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 1998  ottobre 05 Lunedì calendario

«Il Fondo monetario internazionale annuncia la recessione mondiale»

• «Il Fondo monetario internazionale annuncia la recessione mondiale». «Con un certo orgoglio, immagino» (Elle Kappa).
• Secondo Michael Mussa, capo-economista del Fondo monetario internazionale, una crescita mondiale che cadesse sotto l’1 per cento costituirebbe una recessione.
• La crescita economica mondiale per il 1998 è stimata nel 2 per cento, la metà di quanto si prevedeva un anno fa, un punto in meno rispetto a quanto si sperava nel maggio scorso.
• Secondo l’’Outlook” del Fondo monetario internazionale, il Pil della Russia «precipiterà» del 6 per cento quest’anno e di un altro 6 per cento nel 1999. La contrazione nelle tigri asiatiche sarà dell’8,7 per cento. La crescita del Giappone si limiterà allo 0,5 per cento. Solo negli Usa le cose andranno un po’ meglio (+3,5 per cento).
• I ”respiri profondi”, secondo Schumpeter fasi di stallo dell’economia nelle quali capitale e lavoro si riorganizzano in nuove combinazioni per offrire a tutti maggiore benessere.
• «Gli avvenimenti degli ultimi mesi mostrano abbastanza chiaramente la grande difficoltà dei mercati a funzionare efficientemente da soli, soprattutto in momenti di difficoltà. Essi risultano facilmente preda di un ”nervosismo” incontrollabile che si traduce nell’estrema instabilità delle quotazioni, un’instabilità tale da danneggiare seriamente le imprese quotate che sovente hanno poco a che fare con meccanismi puramente finanziari» (Mario Deaglio).
• «Non c’è alcun legame tra l’economia reale e la quantità di soldi che girano» (Antonio Fazio).
• «La fragilità che deriva dall’aver sostituito alla pazienza di chi realizza investimenti diretti la miope ingordigia di chi amministra portafogli» (Giacomo Vaciago).
• Dall’ultimo rapporto Prometeia sullo stato dell’economia mondiale: «Un fattore che precede l’insorgere delle crisi finanziarie è rappresentato da una rapida liberalizzazione finanziaria e da una significativa espansione del credito. Ciò in genere fa crescere i prezzi delle azioni per oltre il 40 per cento nell’anno successivo. Allo scoppio della bolla segue in genere una crisi bancaria. Tale situazione è spesso accompagnata da una crisi di cambio nel momento in cui le autorità decidono di ridurre i tassi d’interesse per aiutare le banche o di alzarli per difendere il cambio. Il risultato finale è una riduzione significativa nel livello dell’attività economica e l’inizio di una recessione».
• Misure suggerite dalla maggior parte degli economisti di tutto il mondo per uscire dalla crisi: 1) ribasso concertato dei tassi d’interesse internazionali; 2) riforma del Fondo monetario internazionale e della politica internazionale per lo sviluppo e la globalizzazione; 3) avvio di una politica di sostegno all’attività economica in Europa, Usa e Giappone che sostituisca l’export verso le aree in crisi e contribuisca ad assorbirne la produzione.
• « la nostra ricetta per il 90 per cento dei Paesi del mondo» (Michael Mussa del Fmi).
• «Chi segua l’evolversi dell’economia mondiale dovrebbe sentirsi ahimè come si sentiva Il grande Gatsby nel romanzo di Fitzgerald. Vittima d’un ”futuro orgiastico che, anno per anno, indietreggia davanti a noi”».
• Capo della Federal Reserve Bank, la Banca centrale americana. Secondo molti l’uomo più importante del mondo, «l’uomo Nero capace di bruciare i risparmi della gente con un monosillabo». Imperturbabile, sempre sicuro del fatto suo, abilissimo nel far di conto («una calcolatrice umana»), ogni mattina si alza alle 5.30 e si immerge in una vasca d’acqua bollente. Appassionato di musica, dopo una gioventù un po’ Bohème nel 1954 lasciò la moglie e fondò la Townsend & Greenspan, società di consulenza economica grazie alla quale entrò in contatto con molti politici. Consigliere di Nixon durante la campagna elettorale del 1968, nel 1974 divenne capo dei consiglieri economici del presidente Ford. Collaboratore di Reagan, nel 1987 fu da questi messo a capo della Federal Reserve Bank. Fintamente distratto, sempre stropicciato, elenca cifre e traccia scenari con tono sempre monocorde.
