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 1916  giugno 25 Domenica calendario


L’operosità italiana all’estero. Le industrie riunite F. Matarazzo, in San Paulo del Brasile

La città degli italiani

Quella parte della città di San Paulo, oltre fiume, che si chiama Braz, e copre un’ampia piana superficie, la quale, per un buon pezzo all’intorno lentamente sollevandosi in poggi e colline forma quasi un anfiteatro, fu detta altra volta la città degli italiani; perché gl’italiani nella loro immigrazione, o, con più propria parola, invasione, tanto fu essa rapida e tumultuosa, per i primi l’abitarono, costruendovi povere case ed officine, che vennero ben presto mutandosi in magnifici fabbricati. Così si costituiva il nucleo di quella vasta organizzazione del lavoro, che doveva fare di San Paulo il grande centro industriale dell’America Latina, e riaffermare il rinnovato vigore di nostra stirpe, alla cui gloria il rombo del motore ed il fischio delle sirene innalzano l’inno trionfale.
L’attenzione dei passanti pel Braz, che, con i suoi prolungamenti, forma il rione operaio, irto di ciminiere e di antenne, sostegni ai fili conduttori di energie, è spesso richiamata da speciali costruzioni all’insegna Industrie Riunite F. Matarazzo; e a chi vien voglia di porre il piede in una di quelle cittadelle del lavoro e di percorrerle per ordine dalle vaste tettoie, sotto le quali circolano ininterrottamente vagoni, ed autocarri, e veicoli d’ogni genere, ai magazzini, nei cui fianchi capaci si accatastano a migliaia di tonnellate le merci, e ai saloni, dove le macchine trasformano la materia prima in molteplici prodotti, all’uscita, meravigliato e stordito dal tramestìo di quella vita intensa, non può fare a meno di domandarsi se tutto quello che ha visto, ed è una trazione di un tutto più complesso, sia l’esponente del lavoro di più generazioni, o di un uomo cui natura fu prodiga di indefinita longevità, congiunta a vigoria eccezionale di corpo e di intelletto. E la sua meraviglia si accresce nell’apprendere che quello che ha visto, e il molto ancora che gli resta a vedere, è il prodotto di soli venti anni di lavoro, che tanti ne occorsero a Francesco Matarazzo, poco più che sessantenne, per percorrere tutta la sua magnifica ascensione. dall’alfa (1889) all’omega (1909): perché degli anni vissuti in America, quei di Sorocaba furono appena sufficienti alla raccolta di un piccolo peculio, pietra fondamentale poi della sua prodigiosa fortuna.
Francesco Matarazzo appartiene a quella categoria di lavoratori che lo Smiles, nella seconda metà del secolo passato, illustrò col suo originale libro Il potere della volontà e con felice vocabolo battezzò Self-made-man, divenuto con l’uso Self man, il fastigio di alcuno dei quali raggiunse tale altezza da sembrare alla mente dei semplici il risultato di fortunose fantastiche vicende, anziché il frutto di un lavoro tenace ed intelligente.
 
Un uomo

La pianta del Self man, che in nostra lingua potrebbe sonare «artefice della propria fortuna», fu sempre e in ogni luogo un’eccezione; e sebbene tutt’ora si mantenga raro, pure, dopo che Cristoforo Colombo rivelò al mondo la parte migliore di sé stesso, si mostra con maggiore frequenza. Racchiuda pure la semenza potenti energie, ed il fittone forza aspirante, pari ad una pompa, non succhierà tuttavia gli elementi della vita da un terreno privo di sostanze diffusibili. Ma se in America il lavoratore trova la via più piana alla conquista della ricchezza, essa più che altrove è seminata d’insidie: che le ampie oscillazioni dei valori pubblici, così intimamente legati alle alterne vicende della produzione agricola e della mutabilità politica, la manìa della speculazione solidamente radicata, e il rapido succedersi delle crisi commerciali e monetarie sono tanti scogli, dove l’arca dell’oro s’infrange, se non è guidata da mano più che maestra. Donde ne deriva, che se fortuna è talvolta il frutto del cieco caso o dell’astuzia, più spesso però è il prodotto di un temperamento geniale, il quale coordina lo svolgimento dei propri affari all’espansione delle nuove terre, vagliandone tutti gli elementi che ne stimolano o ne ostacolano il progresso: e torna a lode del nostro uomo mirabile l’aver saputo con savi accorgimenti accompagnare il progresso di questo prospero Stato di San Paulo, che in meno di cinque lustri vide quasi decuplicata la sua popolazione, e centuplicata la sua ricchezza.
La personalità di Francesco Matarazzo è complessa e va studiata da differenti punti di vista. Commerciante, industriale, cittadino di due paesi, figlio e padre, in ogni manifestazione della mente e del cuore imprime l’impronta spiccata della sua individualità; individualità né rigida né uniforme, ma flessibile e mutevole, con spiccata tendenza al bene e all’armonia dell’insieme, donde gli viene quella cura del minuto, facoltà innata che forse non fu l’ultimo fattore di sua fortuna. La sua vita è materia di libro, anziché di articolo, che nei limiti troppo anglisti e circonscritti della sintesi, non può lumeggiare tanti pregi minori che risalterebbero da una completa analisi, pregi che, per quanto piccoli, sarebbero sufficienti all’orgoglio di molti mortali e non degli ultimi.
Ma accompagniamo l’opera dell’uomo nel suo graduale svolgimento; forse impareremo a conoscere meglio l’abilità dell’artefice.
 
