Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 26 giugno 2000
«Diceva che di lui si doveva parlare solo dopo morto» (Antonio Maccanico a proposito di Enrico Cuccia)
• «Diceva che di lui si doveva parlare solo dopo morto» (Antonio Maccanico a proposito di Enrico Cuccia).
• « morto Enrico Cuccia». «Forse» (Elle Kappa).
• «Molte volte in passato abbiamo assistito ai funerali di Enrico Cuccia: ogni volta che falliva una mossa» (Galapagos).
• «L’ho visto, l’ultima volta, martedì scorso. Mi sembrava un po’ affaticato» (Cesare Geronzi).
• «Enrico Cuccia è sposato con una donna dal nome curioso: Idea Nuova Socialista, chiamata meno impegnativamente Ida. Resta curiosa tanta fede nel socialismo da imporre un tal nome alla figlia, soprattutto se scopriamo che il padre in questione fu uno dei più stretti collaboratori di Mussolini in campo economico e finanziario durante il periodo fascista. L’uomo che sapeva tutto. Se scopriamo che oltre a essere il suocero di Cuccia ne fu per certi versi il predecessore e per altri una sorta di maestro e di padre spirituale, la cosa si fa doppiamente curiosa. Non solo: Alberto Beneduce fu, in quanto a potere e prestigio, un Enrico Cuccia al cubo. Nonostante abbia sempre sostanzialmente operato dietro le quinte, la figura di Beneduce è assolutamente centrale nel panorama della storia economica - se non della storia tout court - tra le due guerre mondialiª
• «Biondo, carino, ma tutt’altro che fesso» (Malagodi a proposito di Cuccia giovane).
• «Siciliano di montagna, sangue freddo» (Guido Carli a proposito di Cuccia).
• «Formazione cattolica ricevuta da ragazzo e rigore calvinista innato» (Lucio Rondelli, presidente di Unicredito a proposito di Cuccia).
• «’Il nome che Mattioli suggerì - sono parole di Cuccia - fu Unionbanca in quanto sin dal primo momento l’iniziativa non fu vista da lui come come un affare controllato dalla sola Comit, ma come un’impresa cui avrebbero dovuto partecipare le tre banche d’interesse nazionale, cinque di diritto pubblico, la Banca d’America e d’Italia, il Banco di Santo Spirito, le Generali, la Ras, l’Ina e infine Bastogi”. In tutto quattordici soci con la maggioranza del capitale posseduto dalle tre Bin (Comit, Credit, Banco di Roma). Il parto fu molto più laborioso del previsto. L’accordo fu raggiunto, ma fra le sole tre Bin, con il Banco di Roma costretto obtorto collo dalle autorità monetarie a partecipare. Il 10 aprile del 1946, dopo una travagliata gestazione, nasceva dunque Mediobanca».
• «Al primo piano del palazzo di via Filodrammatici: un’ariosa stanza d’angolo con due ampie vetrate, un tavolo vecchio stile, un busto di marmo».
• «Assicurare i centri decisionali, gli headquarters, all’Italia era l’ossessione di Cuccia per evitare che il Paese si confrontasse con l’Europa disarmato. riuscito nell’intento e questo gli va riconosciuto: piaccia o non piaccia» (Lucio Rondelli, presidente di Unicredito).
• «Gli imprenditori cercavano confessori molto riservati e non amavano andare a raccontare i fatti propri a istituti come l’Imi».
• Messa alle 6.30, passeggiata con sosta all’edicola per comprare i giornali. Dieci-dodici ore di lavoro, pausa pranzo (pesce lesso, di solito), di nuovo in ufficio fino alle ventuno. Niente ferie, qualche week-end nella villa sul Lago Maggiore, spesso la domenica mattina è già in ufficio.
• Non concesse mai un’intervista, uno dei pochi atti pubblici fu quando nel 1991 si recò personalmente a firmare, presso la sede del Giornale di Montanelli, per il referendum sulla preferenza unica.
• «Era un negoziatore durissimo» (Vittorio Mincato a proposito di Cuccia).
• «Cuccia non difese infatti solo molte famiglie del salotto buono, ma ne distrusse anche qualcuna. Il caso più eclatante su quale né la magistratura né altri poteri costituiti hanno voluto far chiarezza è l’esproprio, perché di questo si trattò, dell’impero della famiglia Ferruzzi. Una storia oscura e drammatica che si concluse con il suicidio di Raul Gardini e che non è stata ancora scritta. Quell’esproprio consentì a Mediobanca di prendere impropriamente il controllo di quell’impero chimico che non le apparteneva, e con esso anche di alcune altre grandi società come la Edison e il settore alimentare, per il quale molte battaglie furono combattute con alterne fortune. Quella storia, forse, sta per essere scritta e spiace che il protagonista principale di quella vicenda non ci sia più» (Geronimo).
