Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  aprile 28 Lunedì calendario

Tecnica con cui i terroristi islamici assaltano i villaggi

• Tecnica con cui i terroristi islamici assaltano i villaggi. Si tratta di villaggi di dieci-venti capanne, abitati da cinquanta-sessanta persone. Casette costruite in circolo, intorno a uno spiazzo. Arrivano i terroristi, di notte, e incendiano tutto. I contadini e le loro mogli escono disperati sullo spiazzo. Qui vengono senz’altro decapitati. Le donne, se incinte, sventrate. I feti, estratti dai corpi, sbattutti ripetutamente contro un muro. A Mohamed Chaib, nella regione di Blida, i feti vennero pestati con zappe e roncole (13-14 aprile 1997). A Sid el Kebir (5 novembre 1996) i 32 abitanti (tra cui dodici donne) vennero decapitati con seghe e asce. A Beni Slimane (16 gennaio 1997) 48 trascinati in mezzo alla strada e sgozzati (tra questi donne, vecchi e bambini). Secondo un giornale inglese, che riferiva dei due attacchi alla regione di Ali Baba (23 gennaio 1997) gli islamici girano con una ghigliottina montata su un camion. A Medea, durante l’assalto con asce e coltelli al quartiere Ktiten, apparve un nano. Costui farebbe parte del Gia (Gruppi islamici armati) guidato dall’emiro Ali Boughdar e sarebbe un boia ufficiale: le vittime, portate fuori dalle case, gli vengono consegnate e lui taglia loro la testa alternando la scure al coltello (31 finite così durante il Ramadan).
• Cavalli. 22 aprile 1997: nella notte tra lunedì e martedì, a trenta chilometri dalla capitale, vengono massacrate 93 persone. Commando, di almeno centocinquanta terroristi, per la prima volta a cavallo. Verso mezzanotte circondano il villaggio di Boughlef Khemisti, presso Bougara, e quello vicino di El Klaa, due vecchie fattorie abitate da contadini, sgozzano e pestano con zappe e attrezzi agricoli. Tra i morti 43 donne e tre bambini. Altri 25 i feriti. Quelli che si sono barricati in casa rifiutandosi di uscire muoiono carbonizzati: i terroristi danno fuoco alle case e usano esplosivi. Rapinati valori e gioielli, fuga a cavallo con cinque ragazze trovate poi violentate e uccise. In quello stesso giorno (22 aprile 1997) scade il termine per la presentazione delle candidature alle prossime elezioni del 5 giugno.
• Ultimi fatti. 24 aprile 1997, giovedì: 42 morti a Omaria, piccolo villaggio di montagna 50 chilometri a sud di Algeri, fatti a pezzi e bruciati, commando di trenta uomini che vive nascosto nei boschi. 24 aprile 1997: cinque sgozzati su un autobus. 25 aprile 1997: 21 morti alla stazione di Oued el Kerma per l’esplosione di una bomba. L’ordigno ha scavato un buco di sette metri.
• Gli integralisti algerini, per insegnare alle reclute a uccidere velocemente e senza ripensamenti, filmano i loro omicidi. La polizia scoprì in un covo una delle videocassette che avevano finalità didattiche: nella pellicola erano ripresi in primo piano tutti i particolari di uno sgozzamento. A Londra gruppi di simpatizzanti islamici all’uscita delle Moschee vendevano per quindicimila lire videocassette con le scene dei massacri algerini. I soldi servivano per sovvenzionare i gruppi armati in Algeria. Nel video si vedono integralisti che sgozzano poliziotti, soldati e qualche civile. C’è anche l’uccisione di un funzionario governativo avvenuta nel ’94 in una località dell’Algeria occidentale. Si sente l’uomo implorare i suoi assassini, e loro che di rimando gridano ”Allah akhbar” e gli sparano. Alcuni terroristi, ripresi nello stesso video, descrivevano con orgoglio l’uccisione di alcuni poliziotti che piangevano e imploravano pietà. Commento dell’integralista Abdullah Messai: «I mujaheddin ci hanno chiesto di far conoscere anche in Inghilterra la verità sull’Algeria. Questo è il nostro impegno... Non c’è da meravigliarsi se vengono uccisi anche i civili, perché sono spie».