In Patria

Le condizioni del Mezzogiorno d’Italia verso il 1881 non erano liete: il disagio economico e lo sconforto morale, che da lunga data eran venuti aggravandosi per tutta la nazione, vi si ripercuotevano più profondamente. La gravezza dei balzelli e le idee socialiste, che principiavano ad agitare le popolazioni, rendevano insopportabile quello stato di cose alla media e piccola borghesia, la quale si dibatteva in una vita stentata, coperta dall’orpello di una falsa agiatezza.
A tali condizioni generali si aggiungeva nella famiglia Matarazzo, numerosissima, quella peculiare della immatura perdita del padre. A 25 anni, dopo aver studiato molto latino, molta aritmetica e molto catechismo in Salerno, dopo aver cacciato per tutte le selve di Castellabate, e fatta qualche scappatella, il primogenito di casa Matarazzo, stanco di quella vita improduttiva, cercò scrutare le tenebre del futuro e la propria coscienza, e sentendo in sé la tenacia dell’uomo d’azione abbracciò la desolata madre e prese la via del Brasile, allora poco nota e poco sicura.
 
San Paulo prima del 1889

Il Brasile sotto il governo imperiale era uno stato fortemente centralizzato, con reale svantaggio per le provincie: la schiavitù determinava una prostrazione generale dell’agricoltura, la mancanza di strade e di marina mercantile ostacolavano lo sviluppo del commercio, e le malattie tropicali, con a capo la febbre gialla, ora del tutto scomparsa, oltre ai danni del movimento demografico, gli creavano una triste nomea
L’allora provincia di San Paulo contava 837 mila abitanti, in parte agglomerati in nuclei urbani, in parte dispersi in regioni mezzo deserte, a contatto degl’indii, dove praticavano l’allevamento del bestiame. La coltura era ristretta al granturco, ai fagiuoli, alla canna da zucchero, da cui si estraeva l’acquavite e la melassa, alla mandioca, specie di radice farinosa; il tutto appena sufficiente al consumo locale, ad eccezione del caffè di cui già si esportava mezzo milione di sacchi. Il capoluogo, la città di San Paulo, di 35 000 anime, era legata, come è tuttora, a Santos, suo porto di mare, per una linea ferrata a piani inclinati costrutta e sfruttata da una società inglese; ed all’interno da altra di compagnia nazionale e a scartamento ridotto, che spingendosi per cinquanta chilometri verso sud, terminava a Sorocaba, un grosso villaggio, specie di colonna d’Ercole, dove finiva la popolazione urbana e incominciava il «Sertào», parola intraducibile, che significa una vasta e sterminata boscaglia con delle meschine fattorie, comunicanti fra di loro per sentieri tagliati nel bosco e con scarsa terra adibita alla piccola coltura ed allevamento, dove si
vive di caccia e di pesca e si dorme sulla stuoia o sulla terra nuda.
In tale epoca il nostro connazionale sbarcò a Santos con pochi soldi, molte speranze, buona salute, tenace volontà, e senza neppure quella usuale lettera di raccomandazione, che secoli addietro fece trovar fortuna a D’Artagnan in casa del signor de Tréville.
 