• «Ma è possibile che l’Italia, il Paese che ha conosciuto tanti mascalzoni, ladri e farabutti, insider e chi più ne ha più ne metta, oggi debba mettere in discussione un galantuomo come Cuccia? Ma viva la faccia, di personaggi con l’onestà, il rigore, la competenza e la sensibilità umana e culturale di Cuccia! Magari ne avessimo avuti di più, di uomini come lui. Altro che!» (Cesare Romiti).
• «A volte era più importante del governo» (Giulio Andreotti).
• «Entrò Cuccia, da solo, io mi esibii in un ringraziamento giapponese, dicendo che eravamo onoratissimi e grati di questo incontro e che eravamo lì solo per chiedere consigli a un personaggio di tanto prestigio. Cuccia alzò un po’ il capo e tagliò corto: ”A Milano si dice che chi chiede consigli chiede dané”» (Valentino Parlato).
• Lo chiamavano ”tartaruga” per la sua abitudine di attraversare la città a piedi con la testa incassata tra le spalle.
• «Una volta che mi parlava della sua fanciullezza palermitana, mi scappò detto ridendo: ”Pensi un po’, dottor Cuccia, se restava in Sicilia, forse il vero Totò Riina diventava lei”. Ridendo (perché rideva pure, Cuccia), aveva risposto: ”Sì ma nessuno se ne sarebbe accorto, forse nemmeno Riina» (Montanelli).
• «Capisce di non avere scelte, scala lui stesso la Montedison e la consegna a Cefis. Tutto in gran segreto. Di fatto, la Montedison viene trasferita dal settore privato a quello pubblico: mai i confini di queste due aree erano stati violati così apertamente, e per opera di quello che era il tutore del capitalismo privato. uno scandalo. Persino Leopoldo Pirelli e Gianni Agnelli, fraterni amici-allievi di Cuccia, per una volta sentono di voer protestare. Ma Cuccia tira dritto. Anni dopo, passata la crisi, si libererà di Cefis e, poco dopo, si riprenderà la Montedison, dandola ai privati».
• «A chi gli faceva notare che aveva sostenuto un tale di cui dichiarava lui stesso che era un ladro, per tutta risposta indicava le poltrone su cui siedono i suoi visitatori, in quel momento vuote: ”Se lei sapesse quanti fetentoni si sono seduti lì!” A un magistrato che gli domandò se si fosse reso conto che il bilancio di una certa società era falso rispose con altero disprezzo: ”Non ho mai visto un bilancio che non lo fosse”».
• «Ha accumulato ormai una tale consuetudine a costruire giocattoli acrobatico-finanziari che non ci mette niente». (un collaboratore in Mediobanca).
• Portava sempre la cravatta nera, in segno di lutto per la morte del padre.
• Alla fine degli anni Settanta, Cuccia venne a sapere dei propositi omicidi di Sindona nei confronti dell’avvocato Ambrosoli, nominato liquidatore della Banca privata italiana (di Sindona). Cuccia stesso fu minacciato di morte. Quando l’11 luglio del 1979 Ambrosoli viene assassinato, Cuccia ammette di avere taciuto per paura.
• «Dai primi anni Ottanta si profila la globalizzazione economico-finanziaria. Persistono comunque in via Filodrammatici le algide atmosfere da salotto buono; persiste l’ingegneria finanziaria. Sembra di essere dinanzi a una lettura conservativa, con Mediobanca che campeggia all’orizzonte, guidata da un Dorian Gray siciliano; in realtà si vedrà come, in pochi anni, l’istituto subirà l’influenza dell’epoca».
• «Si ha un bel dire che il novantenne ”patron” di Mediobanca reggeva ancora saldamente il timone della barca nelle sue vecchie mani: non era così, non poteva esserlo: lui, come tutti i grandi vecchi di quella statura, era diventata un’icona sotto la quale si bruciavano grani d’incenso propiziatorio e alla quale si chiedevano interventi di ultima istanza quando il mare minacciava di trascinare la barca verso gli scogli; ma la rotta, l’equipaggio, la manovra dei motori, il giornale di bordo non erano più da tempo opera sua e purtroppo si vedeva» (Eugenio Scalfari).
• «Certificato numero: 78711400. Importo mensile: 38.281.250 lire. Destinatario: Cuccia Enrico, via Pietro Mascagni 24, Milano. Decorrenza: 12/98».
