pensieri ricorrenti in questi tre anni? «Dal 9 maggio del ’94, giorno del mio primo arresto, avvenuto di notte, cosa che causò a mia moglie uno choc da cui non s’è più ripresa, io, dalla mattina quando mi alzo alla sera quando vado a letto, ho un solo pensiero fisso: la mia condizione di prigioniero, la mia croce, il mio calvario, lo chiami come vuole». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• E in queste lunghe giornate le viene in mente quel giorno maledetto delle Ardeatine? «Le Ardeatine per noi altri era un episodio della guerra, per i romani è stata la cosa più terribile. In quello stesso periodo io ho perduto il fratello di mia moglie, un altro parente e, in un bombardamenlo a Bolzano, ho avuto distrutta la mia casa e tutto quello che io e mia moglie vi avevamo portato da Roma». Dunque a lei quel giorno non viene in mente? «No, non mi viene. Naturalmente se qualcuno ne parla ci penso. Ma normalmente no, non mi viene in mente». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• E allora, signor Priebke, le chiedo uno sforzo di memoria e di raccontarmi quella giornata. «Del 23 o del 24?». Del 24 marzo 1944: il giorno del massacro delle Ardeatine. «Quella mattina mi sono alzato e sono andato al lavoro come tutti i giorni. Ho ricevuto il pubblico che era venuto al comando, naturalmente la maggioranza era lì per i prigionieri. E’ venuto anche padre Pfeiffer, il prelato di Pio XII. Il Papa fece tutto il possibile per evitare quella rappresaglia. Probabilmente Pfeiffer è arrivato da me perché non aveva trovato Kappler che non aveva l’ufficio in via Tasso ma a Villa Bronskj che oggi, mi pare, è la sede degli inglesi. La mattina è corsa via normale. Kappler si è recato al comando militare dal generale Maeltzer, che stava in via Veneto, e ne è uscito con la cattiva notizia che la rappresaglia toccava a noi altri. Abbiamo protestato naturalmente, ma fino a un certo punto, la disciplina a quell’epoca era molto diversa da oggi. Oggi io vedo che anche un furiere parla francamente con un tenente-colonnello. Allora era un poquito differente. Abbiamo protestato ma c’era poco da protestare perché Kappler ha detto: mi spiace ma questo è un ordine che viene direttamente dal Furher. Poi ha chiamato Schütz che era il capufficio del Quarto Reparto della polizia e gli ha detto: ”Carlo, tu sei l’organizzatore”. La scelta cadde su Schütz unicamente perché lui aveva una certa esperienza poiché veniva da un comando anti-terrorista di Bologna. Si era fatto mezzoggiorno e siamo andati a pranzo. Io non ho saputo che mentre mangiavamo è arrivata la notizia che i morti di via Rasella erano diventati 330. Intanto Kappler aveva deciso che per evitare ulteriori complicazioni, con la notizia di altre morti, il conteggio della rappresaglia si fermava a quell’ora. Era circa l’una. A noi hanno sempre detto che si trattava di fucilare 320 italiani. Questo è importante. Perché oggi gli ebrei, con molta ragione, io accetto questa contestazione, dicono: voi avete fucilato Montezemolo perché era della Resistenza, avete fucilato quell’altro perché era comunista, ma i nostri li avete ammazzati solo perché erano ebrei. A noi di questo non ci ha informato nessuno. Una volta Kappler mi aveva detto: se abbiamo degli ebrei in carcere non è perché sono ebrei ma perché hanno fatto qualcosa nella Resistenza. Da Kappler fino a Wollf, che era il capo delle SS in Italia, l’ordine era di non fare nessuna azione contro gli ebrei a Roma. Non per ragioni, digamos, umanitarie, ma tecniche. Perché per portare via mille ebrei ci volevano molti uomini, molti mezzi di trasporto...» (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Bene, siamo arrivati all’una di pomeriggio. Poi cosa succede? «Kappler ci ha detto che dovevamo trovarci