I primi passi

Dopo una sommaria ispezione a San Paulo, Francesco Matarazzo pianta la sua tenda in un botteghino a Sorocaba.
Il suo acuto spirito indagatore gli aveva fatto comprendere che nella capitale, centro distributore del commercio, avrebbe dovuto sottostare ad un padrone, o soccombere ben presto nella gara delle concorrenze.
Al principio l’asprezza del luogo, la promiscuità delle razze, la mancanza dei comodi, la dimessa mansione lo accorano; ma ben presto l’ardore della volontà lo prende e le quattro pareti della capanna diventano testimoni di un poema di umili gesta.
La pulizia più rigorosa, la gentilezza dei modi, la bontà delle merci, l’onestà nel contrattare, gli attirano la fiducia dei clienti; in breve da tutte le parti gli abitanti del «Sertao» accorrono al suo piccolo emporio, già ingrandito; ne approfitta egli e diventa intermediario dell’intercambio fra San Paulo e Sorocaba.
Intanto aveva osservato che i generi importati, in parte per la difettosa confezione ed imballaggio, in parte per i cattivi depositi dello scalo, e via via fino ai centri di ultima distribuzione, arrivavano a tal punto deteriorati da essere causa di malattie dell’apparecchio digestivo, così duramente provato nei climi tropicali. Tra le materie d’importazione, non ultimo era il grasso, che costituiva il principale condimento dell’alimentazione, ristretta al consumo dei fagiuoli, del riso e della mandioca. Il grasso arrivava il più delle volte rancido, nauseabondo, in modo da dar causa a querele, ed egli ne approfittò per incoraggiare i contadini all’allevamento del porco, che poi comprava e convertiva in grasso odoroso e appetitoso. Così nacque la lavorazione dello strutto che doveva estendersi agli Stati vicini, conforto allo stomaco ed alla borsa degl’indigeni, cambiando il porco in denaro, e diminuendo il consumo della carne porcina, che nelle stagioni calde è un effettivo veleno.
Ma già l’abolizione della schiavitù dava nuovo impulso all’agricoltura paulista, le correnti immigratrici ingrossavano, nuove strade ferrate seguivano i piantatori, Sorocaba perdeva il vantaggio di stazione terminale, e da lungi balenavano i crepuscoli della Repubblica, ai quali fissando lo sguardo, intravvide la radiosa aurora di sua fortuna, e spiccò il volo per nuovi lidi.
 
L’evoluzione dell’economia brasiliana

L’anno 1890 lo ritrova in San Paulo in una maggiore elevazione di vita e di lavoro. Ma prima di progredire arrestiamoci un istante ad assistere al prodigioso mutarsi di questo paese, nello scorcio di tempo compreso tra il 1889 e il 1904.
Colla proclamazione della Repubblica, avvenuta nel 1889, San Paulo, divenuto stato autonomo, passa all’avanguardia del giovane Brasile e ne diventa il centro economico. Il movimento demografico, l’esportazione e la viabilità, che sono i tre fattori della sua grandezza, emanano da una unica sorgente, il caffè.
La pianta del caffè è molto esigente sotto il rapporto del clima, della qualità e della esposizione del terreno: richiede una coltura intensiva alla quale mal si adattano i neri, e la schiavitù avendo fatto perdere agl’indigeni l’abito del lavoro agricolo, fin dal primo espandersi delle piantagioni (fazendas) mancarono le braccia, per cui si chiamarono d’Europa i primi coloni. Divenendo l’iniziativa privata sempre più insufficiente ai bisogni dell’agricoltura, verso il 1880 intervenne lo Stato. Il governo imperiale prima, quello della Repubblica poi, e in ultimo quello di San Paulo, s’incaricarono d’importare in massa operai agricoli. Fu l’epoca della grande immigrazione così detta pagata; per essa il flusso immigratorio che nel 1886 era stato di 95l6 coloni arrivò nel 1891 a 180000 e nel 1895 a 149742: in quell’anno la popolazione della Capitale raggiungeva l50000 anime e quella dello Stato 2 000 000 compresi 800 000 italiani.
A misura che la terra si copre di colture viene solcata dai binari; lo Stato con speciali vantaggi e concessioni ha associato alla sua politica colonizzatrice la strada ferrata, la quale sempre più stende le braccia alla «fazenda», dove va sostituendo la foresta vergine, e d’ambo i lati della linea apparisce una costellazione di cittadine e di borgate. Intanto la produzione, che era stata nel 1893 di 1 715 000 sacchi di caffè, sale nel 1901 a 12 500 000 per il valore di 401 128 000 franchi.
 
Il re delle farine

Il commercio intimamente legato alla grande proprietà era esercitato da pochi, e si riduceva ai generi alimentari di produzione nazionale. Esso era fiduciario e i pagamenti venivano fatti a fin d’anno, completata la vendita del caffè. Ma colla corrente immigratrice andavano graduatamente mutandosi le usanze e i consumi.
La farina di granturco, il riso, l’acquavite, che colla mandioca e i fagiuoli costituivano il sistema alimentare delle popolazioni rurali, non appagano lo stomaco del colono italiano che invece ama il pane, le paste con il formaggio loro natural condimento, e, quando la borsa glie lo permette, il vino. Crescono perciò le importazioni e con esse la necessità degli affari a contanti: il vendere a credenza va trasformandosi in quello a danaro. In questo pericoloso periodo di transazione Francesco Matarazzo, da rivendugliolo in Sorocaba, passa ad esercitare in San Paulo il commercio all’ingrosso. Nel frattempo aumentava il consumo della farina, prodotto non dall’agricoltura nazionale, ma importato dal Nord America e dall’Argentina; deperibile e soggetto ai pericoli di una navigazione incerta, insufficiente e mal propria; il suo valore era legato alle vicende dei raccolti, all’instabilità dei cambi e dei noli, alla deficienza dei ragguagli sui mercati di produzione: il suo commercio presentava difficoltà insormontabili e richiedeva una grande attività, infiniti calcoli, savie disposizioni e previsioni. Egli vi si dedicò con tanto entusiasmo, perché l’accoglienza fatta al pane dagl’indigeni gli faceva prevedere l’altezza a cui ne sarebbe arrivato lo smercio. In breve fu primo fra gl’importatori del genere e glie ne divenne tal fama, che gli valse il titolo di «re della farina». Curioso paese questo d’America che bandisce i re di corona e crea l’ordine dei re del lavoro!
 