• «Il saluto di Piazza Affari a Enrico Cuccia ha qualcosa di cinico. Come era già successo lunedì 17 aprile, quando i titoli della galassia Mediobanca s’infiammarono alla notizia del ricovero in ospedale dell’anziano banchiere, la giornata di borsa di venerdì è stata dominata dall’interesse per le società legate dal cordone ombelicale di via Filodrammatici. Gli operatori hanno preso di mira le Hdp, cresciute del 7,15%, la stessa Mediobanca ha messo a segno un guadagno del 6,22% con oltre 15 milioni di azioni scambiate. Compart ha fatto un balzo all’insù del 6,49% mentre Montedison si è fermata a un più 3,33%, le Gemina sono salite del 5,77%, Generali ha guadagnato il 2,93% e Fondiaria ha beneficiato di un rialzo del 2,84%».
• «Non è successo nulla che giustifichi il timore di chissà quale sconvolgimento all’interno di Mediobanca e nella struttura dell’azionariato» (Cesare Geronzi, commentando il rialzo borsistico seguito alla notizia della morte di Cuccia).
• «Chissà quanti non lo sopportavano, consideravano Cuccia un nemico (loro, non del popolo), non vedevano l’ora che uscisse di scena e magari hanno anche brindato alla notizia della sua morte. Nonostante fosse di prima mattina» (jena).
• «L’iniziativa che ha preso con Mediolanum è l’esempio più evidente della modernizzazione in atta a Mediobanca. Il fatto che sia presente nel mercato delle nuove quotazioni è un altro elemento che dimostra modernità di vedute. Pensi che Mediobanca ha un sito Internet studiato con Mediolanum per facilitare la sottoscrizione delle matricole da parte dei risparmiatori» (Ennio Doris amministratore delegato Mediolanum).
• «In Hdp si disputa la querelle Romiti-Agnelli che a inizio anno aveva scaldato piazza affari. Mediobanca gioca al fianco del presidente della Rcs ma la scomparsa di Cuccia potrebbe indurre Torino a riprendere in mano le redini della società nel nome dell’antica rivalità tra Romiti e Umberto Agnelli».
• «Una domenica pomeriggio del ’99, Teo Teocoli si appostò nei pressi di Mediobanca e cercò di imitare la camminata curva, lo sguardo, l’occhiata furtiva del riservartissimo finanziere. Come aveva fatto con Cesare Maldini o con il sindaco Albertini o con Peppino Prisco. Ma questa era una sfida impossibile perché il grande pubblico non conosceva Cuccia e non poteva apprezzare Teocoli nell’immane sforzo di parodiare un fantasma» (Aldo Grasso).
• «Dovrò anch’io far la corte agli angeli? Ma se, nel mio caso, gli angeli sono quelli che proteggono i poteri forti dovrò andarli a cercare in fondo alle scatole cinesi o inerpicarmi per le società a cascata fino alle soglie della Holding? (Sergio Siglienti, banchiere sardo quando fu deposto da presidente Comit da Cuccia)».
• Meina. Duemilacento abitanti, sul Lago Maggiore, vista su Stresa e Arona, rumore del treno, duemilioni e mezzo al metroquadro il prezzo delle case, tra gli habitué il generale dei Carabinieri Antonio Delfino, Mike Bongiorno, l’olimpionica Manuela di Centa (sci di fondo), i Mondadori. Un tempo Claretta Petacci, il detective Tom Ponzi, Fulvia Colombo (una delle prime ”signorine buonasera” della Rai), Luciano Lutring (rapinatore conosciuto come ”il solista del mitra”). Sul lungolago un albergo liberty, che fu luogo di tortura per gli ebrei, in decadenza.
• La villa sul Lago Maggiore. In via ”Ing. Saini, sindaco e benefattore”, numero 23, parco di 5000 metri quadri (conifere, ortensie), 20 stanze da bagno.
• «La signora Idea andò su tutte le furie per una piastrella rotta in uno dei venti bagni della villa» (il custode).
• «Risparmiavano su tutto, compravano poche cose, mai che si concedessero un arancino, un’insalata di polipo».
• A chi lo salutava ripromettendosi di rincontrarlo ancora di lì a qualche mese diceva «Speriamo che sia così perché, sa, io ormai sono un abusivo su questa terra».
• «Lo consideravo un immortale e pensavo che prima o poi l’avrei incontrato» (Marcello Donderi, sindaco di Meina sul Lago Maggiore, dove i Cuccia hanno villa e tomba).
• «Cuccia si addormenta dolcemente, il capo reclinato sulla spalla dell’ex prefetto di Milano Vicari» (l’anno scorso, ascoltando Romiti al castello Confalonieri-Belgiojoso di Caidate, Varese).
• Cappella di famiglia: quattro loculi di pietra grigia, niente fiori freschi, solo un nome, quello della moglie, Idea, e il suo.
• « arrivato il cammello... preparate la cruna dell’ago» (Vauro).
• «Forse che i morti ci insegnano a piangere?» (Enrico Cuccia).