• Gli estremisti islamici (in generale: anche quelli che massacrano in Algeria) sono stati allevati dalla Cia, che li adoperava per combattere i sovietici in Afghanistan. Tornati a casa, hanno sfruttato l’esperienza militare acquisìta contro i russi per abbattere i governi musulmani moderati. Secondo Youssef Brodanski, direttore del centro di ricerche del Congresso Usa sul terrorismo, agli inizi degli anni Ottanta combattevano in Afghanistan tra i tremila e i tremila e cinquecento arabi. Alla fine del decennio ne erano stati arruolati sedicimila. L’Internazionale afghana del terrorismo islamico ha la sua base a Peshawar, Pakistan. Tutti i capi dell’islamismo radicale sono passati da Peshawar. Qui sono stati addestrati alla guerriglia almeno ventimila mujahidin arabi. Qui hanno trovato rifugio alcuni dei capi in esilio del Fis (Fronte islamico di salvezza). Qui vengono stampati due giornali diffusi clandestinamente in Algeria. Tra i principali finanziatori dei gruppi islamici afghani, prìncipi e uomini d’affari kuwaitiani e sauditi. Il caso di Yusuf Islam, alias Cat Stevens, ex pop star convertitasi all’Islam nel ’77, finanziatore e propagandista dell’organizzazione integralista ”Muslim Aid” con base a Londra.
• Gratitudine. Il capo dei Gia, Sayf Allah Ja’far, dice che molti musulmani nel mondo si sono ispirati ai mujahidin afghani: «Noi gli dobbiamo tantissimo, questo è innegabile».
• «Nella società islamica l’omicidio per motivi religiosi è una costante, una parte normale della lotta politica da sempre [...] In molte lingue, come in italiano, lo stesso termine ”assassino” deriva dalla famosa setta di fanatici religiosi islamici: quelli a cui veniva fatto fumare l’hashish, per mostrare loro il paradiso in cui sarebbero volati dopo esser morti per la fede». «L’integralista pensa: quello che va fatto va fatto, senza starci troppo a riflettere. E uccide. E l’uomo della strada non esprime gran riprovazione». (Sergio Noja, professore della Cattolica di Milano, uno dei massimi islamisti italiani).
• I terroristi ammazzano con metodo, senza fretta, sgozzano e sfigurano le vittime, sventrano le donne incinte. Quest’ultimo è un rituale antico, se ne trova riferimento anche nella Bibbia: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli / e li sfracellerà contro la pietra» (Sal. 137, 8-9). Giangranco Ravasi, biblista: «Questa furibonda imprecazione evoca una truculenta prassi orientale: i bambini sfracellati contro i massi e lo sventramento delle donne incinte volevano provocare, simbolicamente e concretamente, la fine di un popolo nelle sue stesse radici». Il taglio della gola viene eseguito secondo le regole del sacrificio del montone a chiusura del Ramadan, quando si celebra la festa dello Aid el Kebir. Ma le regole riguardano animali, non persone. Il Corano parla di sacrifici di animali e basta. Non solo: il libro sacro raccomanda di evitare all’animale sacrificato lo spettacolo degli altri animali sgozzati prima di lui. Gli integralisti invece radunano le vittime nelle piazze e le costringono a giacere sul fianco sinistro, con la testa rivolta verso la Mecca, in modo che prima di morire vedano come muore sgozzato chi gli sta vicino. Il taglio della gola, oltre a eliminare la vittima, ha la funzione di purificarla tramite la fuoriuscita del sangue, mentre i sacrificatori invocano il nome di Allah (con il taglio della gola i musulmani purificano la carne da macello rendendola halal, cioè lecita al consumo umano. Con la decapitazione e la mutilazione si vorrebbe rendere impossibile la ricomposizione dei corpi delle vittime nell’Aldilà). Fino al ’93, donne e bambini venivano risparmiati. Ma quattro anni fa l’allora sceicco dei gruppi armati islamici Omar Eulmi emanò un editto (fatwa) che aboliva la loro intoccabilità. Le donne vengono uccise se violano norme come quella di indossare il velo tradizionale (khimar) ma anche se rifiutano il ”matrimonio di piacere”. Quest’ultimo è un contratto vero e proprio che lega uomo e donna per poche ore, in pratica una sorta di legalizzazione della prostituzione.