Diffusione del commercio italiano

Attorno alla «fazenda» e alle stazioni di strade ferrate si forma tutta una folla di botteghe e di piccoli empori commerciali, il progresso dei quali è determinato dall’ubertosità della campagna, dalla più o meno felice ubicazione della ferrovia, e dalla salubrità del luogo. Ascensioni rapide di mercanti furono dovute allo sviluppo delle piantagioni in determinate zone, o al mutamento di una semplice fermata ferroviaria in uno di quei nodi da cui si dipartono a ventaglio le linee verso punti differenti. Molti altri corsero opposta sorte, ora il prolungamento di una linea traendo l’importanza alla stazione termine, ora un’epidemia rendendo desolata una zona già prospera; perché una zaffata di febbre gialla faceva il deserto e seminava la miseria dove prima si nuotava nell’abbondanza.
La via da far seguire al commercio era pure un ben arduo problema per lui, che, come un polipo immane, stese i suoi tentacoli su tutte le strade ferrate, su tutta la fioritura delle piccole città e dei villaggi, e dopo aver palpato qua e là, li ritira o vi si attacca. Assaggi sapienti che il tempo e l’esperienza comprovarono. Né meno difficile divenne la scelta della clientela. In quell’incanalarsi di centinaia di migliaia di uomini verso il mal noto esisteva promiscuità di razze, di lingue e di classi. S’improvvisavano mestieri, arti e professioni, si annodavano e si snodavano amicizie e parentele, si macchinavano rapine e si creavano ricchezze: era un ribollimento di bene e di male, di vizi e di virtù. Come orientarsi in mezzo a tanta gente una all’altra sconosciuta, quando ancora si vendeva a credito, e rifiutarlo era condannarsi alla stasi degli affari, e accordarlo era la rovina? Perché la lunga dilazione, le distanze e la tarda giustizia davano agio agli avventurieri di preparare alla sordina, e compiere impunemente la truffa. Lo studio del cliente diveniva d’importanza capitale, ed egli v’impiegò tutta la versatilità del suo ingegno, tutta l’astuzia e la perspicacia di cui era capace la sua mente accorta. L’uomo che gli capitava nelle mani era l’oggetto di minuta analisi; l’anatomico e il psicologo non frugano con più sollecitudine le fibre del corpo e le pieghe dell’animo: chi ne usciva integro era preso sotto le ali della sua protezione, e spinto in avanti: il bacaticcio era inesorabilmente scartato. Molte grandi fortune di esercenti il commercio interno sono dovute al suo appoggio. In quella vertiginosa altalena di alti e bassi, non ebbe perdite, ed il libro nero, come egli chiama il libro dei clienti insolvibili, non ne registrò che lievissime. L’intensità del consumo stimolando la speculazione, inglesi e uruguaiani impiantarono stabilimenti per la macinazione del grano a Rio de Janeiro, e fecero a gara chi più gli offrisse vantaggi per ottenerne la cooperazione in San Paulo; ma mirando più in alto gettò le fondamenta del proprio opificio, e partendo per l’Inghilterra alla scelta del macchinario preparava il suo nuovo destino.
 
