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 1916  giugno 25 Domenica calendario


Corriere

Il ministero “nazionale„

Paolo, anzi «Paolino» – egli preferisce il diminutivo – Paolino Boselli ha compiuta la maggiore fatica della sua vita: ha messo insieme, in ora storicamente eccezionale, il ministero «nazionale». «Nazionale» era, senza dubbio, il ministero Salandra-Sonnino; «nazionali» – in realtà – sono stati tutti i quarantanove ministeri susseguitisi – uno ogni sedici mesi, in media – dal 1861 in poi; ma l’attuale è stato battezzato, ancora prima che nascesse, «nazionale» in quanto doveva essere fatto – e tale è – non secondo le consuete norme tradizionali dei partiti avvicendantisi al potere; ma quale convocazione, al potere, in armoniosa collaborazione, di tutti i partiti miranti all’intensificazione della guerra per la vittoria.
Vale a dire la perfezione del sistema rappresentativo raggiunta nel potere esecutivo, nel Comitato nel quale si assommano tutte le facoltà dello Stato.
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Sin qui il numero dei ministri aveva oscillato tra i dieci e i dodici; ora è stato ampliato a diciannove, compresa la presidenza, che Boselli ha tenuta per sé, senza altre speciali funzioni, e tuttavia non è poco.
Sono stati creati due nuovi ministeri; cioè, sono stati sdoppiati, quello dell’Agricoltura Industria e Commercio – passato in addietro attraverso tante alternative – quello dei Lavori Pubblici, e quello della Marina.
Da questo è stata distaccata la Marina mercantile unita alle ferrovie – tolte al ministero dei Lavori Pubblici – formando – come da tempo i competenti consigliavano – il ministero dei «Trasporti Marittimi e Ferroviari».
Dall’Agricoltura Industria e Commercio sono stati distaccati l’Industria e Commercio che, con la Direzione generale del Lavoro, vengono a formare il secondo nuovo dicastero ministeriale.
Questi sdoppiamenti rispondono a necessità amministrative e ad esigenze tecniche riconosciute da molto tempo; e venendo a snodare, a rendere più scorrevole il funzionamento di quei servizi pubblici – d’anno in anno fattisi più preponderanti – ne risulteranno, sperasi, notevoli vantaggi per lo Stato e per il Paese.
Poi la Presidenza del Consiglio – Boselli non tenendo per sé che questa – come fecero Farini dal 1862 al 1863, Cairoli per breve tempo nel 1878, e Zanardelli tra il 1901 e il 1903 – forma un dicastero a parte – senza sottosegretario, se Dio vuole; e così, ora si hanno, in totale, quindici dicasteri; ai quali aggiunte le cariche di quattro ministri senza portafogli – si ha un totale di diciannove ministri, numero il cui valore cabalistico non saprei dire, ma che sin qui, in Italia, mai era stato raggiunto e nemmeno creduto raggiungibile.
Ma vi sono i teorici del diritto costituzionale, i quali sostengono la utilità del maggior numero di ministri: tanta più gente partecipa, in regime democratico, al governo dello Stato, tanto più larga e varia visione dei pubblici interessi. In Francia i ministri effettivi sono undici, e, per la guerra, vi sono stati aggiunti, l’anno scorso, cinque ministri senza portafoglio. In Inghilterra i ministri effettivi sono abitualmente dieciotto; la guerra li ha fatti portare a venti, anzi – se non erro – a ventuno – essendosi aggiunto l’anno scorso un ministro senza portafoglio.
In Italia, dal 1861 ad oggi – ministri senza portafogli non ve ne furono che cinque – il Niutta, il Poggi – chi sa dirne qualche cosa ora, fra la gente, di questi due valentuomini? – nel 1861 e 1862; il La Marmora nel 1866, fin che durò la sfortunata guerra; il Codronchi nel 1896, quando il marchese di Rudinì sentì il bisogno di regalare alla sua Sicilia un ultimo vice-re; poi dall’anno scorso, per la guerra. Salvatore Barzilai.
Ora, ne abbiamo quattro!
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Il ministero «nazionale», il ministero presieduto da Paolino Boselli, il ministero dei diciannove, è – diciamolo subito – un ministero di tutta gente per bene. In un paese di male lingue come quello di Montecitorio, i peccaminosi habitués della farmacia avranno da fare a trovar fuori le loro «cronache» su questo e su quello. Sono tutti valentuomini, i più al governo provati e riprovati, e sul conto dei quali le leggende non potranno, alla peggio, superare la proporzione delle consuete ed inevitabili maldicenze, che non sfiorano la pelle.
Paolino Boselli ha saputo scegliere, e va lodato, prima di tutto perché ritemprandosi nei molti e laboriosi colloqui – e procedendo assolutamente di pieno accordo con Sonnino – che è, in realtà, il Nume del ministero Nazionale – non ha tenuto conto di morbose ambizioni personali, rimaste deluse, ed ha chiamato, attorno al gran tappeto rosso del Consiglio dei ministri, uomini competenti, bene adattati ai rispettivi dicasteri, ed uomini di tranquilla riflessione, di acuto cervello e di calda inspirazione.