• Orano. Seconda città dell’Algeria, qui le donne sono libere di andare ovunque. Le ragazze indossano jeans, pantaloncini e minigonne, le donne sposate possono portare sia gli abiti tradizionali che quelli moderni. I locali notturni sono sempre pieni.
• Islamisti. Si può essere musulmani senza essere islamisti. Gli islamisti rifiutano di essere definiti integralisti o estremisti. Ci sono varie correnti islamiche (salafita, conservatrice, riformatrice, eccetera) ma tutte tendono alla conquista del potere con ogni mezzo.
• Fondamentalismo, parola comparsa per la prima volta nel 1910 negli Stati Uniti, in alcuni scritti di autori protestanti che si opponevano a qualsiasi riconciliazione con la modernità. Si trattava di gruppi di protestanti che decidevano di ritirarsi dalla società per vivere la vita comunitaria e primitiva dei primi cristiani, mediante il ritorno ai fondamenti del cristianesimo originario. Dunque l’espressione fondamentalismo di origine cristiana non può applicarsi agli estremisti musulmani, che tentano oggi di imporre con la violenza una certa interpretazione o una maniera di vivere che non corrispondono a quella dei primi musulmani.
• Integralisti: unica delle nozioni legate agli islamisti che abbia connotazione negativa. Non tutti gli islamisti sono integralisti (i conflitti tra islamisti ne sono la prova). In arabo il fenomeno dell’integralismo è definito al-tatarruf-al-dini (estremismo religioso). Nei media algerini dall’inizio di questi decenni prevale l’epiteto al-irhab (terrorismo).
• Fiamma che alimenta il fondamentalismo islamico. Può essere individuata in un doppio fallimento: fallimento della modernizzazione e fallimento della democratizzazione. Le élite di orientamento europeo sono state associate nella coscienza politica delle grandi masse con la crisi economica, la diseguaglianza sociale, la corruzione, l’autoritarismo, e con un profondo senso d’umiliazione. Il fondamentalismo risponde a tutto ciò ponendo l’accento sull’uguaglianza all’interno della comunità dei fedeli, su un forte impianto etico e un rinato orgoglio basato sul rifiuto dell’altro: l’Occidente. Tuttavia il fondamentalismo islamico non è certo monolitico: i Fratelli musulmani d’Egitto sono un’altra cosa rispetto agli ayatollah iraniani; l’Hamas palestinese è diverso dal Fis algerino; gli hizballah libanesi non coincidono con i fondamentalisti sauditi.