alle Fosse Ardeatine a una certa ora. Io ci sono andato con la mia automobile, avevo una bella macchina, una Fiat 1500, e probabilmente ho portato con me tre dei nostri. Siamo arrivati alle Ardeatine alle 14,30, più o meno. Era stato il capitano Kholer a trovare quel posto. Schütz prima di cominciare ha radunato gli ufficiali. Eravamo in dodici, due maggiori e il resto capitani, io ero il più giovane perché mi avevano promosso nel novembre del ’43. Schütz ci ha detto: «Se qualcuno di voi ha l’idea di non sparare è meglio che si metta subito con le vittime». Poco dopo é arrivato Kappler che ha ribadito che l’ordine veniva direttamente da Hitler. E Hitler era il capo delle Forze armate. Quel maledetto tedesco, quell’ufficiale di marina, della marina di oggi, che è venuto al processo e ha affermato che io avevo la possibilità di rifiutarmi, ha detto una fesseria. un idiota quello lì. Perché uno che non è stato sul campo di battaglia non può sapere. E non può neanche criticare». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• E poi? «Poi sono arrivati i prigionieri con i camion. Schütz mi dà la lista e mi dice ”Tu fai il controllo”. Kappler aveva stabilito che noi ufficiali ci saremmo alternati: a sparare e a fare il controllo. Al processo Hass ha detto che lui, Kappler e io siamo stati i primi a sparare, ma questo non me lo ricordo. Comunque portano i primi cinque nella cava e lì gli sparano». Quindi lei sentiva i colpi, le grida... «Non si sentiva niente. Se qualcuno ha detto che, da fuori, si sentiva ha detto il falso perché tutto avveniva dentro e un colpo di mitra non è nemmeno tanto forte» (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Comunque ad un certo punto arrivò anche il suo turno di uccidere... «All’inizio Kappler aveva deciso che gli ufficiali dovevano sparare una sola volta. Ma quando arrivò il turno del capitano Wetjen questi si rifiutò. Schütz disse: ”ok, avanti gli altri”. Quando Kappler è tornato, un’ora dopo, Schütz gli ha riferito tutto. Naturalmente Kappler era in grande difficoltà. Allora ha preso Wetjen e gli ha detto: ”Wetjen lei ha quattro bambini, ha una famiglia. Se rifiuta sa che non sarà fucilato solo lei, ma anche la sua famiglia. Wetjen ha replicato: ”Lei parla bene perché non deve fare quello che dobbiamo fare noi”. Kappler ha detto ”Andiamo dentro vi accompagno io”. Sono entrati e hanno sparato. Quando Kappler uscì disse che tutti gli ufficiali dovevano sparare almeno due volte». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Quindi toccò a lei... «Beh, a tutti». Mi racconti di quando entrò nella cava e sparò. «Impossibile. Non mi ricordo». Non si ricorda nemmeno se quello a cui sparava era un giovane, un vecchio, una donna? «No. E le dico la verità, non ho mai voluto nemmeno ricordarmi. So che era buio, che c’erano delle torce e che le fiamme illuminavano fiocamente. Ricordo solo questo buio, un buio che sta anche nella mia memoria». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Lei dice che nessuno poteva sottrarsi, che nemmeno Kappler poté. Eppure il comandante del battaglione Bozen, il maggiore Helmut Dobbrick, rifiutò fin dall’inizio di attuare la rappresaglia, nonostante in linea di principio toccasse a lui perché il Bozen era formato da altoatesini e i morti erano altoatesini. «Ci fu un palleggio di responsabilità fra Kappler, il generale Maeltzer, il generale Von Mackesen. Alla fine il generale Hauser, che rispondeva a Von Mackesen, tagliò corto: ”I morti sono della polizia e la polizia deve fare la rappresaglia”. Io non so che cosa sarebbe successo se anche Kappler si fosse rifiutato, se avesse detto ”Non posso perché i miei non sono uomini che portano armi, sono funzionari degli uffici”. Non lo so e non lo posso sapere». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Dobbrik trovò come scusa che i suoi soldati erano cattolici. «Me l’hanno riferito. Io non ero presente». Anche lei, Priebke, era cattolico . . . «A quell’epoca no. Lo sono diventato in prigionia». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• A parte le Ardeatine e a parte la guerra, come si viveva a Roma in quel periodo? «Chi aveva soldi faceva una gran vita. In Germania dal primo giorno della guerra ci fu una stretta durissima. C’erano le tessere e lei non poteva comprare niente, nemmeno una saponetta, senza tessera. Qui a Roma con i soldi si poteva avere tutto». E lei di soldi ne aveva, Priebke? «Avevo una buona paga. Io e mia moglie abbiamo sempre speso per i vestiti, per mangiare, per tutto. Non ci siamo fatti mancare niente. Eppoi ero giovane». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Lei aveva fama di grande seduttore. «No, no. Qui a Roma ho avuto una sola donna (l’attrice Laura Nucci, ancora viva, ndr). O forse due. Comunque a me sono sempre piaciute non solo le italiane ma gli italiani e l’Italia. Sono venuto qui, per la prima volta, nel 1933 e, come ogni buon tedesco, mi sono innamorato dell’Italia. Agli italiani piace divertirsi, piace bere, piace mangiare, Come a me. Naturalmente gli italiani vanno presi per quello che sono, come gli argentini cui assomigliano molto». Cioé? «Guardi, il primo giorno che, dopo 1’estradizione, ho potuto leggere i giornali, mi sembrava di stare in Argentina: evasione fiscale, corruzione. Ma ormai tutto il mondo è Paese. Anche in Germania è così. I tedeschi che mi scrivono, persone della mia generazione, piangono la Germania perduta, dicono che non è più quella di allora». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Meglio quella dei tempi di Hitler? «Io non posso dirlo. Della mia patria ho solo dei ricordi. E comunque per me la politica è finita nel ’45. Resto un anticomunista, un uomo di destra, perché tutta la mia famiglia viene da lì, erano tutti soldati della prima guerra mondiale. Probabilmente se vivessi in Italia voterei per Alleanza Nazionale. Ma la cosa finisce lì. Con la politica attiva ho chiuso per sempre». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Cosa pensa oggi delle leggi razziali di Hitler? «Era una cosa folle. Una cosa impossibile. Io ho dovuto dare i miei dati e quelli di mia moglie fino al 1650. C’era una bisnonna che si chiamava Sara e quindi sospetta. Una follia. L’ariano non esiste». Ma a quei tempi credeva a queste cose? «A quei tempi era una cosa naturale. Era la regola. Io non pensavo niente. Sono semplicemente cresciuto in quel movimento, in quel clima». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Però lei stava nelle SS e questo richiedeva un’adesione ideologica particolare. «Io non ero nelle SS. Mi hanno affiliato. Non ho mai fatto una richiesta di entrare. Quando mi hanno trasferito dall’ufficio stampa, dove stavo come traduttore, mi hanno messo nelle SS. Ma era una cosa automatica. Forse, per capire, bisogna che spieghi qualcosa delle mie origini. Ho fatto le scuole solo fino a 14 anni. Sono dovuto andare subito a lavorare e mi sono potuto permettere solo un po’ di serali. Non ha fatto la ”matura”. Sono rimasto orfano a sette anni. Mio padre è morto di cancro allo stomaco che si era portato, con i gas, dalla prima guerra mondiale, mia madre sei mesi dopo. Sono stato allevato nella famiglia della sorella di mio padre. Mio zio, che era pure lui un autodidatta, ma aveva fatto una buona carriera, era ispettore delle Poste, mi ha detto: ”Tu devi lavorare, imparare qualcosa per guadagnarti da vivere, perché io potrei morire anche domani”. I miei maestri di scuola volevano che continuassi a studiare, ma non è stato possibile. Tutto ciò che so l’ho imparato da autodidatta. Così ho fatto un corso di nove mesi per un posto di Commissario di Polizia. E tutto é cominciato da lì». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Che giudizio dà di Adolf Hitler? «Lei probabilmente ha studiato il clima di quell’epoca, conosce gli effetti del Trattato di Versailles sulla Germania. Avevamo perso molti territori e avevamo dieci milioni di disoccupati. arrivato Hitler e ha detto che voleva recuperare la Germania di prima e che avrebbe dato lavoro a tutti. E lo ha fatto. Vabbé, adesso dicono che ha messo in piedi le fabbriche al solo scopo di armarsi. Però lui il lavoro l’ha dato. Se Hitler fosse morto nel ’39 sarebbe stato una grande figura nella storia tedesca». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Senta, Priebke, che cos’è per lei un ebreo? «Non ho mai fatto molte distinzioni fra ebrei, negri, bianchi. Sono cresciuto, per dire, con molti ebrei senza sapere che fossero ebrei. A scuola la migliore amica di mia moglie era un’ebrea di un’eccellente famiglia». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• E, allora, quando vennero le leggi razziali? «Crescendo in quell’ambiente, in quel clima, non si dava alla cosa tanta importanza come oggi. Io ero un uomo giovane, probabilmente non ho capito cosa voleva dire. Oggi dico che è terribile. terribile che delle persone vengono da te alle cinque della mattina e ti portino via insieme alla tua famiglia. Allora non ho capito». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Da tutte le parti le chiedono di pentirsi pubblicamente, di chiedere perdono. Come prende queste pressioni? le danno fastidio? « claro. Naturalmente. Quando mi sono presentato per la prima volta davanti al Gip militare ho chiesto di poter parlare un momento e ho letto una mia dichiarazione di... condoglianze... si dice così... ai parenti delle vittime. Ho detto che io pure ho perso dei cari. Ma non me l’hanno accettata, non ne volevano sapere. Io dovevo restare quell’uomo cinico che hanno in testa, non accettano altra immagine di me». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• L’altro giorno è venuto qui, al convento, anche un parlamentare ebreo, Athos De Luca. Cosa voleva? «Uhhhhh ...mamma mia... Questo qui voleva venire già a Forte Boccea. E insisteva. Ho fatto rispondere che non avevo tempo. E allora è tornato qui al convento, sorprendendo la mia buona fede. Teneva sempre gli occhi bassi. A me piacciono le persone che ti guardano in faccia. Poi ha scritto che aveva paura del mio sguardo. Ma andiamo... Voleva a tutti i costi che firmassi per una Giornata della Memoria in ricordo di tutte le vittime del nazismo. Ma soprattutto voleva sapere se oggi rifarei ancora quello che ho fatto. Gli ho risposto che anzitutto era una domanda accademica, perché ho 84 anni. E che a quell’epoca non ho avuto scelta». (Erich Priebke a Massimo Fini)
• Dica la verità, Priebke, lei nutre rancore verso questi ebrei che le stanno addosso. «Sì. Ma non perché sono ebrei, ma perché mi accusano di cose che non sono vere. Io ce l’ho contro questo gruppo della parte civile perché ho l’impressione che non agiscano semplicemente per rivendicare i loro morti. C’è qualcos’altro. Probabilmente vogliono un risarcimento, dei quattrini. Questa, almeno, è la mia idea. un gruppo che ha venti avvocati, c’é il Comune di Roma che ne ha addirittura due. Tutto questo schieramento solo per giudicare un piccolo capitano? Se il buon Dio mi dà un pochino di anni ancora voglio scrivere un libro. Ora non tiengo la calma necessaria. Voglio scrivere un libro perché, a parte la sofferenza, è un’esperienza unica. Io credo che il mio sia il solo caso in cui, dopo 53 anni, si fa un processo all’ultimo soldato vinto». (Erich Priebke a Massimo Fini)