L’industriale completo

Narrano le cronache parlate, che di scritte la Colonia finora non ne ha, come l’inaugurazione del primo grande mulino, con sfarzo di musiche e di autorità, desse appiglio a vari e discordi giudizi su quell’impresa, per molti temeraria; perché faceva correre l’alea allo stentato guadagno di lunghi anni di lavoro. Temeraria no: Francesco Matarazzo, indenne da illusioni, contava non solo sull’esattezza dei calcoli, ma per dippiù fiutava il vento di protezionismo ad oltranza, che necessità di erario e ansia economica venivan sollevando in Brasile.
Come la coltura del caffè fu la molla del progresso dello Stato, così il mulino divenne il nocciolo a cui si aggruppano le successive industrie della futura società F. Matarazzo.
Il rinvilìo del caffè, cominciato negli ultimi anni del secolo passato, attinge tutta la sua intensità nel 1903: i paulistani avean messo meno tempo a produrlo che il mondo imparato a gustarlo. Ben presto il paese si trovò sulle braccia la crisi di sovraproduzione, aggravata dallo stato di monocoltura. All’arresto del flusso immigratorio, determinato dal male stare economico e dell’esigenza degli Stati esteri per la protezione dei loro operai, si cercò rimedio nell’espansione della piccola proprietà, fissando colonie di lavoratori su terreni privati o demaniali. Escluso dalla coltura del caffè, il piccolo proprietario cerca nuove produzioni, alle quali lo sospinge il governo con i suoi favori: così si ripiglia la coltura del riso e del cotone, che fin dai tempi coloniali veniva dondolandosi in mutevoli fortune. Il padrone del nuovo mulino pensava intanto che avrebbe potuto tenere il campo con vantaggio contro i concorrenti, se gli fosse riuscito insaccare la sua farina in cotonine di tal qualità da mutarsi in capi di biancheria da casa e da dosso del colono, le cui esigenze di vestiario sono ben poche in questo mitissimo clima. E, detto fatto, sorge in faccia al primo stabilimento la fabbrica di tessuti, che, dal nome dell’adorata mamma, intitola Mariangela; fabbrica che da modesta origine assurge ad altissima importanza, e prosperando emette una prima propaggine dappresso con un cascamificio e una seconda più lungi, nel rione del Belemzinho, per la stamperia delle cotonate; opificio questo che sorge di botto nella piena efficienza dei suoi mille telai. Il seme del cotone è ripreso nell’ingranaggio dell’industria dei grassi alimentari: alla produzione di quello animale, che seguendo l’allevamento del porco è passato da Itapetininga al Paranà, si aggiunge ora quello degli olii di cotone. Così è completa la lavorazione dei grassi alimentari i cui residui danno presto luogo all’altra dei grassi industriali: sapone, steariche, vaselina, lubrificanti, olio di ricino e tanti altri. Attorno a tutte queste costellazioni d’industrie di prima grandezza si aggruppano molte altre secondarie, come la brillatura del riso, la macinazione del sale, la raffineria dello zucchero, la torrefazione del caffè, la segheria, la fabbrica dell’amido e della fecula.
 
In pieno sviluppo

Il 1908 segna la fine della crisi: una nuova èra di prosperità incomincia in Brasile. Gli alti prezzi del caffè, i prodotti delle nuove colture e delle nuovissime industrie accrescono la ricchezza nazionale. Dovunque si svegliano nuove energie, si moltiplicano società ed imprese, e la città va camminando verso il suo naturale compimento. La Casa Matarazzo, rigogliosa in tempi magri, aumenta a dismisura le sue importazioni, le produzioni delle sue industrie, e ne impianta delle nuove: così il mulino, che nell’inizio macinava mille sacchi di frumento al giorno ne macina 6000 nel 1912: il cotonificio da 5000 fusi e 200 telai arriva a 60000 fusi e 1800 telai; incomincia a funzionare la fabbrica di tessuti stampati: i frantoi producono 2000 quintali di olio al mese e la produzione dei grassi industriali sale a quaranta tonnellate al giorno.
Tutte queste industrie necessitano di 220 mila tonnellate di materia prima e impiegano 5000 operai. Il giro degli affari, che era nel 1907 di 30 milioni, monta nel 1912 a 140 milioni e i guadagni da 2 a 10 milioni di lire.
Alla succursale di Rosario si aggiungono quelle di BuenosAires, Rio de Janeiro, Santos ed Antonina.
In tanta prosperità lo sorprende lo scompiglio dei traffici, che inaspettatamente colpì il mondo verso la metà del 1913: era il sordo brontolìo sotterraneo, preavviso del cataclisma, che doveva l’anno dopo minacciare le fondamenta stesse della civiltà. Fu una sosta: che l’inquieto bisogno dei nuovi terribili tempi lo trova sulla breccia, e il 1914 lo vede primo fra gli italiani importatore di caffè a Genova e primo industriale al Paranà.
 
