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 2016  ottobre 26 Mercoledì calendario

Tra i pescatori di Goro schierati sulle barricate: «Via di qui i migranti anche se sono donne»

GORO ( FERRARA) Poco dopo mezzogiorno il capo della rivolta alza le braccia verso la folla: «Abbiamo vinto, nessun profugo arriverà qui». I manifestanti che dalla notte bloccano la strada con barricate improvvisate urlano e fischiano, i più giovani accendono un fuoco per cuocere la carne e scaldarsi, c’è chi stappa un’altra bottiglia di rosso e chi taglia una fetta di salame. Potrebbe sembrare una festa, se non fosse che Gorino è diventato il paese che ha fermato dodici donne in fuga dalla fame e dalla miseria, di cui una all’ottavo mese di gravidanza. Lunedì sera le 12 migranti, insieme a otto bambini, sarebbero dovute arrivare in autobus in questa striscia d’asfalto tra il Po e l’Adriatico in provincia di Ferrara, ma una catena umana ha chiuso l’unica strada che porta alla frazione, impedendo l’arrivo nell’ostello requisito dalla prefettura. Ieri la decisione definitiva delle autorità: ogni trasferimento per adesso è sospeso. In mattinata, in mezzo alla strada, sotto alla nebbia che copre chilometri di campagna tutta uguale e all’umidità che punge le ossa, c’è mezzo paese.
Gorino, frazione di Goro, conta 450 abitanti che vivono prevalentemente di pesca, in particolare di vongole. Gli uomini hanno scioperato, lasciando le barche ormeggiate al porto. Le donne, non meno agguerrite, si sono unite al presidio. I bimbi non sono andati a scuola e ora giocano a fare i guardiani sotto al gazebo, proprio come i grandi: «Non possiamo spostarci da qui, sennò loro arrivano» dice una biondina. Solo che questo non è un gioco. In mezzo alla strada ci sono delle grandi pedane poggiate una sopra l’altra. Il traffico va a singhiozzo, chi passa in macchina dà un’occhiata d’assenso e un colpo di clacson. Tutti uniti per fermare l’invasione.
Ma nessuno è razzista a Gorino, almeno per gli abitanti. Lo assicura la signora Viviana: «Questo non è razzismo! Noi non vogliamo che ci portino immigrati all’improvviso, nell’unico posto di ritrovo del paese che è l’ostello, dove il prefetto ha fatto requisire le camere da letto poche ore prima dell’arrivo. E poi qui siamo solo in 400, abbiamo tre strade, cosa viene a fare questa gente? Delinquenza e basta?». Nessuno è razzista qui, assicura Stefania, moglie e mamma: «Ci vogliono portare le donne, ma le donne hanno i loro uomini. Noi trascorriamo delle ore della giornata senza i nostri mariti in casa, e anche questo fa paura». «L’accoglienza qui non si può fare» dice Nicola, pescatore, gli occhi scavati dal sonno, la faccia segnata dal mare. La sua come quella di tanti altri. Quella del ragazzo col cappello nero, che sentenzia: «Dove sbarcano profughi ci sono sempre problemi, e noi ne abbiamo già abbastanza». Quella di Davide, che pensa al suo bar dentro l’ostello dove non può andare se arrivano i profughi, chissà poi perché. Quella di Rossano, che allarga le braccia: «Questo è un paese abbandonato da Dio. Lasciateci stare».
Nessuno però sembra pensare alle dodici ragazze di Ghana, Costa d’Avorio e Nigeria che lunedì notte per cinque ore sono rimaste bloccate in una caserma dei carabinieri in attesa di capire dove andare a dormire. Ieri sera, dopo una giornata di polemiche infuocate e accuse di razzismo rimbalzate in tv e su internet, nel municipio di Goro quasi 200 persone hanno partecipato all’assemblea pubblica indetta dal sindaco Diego Viviani: «Io non condanno la nostra comunità, che non merita di essere definita razzista. Noi siamo un altro tipo di paese – dice con la voce che trema – ma viviamo in Italia, non in Croazia, quindi anche noi dovremo occuparci del tema dell’accoglienza». La folla si scalda ma applaude, qualcuno inveisce contro le parole del ministro Alfano e contro i media, responsabili di descrivere il paese in modo sbagliato. Una seduta di autocoscienza collettiva in una sala strapiena, i ricordi di quando «anni fa accogliemmo centinaia di profughi dalla Bosnia». Cos’è cambiato, adesso?
Naturalmente no, non sono tutti razzisti in questo pezzo d’Italia. Lunedì sera, tra le persone accorse nella caserma di Comacchio per prendersi cura delle dodici profughe, c’era il sindaco di Ferrara e presidente della Provincia Tiziano Tagliani. Non in veste istituzionale, ma di autista. «Mi hanno chiamato dopo cena spiegandomi la situazione, e mi sono vergognato per quello che è successo. Quando sono state trovate le tre nuove sistemazioni per le ragazze (quattro per ogni struttura, ndr), tutte poco più che ventenni, ho guidato io il pullmino dell’Asp perché l’autista “vero” era un ragazzo di colore che non conosceva bene le nostre strade e in mezzo alla nebbia si sarebbe perso. «Questo è il male che sta facendo certa politica. Sono mesi e mesi che la Lega Nord picchia su questo tema e agita la popolazione locale. Ecco le conseguenze».