• L’Algeria, secondo stato africano e primo stato arabo per dimensioni (occupa un terzo del Sahara): soggiogata dai francesi nella prima metà dell’Ottocento attraverso una guerra durata quasi venti anni. Nei decenni successivi non solo sfruttata dai suoi conquistatori, ma sottoposta a un «genocidio culturale» (Sartre). A differenza dei suoi vicini si sbarazzò con le armi del giogo coloniale. Per otto anni ha combattuto e infine vinto una durissima guerra di liberazione, per poi ritrovarsi nelle mani di una classe politica corrotta e decisa a gestire il potere in maniera non dissimile dai francesi. Ad Algeri si è cioè sviluppata una forma di ”colonialismo interno”. Padrone assoluto dell’Algeria - dall’anno dell’indipendenza (1962) al 1989 - il Fronte di liberazione nazionale (Fnl), che ha largamente strumentalizzato l’Islam ai fini della propria legittimazione. All’opposto, il Fronte di salvezza islamico (Fis, fondato nel 1989), ha ereditato dal suo avversario il nazionalismo algerino. I capi del Fis si sono ispirati soprattutto ai Fratelli musulmani egiziani e siriani, hanno fatto proprio lo slogan la sharq la gharb (né Est né Ovest) nato dopo la rivoluzione iraniana. L’Arabia Saudita, fino alla Guerra del Golfo, è stata la fonte principale di finanziamento del Fis, contraccambiata peraltro dagli insulti di molti islamici algerini. Fra gli islamici radicali è vivo il sogno della umma (comunità), cioè l’unione dei paesi a maggioranza musulmana. I dirigenti del Fis si definiscono mujahidin, considerano incompiuta la liberazione avviata trentadue anni fa, accusano il Fnl di aver tradito la causa dei martiri di guerra (el-shuhada).
• Il colpo di Stato. Il 26 dicembre del 1991 il Fis, diretto da Abassi Madani, stravince il primo turno delle prime elezioni politiche multipartitiche nella storia dell’Algeria. Il Fis preannuncia che, una volta al governo, instaurerà uno stato islamico. Un Alto Consiglio militare prende allora il potere, annulla il secondo turno di votazioni e instaura nel Paese un regime di repressione. Mette il Fis fuorilegge, incarcera i suoi capi e interna nei campi di concentramento migliaia di militanti islamici. «Esercito e nomenklatura, profilandosi la vittoria al secondo turno del Fis, per non perdere il potere strozzarono nella culla la democrazia appena nata proclamando, a mo’ di giustificazione, che l’avvento dei ”barbuti” avrebbe ”sicuramente impedito ogni forma di prassi democratica”» (Igor Man). Da quel momento iniziano i massacri. Nel novembre ’95, nelle prime elezioni presidenziali con più candidati, viene confermato alla carica di capo dello Stato il presidente Liamine Zeroual che fallisce nell’obiettivo di riconciliazione con il Fis. La sua elezione, giudicata un imbroglio, accentua l’ondata di terrorismo islamico.
• Liamine Zeroual, 56 anni, brizzolato, sopracciglia foltissime, baffetti grigi, sguardo freddo e distaccato. A 16 anni era già un piccolo eroe. Nato nel wilaya (distretto) di Batna, 500 chilometri a sud-est di Algeri, entra giovanissimo nell’esercito di liberazione che combatte contro i francesi. A 21 anni è già ufficiale. Alla fine della guerra d’indipendenza (’54-62) è uno dei giovani leoni dell’esercito algerino. Nell’89 diventa capo di Stato maggiore. Nel ’90 osa contrapporre le sue idee politiche - più aperte e critiche nei confronti del sistema a partito unico - a quelle del presidente Chadli Benjedid, che lo spedisce a Bucarest, nel dopo Ceausescu, come ambasciatore. Zeroual si dimette però dopo pochi mesi dichiarando che non gli va «di essere pagato per non fare nulla». Non partecipa al colpo di Stato del ’92 (vedi sopra) e può quindi far da mediatore tra l’ala dura dei militari e quella morbida. Ministro della Difesa nel giugno del ’93, presidente il 30 gennaio del ’94. Nel novembre ’95 ottiene la legittimazione popolare che gli mancava. Secondo le cifre ufficiali, va a votare il 74,92 per cento degli algerini, Zeroual viene eletto con un margine consistente (61,4 per cento) nonostante le minacce degli integralisti che avevano chiamato al boicottaggio.