• Perché Greenspan non abbassa i tassi d’interesse? Perché teme che così facendo indebolirebbe l’afflusso di capitali verso gli Stati Uniti e quindi il dollaro. Se però Wall Street riprendesse a crescere, sarebbe costretto ad alzare i tassi e ad aggravare l’effetto negativo della crisi.
• «Greenspan si limita a seguire gli andamenti dell’economia senza cercare di indicare una direzione precisa in un’epoca nella quale, al contrario, si sente ormai il bisogno di una simile indicazione [...] Le misure adottate dal suo comitato costituiscono perciò molto più un adeguamento alla crisi che un tentativo di superarlo» (Mario Deaglio).
• «Occorrono direttori d’orchestra [...] qualcuno che capisca, in una situazione che è senza precedenti di liberalizzazione ai movimenti di capitali, come funziona il sistema e che cosa accade globalmente» (Antonio Fazio).
• Gli Hedge fund, fondi privati d’investimento molto rischiosi che speculano in titoli derivati grazie a complessi modelli matematici. In genere operano facendo base in paradisi fiscali che i governi occidentali non riconoscono come interlocutori istituzionali. In America ce ne sono circa 4.000. Portafoglio complessivo: 400 miliardi di dollari. Trattandosi di fondi privati la Sec (la Consob americana) limita l’accesso a 99 investitori, di cui almeno 65 devono essere ”accreditati”, cioè avere un patrimonio minimo di un milione di dollari. Le perdite degli ultimi tempi derivano da investimenti in Russia e America latina.
• Quattro anni fa, mentre il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, in prese di posizione ufficiali, stigmatizzava i pericoli della diffusione sui mercati finanziari degli hedge fund l’Ufficio italiano cambi (Uic), cioè un’istituzione finanziaria centrale del nostro Paese, governata da un consiglio d’amministrazione in cui siedono i vertici della stessa Banca d’Italia e del Tesoro, investiva l’un per cento delle riserve valutarie nazionali (415 miliardi) nell’Ltcm (Long term capital management).
• Gli hedge funds possono dare un alto profitto: chi ha investito nell’Ltcm nel ’94 e ne è uscito all’inizio del ’97, ha accumulato un guadagno annuo del 17 per cento. Non possono però essere pubblicizzati, e per questo si affidano a consulenti per la raccolta dei capitali. I gestori incassano in genere il 20 per cento dei profitti più una commissione dell’1 per cento.
• La crisi finanziaria ha causato all’Ltcm gravi perdite, tanto che Greenspan e la Federal reserve sono dovuti intervenire con un piano di salvataggio. «Nel vortice Ltcm sono finiti nomi celebri: Bankamerica Corporation ha una linea di credito verso gli hedge fund di 1,6 miliardi. Merrill Lynch ha un’esposizione totale verso il settore (Ltcm incluso) di 2,083 miliardi di dollari, ma grazie alla copertura rischia soltanto 84 milioni di dollari. Bankers Trust si è impegnata ”solo” per 850 milioni di dollari. In Europa, Dresdner Bank ha ammesso di aver investito nel Ltcm ed aver perso 240 milioni di marchi tedeschi. Commerzbank ha ammesso di non aver investito negli hedge fund ”per caso”».
• Italiani/1. Pier Antonio Ciampicali, presidente dell’Uic, ammette che quando (1994) decise per la prima volta di investire nel Long Term Capital Management, non sapeva che si trattasse di un fondo ad alto rischio: «Per quanto ne sapevamo era un fondo d’investimento di lungo termine». [18]
• Fazio: «L’Lctm? Mai sentito nominare!». Dini: «Non mi ricordo se ero presente alla riunione dell’Uic. Sapevo che c’era un piccolo investimento iniziale che ha prodotto profitti molto ragguardevoli perlomeno all’inizio».