L’organizzatore

Nei commerci come nell’industria, nei grandi come nei piccoli affari, ha portato sempre un’attività senza pari, una organizzazione perfetta del lavoro, l’impero della volontà che non si spossa. Commerciante, tiene molto all’onestà e allo scrupoloso adempimento della parola e degli impegni: calcolatore, avvezzo alla disamina minuta dei singoli elementi, non si lascia sorprendere dagli eventi e segue passo a passo le circostanze, quando derogano dalla serie dei fenomeni usuali.
Non cerca alleati e compagni, ma procura l’amicizia dei buoni e degli intelligenti, e alle volte non isdegna associare all’opera sua propria personale quella degli altri. Previdente, la sua intuizione fu qualche volta così perfetta da parere inesplicabile, a meno che non si voglia ricorrere a quella sensibilità magnetica, con la quale i naturalisti spiegano i meravigliosi atti vitali di alcuni esseri inferiori.
Di evoluzione in evoluzione diventa industriale, banchiere, armatore, facendo pure una puntarella in campagna, dove coltiva radici e tuberi per la lavorazione dell’amido e della fecula. L’organizzazione dei suoi stabilimenti è meravigliosa per la perfezione dei macchinari, per l’abilità del personale tecnico, che ha associato con liberali concessioni nei guadagni.
L’operaio è ben pagato, non lo si sforza, e può contare sull’animo buono e la gentile educazione del padrone, che assicurano la giusta distribuzione dei benefici fra capitale e lavoro. Tempera di acciaio, ogni mattina dalle sette alle dodici lo si vede in giro per i suoi stabilimenti, ed è ammirevole la prontezza con cui passa dal piccolo al grande, e dal grande al piccolo. E a chi, osservandolo, in certo latino americanizzato gli ripete «de minimis non curat praetor» soggiunge: «i grossi congegni sono oggetti delle cure dei meccanici, i minimi ingranaggi loro sfuggono; e quante volte una piccola vite fu causa di lunga sospensione del lavoro!».
Calmo e sereno, è sempre animato da una favilla di fede, né gli offuscano la mente odio, violenza ed ira. Fu osservato che nelle sezioni ove non è difficile commettere scorrettezze, il suo controllo si esercitava più vigile tra gli impiegati in dimestichezza fra di loro, anziché tra quelli in discordanza; e, a chi glie ne domandava il perché, rispondeva: i nemici si spiano e si accusano vicendevolmente: a meno che non fossero quei tali galantuomini di Pisa, che sono passati in proverbio.
 
Il cittadino

Tale l’opera dell’uomo d’affari che nel diuturno lavoro mira al suo disegno lucido e preciso; vediamo ora quello del cittadino. Cittadino è mal certo vocabolo per l’emigrato, che non esercita funzione politica. Le collettività italiane dell’America del Sud ebbero sempre per emblema in politica: lasciare ai naturali l’esercizio del potere. Questa astensione fu criticata a torto, perché, senza la preoccupazione della politica, abbiamo potuto attender meglio al lavoro, elemento di prosperità per noi, per la patria e per il paese di adozione. Ma se Francesco Matarazzo non esercitò funzioni politiche, ebbe parte preminente nelle manifestazioni della vita collettiva: fu membro di molte società e di tutte le commissioni che ebbero per scopo promuovere il commercio, l’istruzione, la beneficenza e il credito. A tutte contribuì con la borsa, e a molte anche col lavoro. L’Ospedale Italiano «Umberto I» l’ebbe presidente per parecchio tempo, e la sua amministrazione fu ritenuta esemplare. Per tempo tutte le mattine era alla casa dei malati, ispezionava le corsie, la farmacia, la cucina, seguiva l’andamento dei servizi, interrogava le suore, i medici, gl’infermi, provvedeva ai bisogni, e non rare volte, dopo aver vuotato le scarselle, andava via per ricominciare l’indomani.
Una di quelle improvvise tempeste, solite a scatenarsi nella Colonia, per un nonnulla, l’indignò; si dimise e fu un danno. Ma se abbandonò la carica non sospese le elargizioni, e l’anno scorso offrì la somma necessaria per edificare ed addobbare il padiglione destinato a casa di salute; più che un padiglione, un palazzo addirittura, la cui costruzione è in corso, e la spesa prevista in 400 mila lire sorpasserà certamente le 600 mila. Presidente della commissione per la raccolta dei soccorsi ai danneggiati del terremoto delle Calabrie, per un intero mese vi dedicò tutte le sue ore di riposo dalle 7 alle 12 di notte: fa parte del Comitato permanente dell’Istituto Pasteur, opera quasi internazionale; è socio fondatore dell’Istituto Medio, e contribuì largamente a tutte le sottoscrizioni aperte per soccorrere alle necessità della Patria.
Quale rappresentante del Banco di Napoli, mentre la Ditta sollecitava ovunque adesioni ai due prestiti di guerra, raccogliendo più di cinque milioni, vi concorreva per proprio conto con un milione di lire. Mecenate di artisti, professionisti, artefici, a tutti sovviene di consiglio e di danaro, e molti compaesani e connazionali trovano applicazione ed impieghi presso di lui. Italiano, ama il Brasile e in special modo San Paulo, e nessuno più
di lui e con più devoto animo 1’ha esaltato all’estero nelle interviste coi giornali, nelle conversazioni con uomini di commercio e di politica. Il Municipio di San Paulo gli propose la compera di un esteso terreno da lui posseduto all’Avenida Paulista per adibirlo a pubblico ritrovo, e gli offerse un prezzo inferiore alla metà dell’effettivo valore; accettò e perdette quasi un milione.
 