Parlare ai lettori dell’ Illustrazione di Boselli – che presentai nel numero scorso – e di Sonnino, del quale tante volte ho parlato, è soverchio. Sonnino rappresenta nel modo più elevato ed assoluto la continuità fra il passato ministero e l’attuale.
Gaspare Colosimo è un eccellente avvocato – gli avvocati sono undici in questo ministero – del Foro napoletano: è stato giornalista: fece le sue brillanti armi napoletane nella defunta milanese Lombardia nei tempi belli di quel giornale: fu coi radicali, poi alla Camera dal 1892 per Serrastretta, fra Fortis e Giolitti; tenne varii sottosegretariati: fu ministro per le poste e telegrafi; e se ora ha avute le Colonie deve essere stato in considerazione che ne fu sottosegretario nel 1912 quando ne fu ministro Bertolini. È di un’amabilità incomparabile; ha cinquantasette anni, e fa elegantemente del suo meglio per mostrarne molti meno.
Il ministro per gl’interni Vittorio Emanuele Orlando, siciliano, ed avvocato anch’egli, è figura nota; ministro più volte; nel gabinetto precedente era alla Grazia e Giustizia; fu già all’Istruzione; è oratore della scuola classica; era in predicato, fra i radicali, come un possibile presidente del Consiglio. Ciò che non è, potrà essere. Ha cinquantasei anni, rappresenta alla Camera il Collegio di Partinico; la sua carriera ministeriale la fece tutta, fino al 1914, con Giolitti. Fu aperto fautore della guerra, e si disse che entrò nel gabinetto Salandra, seconda incarnazione dell’ottobre 1914, perché ebbe promessa che la guerra sarebbe stata dichiarata.
Ettore Sacchi, invece, il notissimo avvocato radicale cremonese, già, con Giolitti, ministro dei Lavori pubblici, e prima, con Sonnino, ministro per la Grazia e Giustizia – ed abolitore allora, del sequestro preventivo dei giornali, il che torna a sua lode – era piuttosto contrario alla guerra, prima che venisse dichiarata. Ha compiti il mese scorso i 65 anni, ed ora riprende la Grazia e Giustizia, in epoca di «censura» che, si spera, saprà ridurre ai limiti necessari alle esigenze della guerra, non alle bizze dei partiti od alle mediocri interpretazioni dei funzionari.
L’avvocato Filippo Meda, milanese, cattolico, presidente del consiglio provinciale di Milano, deputato di Rho dal 1909, quando si affacciarono così romorosamente i cattolici alla vita parlamentare, specie in Lombardia e nel Veneto; successore del celebre don Albertario nella direzione dell’Osservatore Cattolico. poi della Lega Lombarda, poi, ora, dell’Italia – è una delle «novità» del ministero «nazionale». Novità, perché è il primo cattolico che va al governo; novità, perché non è passato prima per la trafila dei sottosegretariati; novità, perché va nientemeno che alle finanze. Lo dicono una capacità giuridica ed amministrativa; non ha che quarantacinque anni; ha affermata per i cattolici l’italianità in favore della guerra; l’Osservatore Romano, organo del Vaticano, non lo rinnega, non lo rimprovera, ma gli dice, garbatamente, che la sua andata al potere non involge la responsabilità del Vaticano né dei cattolici organizzati.
Di Paolo Carcano, ministro del Tesoro, del generale Morrone, ministro per la guerra, e dell’ammiraglio Corsi, ministro per la marina militare, non occorre qui parlare. Erano ministri con Salandra; sono simpatiche figure note; i lettori dell’Illustrazione le conoscono nell’aspetto e nella biografia già pubblicata. Altra novità, assoluta – e, se la frase è lecita, di «cartello» è il nuovo ministro per l’istruzione pubblica, senatore Francesco Ruffini, piemontese, dell’università di Torino, della quale è anche stato rettore. È un giurista, un trattatista di diritto ecclesiastico, eminente: le molte opere sue – che l’Illustrazione ricordò quando, nel dicembre del 1914, fu fatto senatore – gli avevano già data una notorietà internazionale, ma, come sempre succede, uomo di studii, severo e schivo, in Patria non godeva ancora quella che si dice «popolarità» e non vi sarebbe, forse, arrivato senza due deliziosi, felicissimi volumi, pubblicati nel 1911-12, sulla Giovinezza del conte di Cavour. Ve ne aggiunse, un anno dopo, un altro sul Conte di Cavour e Melanie Waldor – tre volumi gustosissimi, nei quali la figura, intima e nuova, del grande statista, il suo spirito, il suo ambiente familiare, venivano messi – non per cervellotica fantasticheria, ma alla luce di documenti novissimi e inediti per davvero, – in una evidenza impreveduta, in un ambiente di sincerità e di vita, dando un grande, nuovo, maggiore rilievo anche al multiforme pensiero politico, religioso, sociale del conte di Cavour. Fu quella la definitiva e salda impostatura di Francesco Ruffini nella vita pubblica italiana, nella quale ora entra, a cinquantatrè anni, come ministro per l’istruzione pubblica, degnissimo.