• Abbassi Madani, 66 anni, capo storico e fondatore del Fis. Professore di umanistica all’Università di Algeri, incarcerato dopo il golpe del ’92, attualmente agli arresti domiciliari. Sposato con un’inglese, padre di sei bambini, cerca di dare un’immagine rassicurante del movimento, lasciando ad altri gli atteggiamenti estremisti (per esempio girava in Mercedes per dimostrare che non rifiutava tutte le lusinghe del mondo moderno, gli integralisti del Gia volevano ammazzargli una figlia perché usciva senza il velo).
• Elezioni. Il prossimo 6 giugno si terranno in Algeria le prime elezioni legislative dopo quelle del ’91. Il Fis, fuorilegge dal ’92, ancora una volta escluso dalle consultazioni (non potrebbe comunque partecipare perché un referendum del ’96 ha abrogato i partiti che si rifanno a religioni o etnie. I partiti dichiaratamente islamici, per partecipare alle prossime elezioni, hanno cambiato nome o statuto).
• Ben Bella. Ahmed Ben Bella, 81 anni, eroe dell’indipendenza e fondatore del Movimento per la democrazia in Algeria: «Potremo votare quaranta volte, ma non ci sarà mai pace senza un dialogo con tutte le componenti dell’opposizione, compreso il Fis». Le prossime elezioni «sono una farsa», l’anziano leader non vi prenderà parte.
• Adda. Per il presidente Liamine Zeroual, le elezioni di giugno saranno «l’ultimo appuntamento sulla strada della normalizzazione». Secondo i maggiori partiti d’opposizione, invece, le consultazioni non porranno fine alla violenza. Per bocca del suo portavoce in esilio, Abdelkrim Uld Adda, il Fis ha confermato che boicotterà il voto, considerato uno strumento del regime «per distribuire altre quote di potere tra i suoi sostenitori». Malgrado «la repressione sanguinosa messa in atto dal potere», il Fis si dice comunque disponibile a una «soluzione politica e pacifica» della crisi algerina.
• Rabah Kebir, moderato del Fis, in esilio in Germania dal ’92, quando fu condannato a morte in contumacia per l’attentato all’aeroporto di Algeri (26 giugno ’92, bomba al Desk Air France dell’aeroporto, 9 morti e 100 feriti): «La repubblica islamica che vogliamo fondare in Algeria si basa sulla libertà di espressione, sulla garanzia delle libertà individuali e politiche e sui diritti dell’uomo. Per esempio, noi non possiamo applicare la tortura, come fa l’attuale regime, perché il Corano lo vieta... La nostra politica non si fonda sulla violenza. Io stesso sono contrario alle uccisioni di stranieri perché la nostra lotta è contro i dittatori di Algeri e non contro gli altri». «Non è vero che siamo contro le donne. Ci sono diversi sindaci del Fis che hanno una segretaria donna, che non porta il velo». «L’Islam che noi vogliamo non è contro nessuno. Non è contro i cristiani né contro l’Europa, né contro l’Occidente. solo per noi, per poter vivere con la nostra normale personalità, per poter raggiungere uno sviluppo paragonabile a quello europeo». «Ci sono paesi occidentali che per l’Algeria preferiscono la dittatura militare alla democrazia. Noi del Fis preferiamo la democrazia».
• Casta. «L’Europa ci ha venduto in cambio del gas e del petrolio. L’Europa ha prima chiuso gli occhi di fronte al degrado sociale e politico provocato in Algeria da una casta politica e militare corrotta e incapace, e poi ha avallato il golpe militare del ’92. Mi creda, a guidare le scelte dell’Europa non è stato il timore di un diffondersi dell’integralismo islamico ma la possibilità, garantita dai militari, di poter sfruttare al meglio le risorse di cui l’Algeria è ricca» (Ahmed Ben Bella).
