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 1916  aprile 23 Domenica calendario

L’Italia nell’Asia minore

I.

Le ragioni di un grande passato
Non si può mai sorridere della Storia. Quando taluno dice: «è inutile volgersi indietro, meglio è guardare innanzi, sia pure nel mistero», costui non dice cosa compiutamente giusta. È necessario invece – sempre –– farsi del passato una chiara esperienza, per poter guardare l’avvenire con più fermi occhi.
Ed ecco che – se del monito non s’ha cura la Storia si propone di svegliare i dormienti. È nell’andar del mondo una fatalità di ritorni, un ripetersi di tragedie nuove sulla trama di vecchie tragedie : con voci di cori or più possenti, or più lievi; con protagonisti or più nobili e giganteschi ora meno. Nella vita degli uomini si riscontrano Eschilo e Shakespeare pel pianto, Aristofane e Menandro per la gaiezza : ancora il dramma e la commedia hanno gli stessi attori e le stesse parole.
Più grave, più salda, più solenne è la coincidenza per la vita delle Nazioni. Qui la sorte non è singola, non va sola o in comitiva breve verso la morte o il rinnovamento, verso il fastigio o la bassura : ma cinge di sé interi popoli, ed i suoi giorni sono talvolta secoli in cui s’alternano la grandezza e la decadenza di terre vaste, di città illustri, di generazioni infinite. Giustamente questi giorni secolari la Storia misura e vigila. Essa ne chiude il volgere in certi suoi limiti segretamente armonici. Per questi immensi giorni un’ora scocca poi, che è fulminea, ove essi precipitano e si risolvono, come se un congegno scattasse improvviso. Non diversamente avviene per certe lente decomposizioni di polveri che determinano lo scoppio e la vampa. Solamente nell’ora che scocca non è distruzione. Come dopo lo scatto la corda tesa dell’arco ritorna alla sua dirittura iniziale ancor vibrando e ronzando, così la linea del tempo ritorna ad un suo punto di partenza che il meccanismo della Storia le impone e vi si assetta, per poi staccarsene lentamente di nuovo. Vi torna però, recando quanto ha acquistato nel viaggio terminato, e con tale fardello riparte pel viaggio nuovo.
Tanto, le strade, sono sempre le stesse!
                                              *
Il mondo dunque – mondo: quest’Europa tormentata che soffre, s’agita e si dilania, non altro – è tornato con la sua vita ad un punto di partenza. Quando pareva regolato, definito, quasi immutevole, s’è disgregato in un caos sanguinoso. Nella calma che scenderà domani sui cimiteri innumerevoli e sulle speranze soddisfatte o esasperate sarà chiuso il principio del suo sviluppo futuro, della sua futura tragedia.
E in tutto questo una meravigliosa bellezza. In questo formarsi di giovani o ringiovanite fortune, in questo deluse, in questo protendersi di mani al riacquisto e alla preda, è l’eterna vicenda dei popoli che si ripete e rinverdisce. La grandezza del momento è tale che gli occhi umani la fissan nel volto con l’istesso abbagliato spasimo di quando fissano il sole. E non reggono alla prova.
Or tra le Nazioni che l’ora improvvisa ha ricondotto ad uno dei punti di partenza da cui movano strade migliori. quella a cui dovrebbe essere offerta la sorte più ambita è l’Italia. E l’Italia, traesse, che possedendo una maggiore nobiltà di passato, che la solleva al di sopra di tutte, e innumerevoli bisogni pei suoi figli che non trovando la ricchezza presso i focolari paterni la cercano altrove sotto stranieri cieli, ha diritto al più largo compenso per la gesta che volontariamente s’è imposta. È l’Italia l’unica che su tutte le vie di fortuna del mondo antico e nuovo può ricalcare orme già impresse nella terra e nella pietra, talora con tanta profondità lasciate, da fare impraticabile il cammino ad altri che non sieno i suoi esperti piedi. E la Storia ha voluto porla al principio di un periplo augusto.