Il “pater familias„

La famiglia è il suo regno, le sue abitudini vi sono patriarcali. Primogenito di numerosa prole orfana di padre, esercitò la patria potestà in età in cui ancora aveva bisogno di tutela. Fu il padre dei propri fratelli, curandone l’educazione, modellandone la fibra nell’aspra giornata del lavoro, e la mente nella severa concezione del dovere e dell’onore, li stimolò alla formazione delle proprie famiglie, e ne costruì l’edifizio economico; alla cui ombra godono il meritato riposo, consacrato all’educazione della prole e all’amministrazione dei loro particolari patrimoni, alcuno dei quali ha l’importanza di parecchi milioni. È vivo soprattutto in lui un fortissimo sentimento di affetto per la madre, la sposa e i figli. La casa è la sua felicità: la sera rientrando depone sul limitare i pensieri, le lotte, i disgusti della giornata: è quasi una purificazione; è, mi sia permesso il paragone, il credente in Allah, che lascia sulla soglia della moschea le scarpe, e fa le abluzioni di rito. Sono le sole ore della giornata in cui è ilare e sorridente; la sua attenzione e rivolta a tutti, prima ai più deboli, la vecchia mamma e il più giovane dei figli, poi su su gradatamente fino al più anziano: e la scala non è piccola, poiché conta tredici figliuoli. Utilizza il tempo del pranzo per la minuta bisogna, mangia poco, e negl’intervalli indaga quali le necessità di ognuno, quali i desideri, il lavoro della giornata, le lagnanze o gli elogi dei maestri, quali le vesti, i cappelli, le automobili vere o… da giuocattolo; si, anche i giuocattoli diventano argomento di discussione; prima lo erano pei figli, ora lo sono pei nipoti. Dopo, nel salotto, la conversazione, libera dal chiacchierio dei bimbi, divaga più calma sul canto, sulla musica, sui teatri: si narrano gli scorsi viaggi e se ne progettano nuovi, si leggono le lettere degli assenti e gli articoli dei giornali. Alle 4 del mattino, estate o inverno, qualsiasi l’ora dell’andata a letto, è sveglio, accende il sigaro, e riprende il lavoro.
 
Riposo attivo

La Casa Matarazzo è un albero gigantesco da cui con la successione degli anni si staccano dei rami, che qua e là sviluppandosi in giovani piante sbocciano in nuove gemme; in modo che dal circolo della parentela giungono frequentemente comunicazioni di nascite e matrimoni; ed ogni qual volta io mi trovo presso di lui, all’arrivo di tali messaggi, mi sembra che gli si spiani la fronte e gli splenda lo sguardo, come se balenasse in quella mente faticata una visione diffusa del lontano orizzonte, che tra sommessi accordi gli ripetesse «unitevi e moltiplicatevi, ecco l’essenza del mondo»; e a me torna a mente una sua arguzia, di quelle con cui condisce l’amichevole discorso, gustose per qualche granellino di sale, ma monde di ogni licenza e figlie di una filosofia sana e naturale. Era la festa del battesimo dell’ultimo suo figlio, e del primogenito dell’ultimo suo fratello, doppio padrino Eduardo Frisoni, oggi l’onorevole di Montevarchi. In quello sfoggio di luci e di profumi, al vederlo così insolitamente allegro, un amico, distaccandosi da un gruppo d’invitati, gli si avvicina e:
– Cavaliere, non l’impensierisce il frequente succedersi dei figli?
Ed egli di rimando:
– Al contrario, mi preoccupano finché sono in gestazione, ma appena nati ho già pronto l’uffizio.
Risposta degna di un personaggio di Feconditè.
Il moderno palazzo dell’Avenida Paulista, sorto sulle fondamenta ampliate dell’antico, è l’antitesi del vecchio, che, sebbene grande, era stretto per il contenuto; mentre il nuovo, vastissimo, è eccessivamente grande per la presente guarnigione, il solo cav. uff. Ermelino, terzogenito e gerente dell’azienda, e la vegliarda nonna.
Da più di un lustro il comm. Matarazzo fa rare apparizioni in San Paulo: il riguardo alla sua salute, l’affetto delle figlie maritate in Italia e dei minori in educazione lo trattengono in Patria, dove, se ne eccettui qualche escursione in automobile attraverso il centro d’Europa, dimora nella sua villa al Miglio d’Oro, tra Resina e Torre del Greco, nel bel mezzo dell’incantevole Golfo di Napoli. Là, nella casa che gli intimi chiamano del riposo, egli lavora annodando le fila di nuovi affari e di nuovi commerci, e a chi gli domanda perché continua a lavorare risponde: «chiedetelo al ragno che tesse la tela anche morendo». Il telegrafo e la posta funzionano ininterrottamente fra San Paulo e Resina; gl’incitamenti e le idee s’incrociano, di qui parte la proposta e di là arriva il consiglio, il progetto che si amplia o si restringe secondo le circostanze. Tra padre e figlio è un continuo scambio di idee.
 