• Secondo la «cattivissima» Lex Column del ”Financial Times” con questa operazione la Bankitalia «Ha perso la sua autorità morale».
• Istituzioni chiamate a finanziare il salvataggio di Ltcm con un versamento di 300 milioni di dollari ciascuna: Barclays Bank, Deutsche bank, Société Générale, Paribas e Ubs.
• «Ogni investimento è una speculazione, è la loro ripartizione che determina il rischio. E questo investimento era, a quanto si sa, percentualmente modesto. Piuttosto: perché l’Uic non era ancora stato eliminato o ridotto? A che serve se non c’è più controllo dei cambi?» (Franco Debenedetti).
• «Dagli Anni Trenta non c’è un risparmiatore italiano che abbia perso una lira a causa delle crisi finanziarie mondiali e questo spiega l’alto tasso di risparmio in Italia» (Antonio Fazio).
• Gli Stati Uniti insistono per una riforma che lasci sostanzialmente invariate le aperture delle frontiere, la libertà di movimento dei capitali e la disponibilità ad accettare l’introduzione di nuovi strumenti finanziari. L’Europa vorrebbe un assetto più conservatore, con la possibilità di introdurre alcune forme di controllo e persino di limitare l’esportazione di capitali in valute a circostanze d’emergenza. Secondo l’America questa posizione ci porterebbe indietro di molti anni, quando il controllo dei cambi induceva una provincializzazione delle imprese. L’esperienza insegna inoltre che i controlli danno vita a un efficientissimo mercato nero che consente di aggirare molti ostacoli.
• Gli Stati Uniti, secondo Clinton «l’unico Paese indispensabile».
• Spd e Verdi sono pronti allo scontro con la Bundesbank: «Non è infallibile né intoccabile [...] Anzi, il Consiglio centrale della Bundesbank è composto da ex sottosegretari e ministri che più volte, prendendo decisioni nei loro precedenti incarichi, hanno sbagliato» (Oskar Lafontaine).
• «Meglio quattro punti d’inflazione che quattro milioni di disoccupati» (Helmut Schmidt).
• Blair, Schröder, Prodi, Jospin: «Esiste fin d’ora un grado di coesione politica sufficiente perché possano far ascoltare con fermezza la loro voce ai dirigenti della Banca Centrale Europea [...] L’Europa non è mai stata così vicina alla realtà di un governo ”economico” [...] L’esigenza della lotta contro la disoccupazione dovrebbe dar vita a una ”rivoluzione progressista”, il cui strumento privilegiato dovrebbe essere l’avvio di politiche risolutamente espansionistiche [...] Un addolcimento delle condizioni monetarie in Europa (secondo la richiesta di Oskar Lafontaine), accompagnato da un impulso ai bilanci (sotto forma di investimenti pubblici e riduzione del carico fiscale) permetterebbe infatti non soltanto di ridurre la disoccupazione, ma contribuirebbe in maniera decisiva alla soluzione della crisi che si è abbattuta sulle altre regioni del mondo» (Jean-Paul Fitoussi).
• «Schröder resta un cancelliere della Spd, un partito che, per servire gli interessi della sua clientela, metterà in pratica ricette economiche dell’altroieri: sovvenzioni statali e niente incentivi fiscali a favore delle imprese [...] Le grandi imprese tedesche sapranno come difendersi. Siemens o Daimler-Benz (per fare due esempi) sono imprese globali, vale a dire producono e investono sempre più all’estero [...] Non è lo Stato e nemmeno sono le grandi imprese a dover rilanciare l’occupazione. Questo è invece il compito delle piccole imprese [...] Bisognerebbe agevolare le piccole e medie imprese con una riforma fiscale adeguata. Bisognerebbe ridurre fortemente le sovvenzioni statali nei vari settori improduttivi dell’economia. E dal nuovo cancelliere non si sente proprio nulla in questo senso» (Norbert Walter, capoeconomista della Deutsche Bank).
• «Forse la gente non si rende conto che la sfida oggi è epocale: si tratta di far fare ai Paesi emergenti ciò che noi abbiamo fatto ai tempi di Balzac e Zola» (Michel Camdessus, presidente del Fondo monetario internazionale).