L’ha posta ov’era già stata due volte : con Roma, irraggiungibile esempio di grandezza e di dominio: con Venezia, figlia di Roma, Signora di quel possesso «del quale nessun altro maggiore si conobbe mai, dopo quello di Dio». Innanzi ad essa sono ancora le vie dell’Oriente, le vie dell’Impero mediterraneo.
Coincidenza. Quando la Repubblica si decide a sviluppare il suo programma imperiale d’Asia pensa prima ad assicurarsi le spalle ed il fianco più vulnerabile. Chiude i valichi dell’Alpe, conquista
l’ Istria e conquista la Dalmazia che da quel tempo resterà sempre, malgrado tutto, una terra romana. L’Adriatico diventa un mare chiuso e tranquillo ove in pace poteano costruirsi coi tronchi tagliati nei boschi di Curzola e d’Albona, e nella pineta ravennate, le grandi flotte di guerra.
Fiorita Venezia, non per nulla la Serenissima faceva incidere sui plinti che adornano la fronte della Chiesa di Santa Maria Zobenigo le piante di Roma, madre immortale, di Spalato e di Zara gemme della terra dalmata, di Corfù sentinella dell’Ionio e di Candia «antemurale del Levante e propugnacolo della
Cristianità». Era in queste figurazioni racchiusa l’architettura del Dominio di San Marco sulle terre e sull’acque: era questa architettura parte vitale del grande edificio romano crollato.
Coincidenza. Oggi l’Italia combatte la sua guerra per il dominio dell’Adriatico e per l’Impero del Mediterraneo. Ancora il programma è uguale a quello che i Padri concepirono tra le pendici del Campidoglio e del Palatino più che due secoli innanzi alla nascita di Cristo. Programma che poggia su questi capisaldi: conquista della frontiera alpina sul Brennero; riacquisto dell’Istria fino alle Giulie consacrate da Cesare: riacquisto della Dalmazia fino alle Dinariche, e sul mare le isole innumerevoli: predominio in Albania con la padronanza di Valona e la vigilanza sul Jonio. Reso l’Adriatico un mare esclusivamente italiano, golfo d’adunata delle flotte mercantili che salpano da Venezia; che a Trieste inalberano la bandiera vermiglia con l’alabarda d’argento; che sbucano caute dal canale di Farasina calando giù da Fiume; che a Zara, a Sebenico, a Spalato dioclezianea issano il gonfalone azzurro coi leopardi d’oro: che dai moli di Ravenna e d’Ancona, di Bari e di Brindisi si staccano fumide e anelanti all’aperto orizzonte, riavuto questo grande golfo costituzione dell’Impero italiano di Oriente sulle coste dell’Asia Minore, ove il nostro diritto è più forte e non contrasta col diritto degli altri. Da Smirne
Ad Alessandretta spazia il desiderio della giovinezza italica. Laggiù ove i porti son profondi, ove le vie del traffico, dop aver corso le piane e le montagne del continente favoloso in cui le ricchezze hanno una lor seconda cuna, muoiono sui litorali che le vestigia della civiltà nostra rendono sacri alla nostra cura, laggiù è l’avvenire della Patria.
L’ora del nostro ritorno è suonata. Non indugiamo in una vana attesa, quando l’avvenire ci chiama con la sua voce più forte.
 
                                                   *
Pare un sogno: ed è una realtà. Una realtà imperiosa, tormentosa, acuta. Ed  anche  consolatrice : poiché non è possibile ch’essa non sia intesa con tutta la gravità e con tutta la sua forza, da coloro che reggono i destini dell’Italia in questa ora che può dirsi di ricostruzione.
Non indugiamo allora. Armiamo le navi : sciogliamo le bandiere al vento. Le ragioni del grande passato, sieno quelle dell’avvenire grande.