Terza novità, come ministro pei lavori pubblici, il socialista riformista avvocato Ivanoe Bonomi, mantovano. Il suo è un socialismo scientifico: ha scritto di finanza, di economia: è stato assessore comunale di Roma per le finanze; è grande amico di Bissolati; ha sostenute polemiche nell’Azione socialista per la guerra, e contro i socialisti ufficiali si è ripetutamente battuto anche sul terreno elettorale.
Enrico Arlotta è un reputatissimo banchiere napoletano, moderato, già sindaco di Napoli, e già ministro per le finanze con Sonnino nel 1909: ha 65 anni; fu sempre, in nove anni di deputazione, oppositore di Giolitti: è il nuovo ministro pei trasporti marittimi e ferroviari, due servizi e due problemi che interessano vivamente Napoli, il Mezzogiorno, e l’Italia tutta.
Altro uomo di idee liberali temperate – nonostante le eventuali classificazioni parlamentari, è il dottore in scienze agrarie Giovanni Raineri, piacentino: è ministro d’Agricoltura, come già nel Gabinetto Luzzatti nel 1910: nessuno più competente e più degno di lui.
L’avvocato Giuseppe De Nava, calabrese, è un altro liberale moderato: Giulio Prinetti, quando fu ministro pei lavori pubblici, lo ebbe nel suo Gabinetto, con piena fiducia; Sonnino lo volle seco sottosegretario agl’interni nel 1906: ha bella dottrina, spiccata energia, e coltura e preparazione appropriate ai problemi dell’Industria, del Commercio, del Lavoro, il cui nuovo dicastero è a lui affidato.
Ministro per la prima volta, alle poste e telegrafi, è l’altro calabrese avvocato Luigi Fera, radicale già giolittiano, non so quale rosa-croce o serpente verde di una sua speciale massoneria, spesso da lui pubblicamente affermata, spirito alacre e battagliero.
Vengono, in fine, i quattro ministri senza portafoglio – Bissolati, di cui parlai estesamente nel passato Corriere: il repubblicano avvocato Ubaldo Comandini di Cesena, che in una sua abilissima lettera agli «elettori ed amici» dichiara che sale al potere per l’eccezionalità del momento, durando la guerra, vi sale con lealtà, ma, passata l’ora degli alti doveri riprenderà la sua posizione indipendente. È di famiglia di patriotti, non del 1915 ma del 1796; suo nonno, Ubaldo, fu deportato cisalpino; suo zio, Federico, mazziniano, fu condannato a morte due volte e stette in galera dodici anni; suo padre, Giacomo, partecipò da Solferino a Mentana a tutte le guerre nazionali, e dopo quella, disse: «è finita!» e prese moglie, e un anno e mezzo dopo nacque l’attuale nuovo ministro, cresciuto repubblicano ed andato nel 1900 alla Camera per Cesena, e, come a molti altri è accaduto, nelle Romagne e nelle Marche, rimanendo repubblicano più per uso del Collegio che per uso del Parlamento. È specialista nelle questioni sull’insegnamento primario; c’è in proposito un suo volume di discorsi; tenne già ed ha ripresa ora la presidenza dell’Unione magistrale tolta ai socialisti.
Leonardo Bianchi è un illustre psichiatra meridionale, è alla Camera dal 1892 come progressista; fu ministro per l’istruzione con Fortis nel 1905; è una figura simpaticissima.
Ma per simpatia, acutezza e finezza di spirito, deliziosità di umorismo sempre pronto, supera probabilmente tutti i suoi colleghi il senatore Vittorio Scialoja che fu già per brevi giorni ministro alla grazia e giustizia nell’ultimo gabinetto Sonnino. Ha appena sessant’anni: è un giurista, un romanista, un civilista come pochi. Se il ministero «nazionale» dovesse rifare la codificazione civile italiana, con Ruffini e Scialoja. nel proprio seno potrebbe fare opera monumentale. Per ora deve fare, far fare ardentemente, operosamente, tenacemente la guerra fino alla vittoria. perché sia così occorre più giudizio e raccoglimento, che frastuono: più lavoro interiore che romorose esteriorità.
Il temperamento di Sonnino, che, evidentemente, è rimasto nel Gabinetto, perché Boselli ha proceduto in tutto e per tutto d’accordo con lui – il temperamento di Sonnino, severo e tenace, domina su tutto il ministero «nazionale», al quale dobbiamo augurare di rimanere nella storia patria come il «ministero della vittoria».
Il suo sorgere è associato – in linea di fatto – alla sempre più brillante controffensiva italiana nel Trentino; alla sempre più imponente offensiva dei russi contro gli austriaci, cui hanno tolto ora Czernowitz; allo sbarco improvviso degl’inglesi ad Arcangelo. Gli auspici, per il nuovo ministero «nazionale» sono lieti. Le volontà secondino la fortuna. Evviva l’Italia!...
21 giugno