Il figlio

Ritornato in Brasile a 19 anni, dopo gli studii fatti a Losanna e a Londra, Ermelino Matarazzo si mette presto allo sbaraglio della vita commerciale. Da prima sotto la direzione paterna, e da cinque anni dirige da solo con fermo polso e saldo intelletto la colossale azienda.
Lavoratore ordinato, mente lucida, piuttosto chiuso in sé stesso, parla e scrive diverse lingue, è addentro nella legislazione commerciale, e negl’ingranaggi delle banche dei più grandi mercati del mondo. Avvezzo ad esaminare gli eventi nelle cause e negli effetti, ogni sua decisione è presa con quella calma, colla quale i marinai della sua Salerno scrutano l’orizzonte prima di avventurarsi nel golfo insidioso. Buono e semplice, l’alto ufficio non gli vela la schiettezza e la semplicità dei modi; ascolta, se utile, il consiglio dei subalterni, i più solerti dei quali conoscono che niuno gli è pari nel graduare il premio al merito, mentre i più negligenti possono sempre contare sulla sua bontà; però a questa bontà di animo si accoppia energia e tenacia, che sa far valere opportunamente. Costretto dall’assenza dei genitori ad esercitare le funzioni di capo di famiglia, abbraccia con rassegnazione la croce, pesante per uno scapolo giovane e occupatissimo, e compie con tatto le molteplici convenienze della vita di relazione di una famiglia civile.
Patriota, e di buona lega, è in questo terribilissimo momento Presidente del Pro Patria, Comitato costituito per la tutela delle famiglie dei richiamati, il più importante di quanti sono esistiti finora in Colonia, che distribuisce cento mila lire mensili di sussidio e amministra un fondo di un milione, al quale ha contribuito con sessanta mila lire del proprio e cinquantamila della Ditta, conservando inoltre agli impiegati soggetti al servizio delle armi il loro posto e corrispondendo loro metà dello stipendio. Delegato generale della Croce Rossa per gli Stati del Brasile del Sud, ha raccolto e spedito in Patria, finora, duecento mila franchi, e la sottoscrizione continua non solo, ma le si è aggiunto ora un appello fervoroso ai connazionali d’inscriversi soci perpetui della pia istituzione, appello che ha suscitato un’eco simpatica nei nostri cuori, mentre le liste si van coprendo di centinaia e centinaia di nomi.
Nella comunanza del diuturno lavoro col padre imprese a studiarne l’indole, la mente, l’opera complessa, e a misura che ne penetrava l’intima natura sentiva l’amore filiale mutarsi in venerazione e idolatria. E sforzandosi, come ogni discepolo pieno di fede nel maestro, di avvicinarsi a lui, tra l’entusiasmo di toccare la mèta e il disanimo di chi si avventa contro l’irraggiungibile, va realmente sempre più aggiungendo decoro al nome paterno.
Francesco Matarazzo, Commendatore della Corona d’Italia, Cavaliere del Lavoro, ricco a milioni, capo rispettato d’imprese colossali, amico di uomini illustri nell’arte, nella scienza, nella politica sui due lati dell’Oceano, non può e non deve ispirare altro senso che ammirazione e rispetto; perché il suo stato non è dovuto al destino, ma al potere della propria volontà.
In famiglia, però, la cosa è diversa, che tredici figli, viventi, sani e alacri camminatori del retto sentiero non possono essere solo esponente di un’opera accorta se sorte non arride; e dato al caso quella che fu sua parte benefica, il resto della gloria va diviso con la sua buona e brava signora. Ma prodiga davvero gli fu fortuna nel far rinascere nel terzogenito troppo di lui: padre e figlio sono d’identica stoffa, uguali nel fisico, uguali nel pensiero, quasi due pendoli che vicini hanno isocrone oscillazioni. Il figlio, nell’adorazione del padre, incoscientemente vi si è modellato: simile la movenza del corpo, simile la cadenza della voce, il gesto, tutte le forme della estrinsecazione di sé stesso: e natura, manco a farlo a posta, eccedendone le intenzioni, gli ha involato i capelli.
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Quando I’Europa avrà cessato di versare sangue umano, e il brigantaggio dei mari sarà soppresso, allora non solo dalle città marinare, che custodiscono l’avito secolare retaggio di gloria, ma dai cento porti del triplice mare salperanno le navi d’Italia in cerca di nuovi sbocchi all’esuberante produzione. E quelle che drizzeranno le prore al Brasile la prima cosa che avvisteranno con la terra di Santos, di Rio, di Antonina e di altre, forse, sarà la bandiera italiana fluttuante sull’emporio di Casa Matarazzo: e da terra e da mare correranno nell’aria i saluti, le speranze e gli auguri. Speranze e auguri che noi fin d’ora formuliamo nel voto, che Casa Matarazzo possa essere l’impulso per una più intima unione fra l’Italia e il Brasile verso un più intenso intercambio.
Sia dato a Francesco Matarazzo di preparare quest’opera, ed al figlio di continuarla.
San Paulo (Brasile), Maggio 1916