Ragioni – non poche nè lievi. – Roma pel suo bisogno: Venezia, Genova, le minori repubbliche marinare, i banchieri fiorentini più pel bisogno degli altri. Roma per la sua missione divina, per la sua immensa fatalità d’espansione e di civilizzazione, pel suo diritto e pel suo prestigio. Venezia, Genova, Bari, Amalfi, Pisa, i fiorentini, i Savoia per la mediazione delle comunicazioni e degli scambi! delle ricchezze tra il continente Europeo e il dolce Oriente. Le flotte cominciano col portar Crociate in Terrasanta e finiscono col riportar mercanzie. I porti italiani divengono scali ed empori. Da Venezia i prodotti Levantini, attraverso Ratisbona ed Augusta, passando pel Tirolo o per Villaco, salgono a Norimberga, raggiungono le città fiamminghe, si spingono fino alla Svezia e alla Russia o, deviando, appaiono sui mercati di Pettau e di Vienna. Da Zara, da Spalato e da Ragusa, con minor grandezza di
funzioni, inondano la Bosnia e la Bulgaria.
Le ragioni son dunque nella necessità storica della nostra razza e nella positura geografica della nostra terra. Necessità storica di predominare nel Mediterraneo riapparsa e riaffermata costantemente attraverso i secoli : positura geografica che rende la penisola italica simile ad un grande braccio portuense proteso nel mare, nel punto ove convengono le vie del più cospicuo traffico mondiale, le vie che allacciano l’E0uropa alla Cina, al Giappone, alle Indie, alle Coste africane, alle rive dell’Asia romana, a Salonicco ed a Costantinopoli.
Prestigio nella storia, ricchezza nel traffico. Anche la conquista di Roma, d’altra parte si trasformò automaticamente, quando avvenne, in penetrazione commerciale. Non invano ho ricordato altrove che i centomila cittadini romani assassinati dalle orde di Mitridate, nella ribellione che questo barbaro osò levare contro la grandezza della Repubblica, eran quasi tutti mercanti o coloni.   E i segni di civiltà e di fasto che nell’Oriente Mediterraneo permangono con la loro testimonianza solenne son quasi tutti nostri. Romani da Smirne ad Alessandretta : affacciati talvolta sull’ acque come il grande mausoleo di Adalia, rotondo al pari del Sepolcro di Cecilia Metella e confesso coronato di merli; perduti tale altra in mezzo a deserte pianure o nel folto di antichissime boscaglie come quel Tempio di Ercole scoperto dalla nostra missione archeologica nel luogo della scomparsa Lagon, imponenti come nelle città morte di Side, di Eleusa Sebaste, di Syllium, di Termesso, di Aspendos.
Oh, come parlano al cuore le torri solitarie, le colonne spezzate, le mura ruìnate nel groviglio fitto dei rovi, le iscrizioni, gli archi degli acquedotti aperti sotto il cocente sole! Ed ecco che movendo verso essi tutta la via è seminata d’altre memorie, se non ugualmente maestose, infinitamente care all’anima nostra. Sono le castella dei Veneziani e dei Genovesi, le belle rocche speronate sul mare: e quando si sia lasciato l’approdo è il ricordo degli Amalfitani ad Antiochia, è il castello di San Giorgio tra Erzerum e Trebisonda intorno a cui forse accampano oggi i cosacchi della Santa Russia, ancora sono le strade carovaniere che da Isso, da Tabris moveano verso l’Asia profonda a raggiunger  l’ Eufrate per calare verso i mercati di Bagdad lontana.
Non indugiamo. Armiamo le navi : sciogliamo le vele al vento. Noi le conosciamo tutte le strade dei mari e delle terre. Sui mari e sulle terre è l’impero dell’Italia nuova. Per le istesse ragioni del nostro grande passato noi abbiamo la sacra necessità di un avvenire grande.
In qual guisa?
Roma, marzo del 1916