• Tra i gruppi responsabili della violenza, l’Ais (Armata islamica di salvezza, conta 5-6 mila uomini, espressione diretta del Fis) e soprattutto il Gia (Gruppo islamico armato, non più di duemila uomini), specializzato in atti di terrorismo urbano. Sia il Fis che il Gia vogliono instaurare uno stato islamico in Algeria.
• Lotte intestine. Ais e Gia sono in lotta tra loro, alcune delle stragi di questi ultimi anni sono frutto di regolamento di conti tra i due gruppi.
• Non esistono? Secondo Bruno Etienne, autore del bestseller L’islamisme radicale, le efferatezze attribuite al Gia andrebbero in realtà divise tra quella galassia di gruppuscoli islamisti e «i vari clan di potere governativi» che starebbero alimentando una «tenebrosa, cinica strategia della tensione». ”El Ribat”, pubblicazione ispirata dai moderati del Fis, dubita addirittura dell’esistenza del Gia, almeno così come viene descritto e propagandato. «Si tratta semplicemente di una manipolazione dei servizi segreti algerini intesa a consolidare il Potere e a ottenere un maggior sostegno dell’Occidente in generale, della Francia in particolare».
• «Gli integralisti sono avidi, come i mafiosi. E vogliono arrivare al potere attraverso l’uso indiscriminato della violenza. Come i mafiosi» (Khalida, redattrice di ”El Watan”).
• Militari. «Il Gia non conta. Sono gruppi di sbandati, criminali che cercano di mascherarsi dietro l’Islam. Le loro file sono zeppe di agenti del regime, che usano il terrorismo per giustificare il clima di emergenza, la censura e il blocco delle libertà civili e politiche. Mi creda, i militari faranno di tutto, come stanno facendo da cinque anni, per mortificare la società civile, tarpare le ali al dialogo, usando a questo scopo anche il terrorismo, alimentandolo, infiltrandosi al suo interno».
• Ricchezze. «L’esercito con i suoi cannoni, napalm, carri armati, difende i pozzi di petrolio e di gas, gli innumerevoli uffici di import-export. Mai, dal ’62 a oggi, l’Algeria ha avuto tante riserve di valuta grazie all’aumento del prezzo del greggio. Un’economia di mercato ”selvaggia” ha arricchito la nomenklatura. ”Ci sono empori in Algeria che sembrano la grotta di Alì Baba”, ha scritto ’Le Monde’. L’Algeria, al di fuori di petrolio e gas, non produce più nulla. Il regime non vuol spendere un soldo per combattere davvero il terrorismo islamista. Se i villaggi fossero difesi sul serio, anziché lasciati alle milizie rurali, i terroristi non oserebbero andare a cavallo contro i carri armati. Quindi la tragedia dell’Algeria è il risultato di una politica ”cinica, miope, antipatriottica”» (Igor Man).
• Giovani. L’80 per cento degli algerini ha meno di venti anni. La disoccupazione dei giovani è una delle cause della diffusione dell’integralismo.
• «Il mantenimento al potere di classi dirigenti corrotte e incapaci porterà ad un esodo di massa dei giovani dell’Algeria, come della Tunisia e del Marocco, verso l’altra sponda del Mediterraneo. Siete pronti a sostenere questo impatto, ad aprire le porte a milioni di disperati, a farvi carico delle loro aspettative?» (Ben Bella).
• Distanza in linea d’aria tra Pantelleria e Algeri: 600 chilometri (come tra Roma e Milano).
• L’Italia è stato il primo cliente dell’Algeria nel primo trimestre di quest’anno, assorbendo il 22,53 per cento delle esportazioni algerine. La Francia ha perso il primo posto, slittando al terzo dopo gli Stati Uniti. Resta tuttavia il primo fornitore dell’Algeria, che ha importato il 23 per cento del suo fabbisogno dalla Francia, seguita da Spagna (9,85), Stati Uniti (9,03), Italia (8,55).