L’Illustrazione Italiana, 23 aprile 1916
Tor di Quinto deserto
Tor di Quinto è deserto. La Scuola di Cavalleria tiene chiuse le sue porte; il campo degli ostacoli è stato abbandonato al mite pascolo delle gregge; su le tribune dell’ippodromo hanno fiorito le muffe, né la rinascita di primavera ha quest’anno virtù di popolare i dolci luoghi ove soleva darsi convegno, verso Pasqua, il bel mondo spensierato e galante.
Ho riveduto la collinetta che sorge sulla destra di Ponte Alilvio, in una di queste rabbiose mattine di marzo, in cui lo scirocco strappa le nuvole, dipingendo l’orizzonte con brevi frange di sole e con oscuri cirri vaporosi. Il paesaggio ispirava un’infinita malinconia. Le praterie smeraldine dell’Agro luccicavano di pioggia, e il gran padre Tevere allargava le sue curve, quasi rigonfio di fango liquefatto. Le linee un po’monotone delle ondulazioni che fiancheggiano la pianura si interrompevano appena, dove una fornace mette il rosso vivo della sua terracotta o il castelluccio del poligono erge il suo torrione bruno.
E lassù di fronte, sulla cima solitaria, il caseggiato della Scuola si profilava chiaro presso il ciuffo tolto degli eucalitti.
Sulla campagna, una solitudine perfetta, un silenzio desolante, un silenzio che pareva più profondo se lo lacerava ogni tanto il sibilo acuto d’una tramvia a vapore.
M’ero soffermato a guardare in mezzo all’untile albereto dell’Acqua Acetosa, e mi rifiorivano in fondo all’anima le memorie di tempi che sembrano già lontani, e che forse non torneranno...
La Scuola (chi lo ignora?) fu istituita circa un quarto di secolo addietro, sovra tutto per desiderio del povero Re Umberto; è ormai tradizione ch’egli la volesse proprio a Roma, per offrire ai baldi ufficiali della nostra Cavalleria una palestra magnifica di esercitazioni di campagna. L’antica Scuola di Pinerolo pareva incompleta senza il perfezionamento di questa ardimentosa equitazione naturale, e non si rischia d’esagerare affermando che all’Ippodromo di Tor di Quinto e al terreno difficile che lo circonda è dovuto in grandissima parte
l’eccezionale valore della Cavalleria italiana.
Allora, sul nascere, una piccola schiera di cavalieri veramente provetti rivelò quello che ai cavalieri compassati d’altri tempi dovea sembrare un miracolo d’abilità e di coraggio.
Tor di Quinto vide uomini come il marchese Luciano di Roccagiovine, come il Caprini, il Giacometti, il Piacentini, il Fattori, il Savoiroux, balzare in sella e partire di buon galoppo seguiti da valorose schiere di animosi discepoli, pronti ad affrontare, con audacia che poteva sembrare temerarietà ma pur con metodo di mirabile naturalezza, tutte le asperità e tutte le insidie che offre, sotto l’apparente suo livellamento, l’immenso mare erboso che circonda 1’Urbe.
In breve, fra i discepoli si staccavano altri maestri: e da quelle assidue, tenaci, faticose prove ripetute ogni giorno dall’autunno alla primavera, germogliava la bella fioritura di altre celebrità dell’ippica militare, i cui nomi hanno corso con continua ammirazione fra il nostro pubblico, e non di rado anche fra quello di paesi stranieri. Bianchetti. Acerbo, Solaroli, Agazzotti,
Fenoglio… pare ancora ieri, e li vedevamo passar di rischio in rischio, di trionfo in trionfo, in mezzo agli applausi di tanta gioventù che li ammirava e che li invidiava. E son tutti morti! Si direbbe che un destino maledetto abbia fiaccato anzi tempo quella superba legione di equiti perfetti. Strappati a noi da un morbo crudelissimo o caduti sul campo dell’onore, par che debbano rimpiangere in fondo alla tomba tanta eroica virtù che oggi avrebbero potuto dedicare alle fortune della Patria!
Chi non ricorda le belle adunanze ove, nel primo sole di aprile, quelle ferree volontà si misuravano coi più rinomati cavalieri d’altri eserciti, nelle gare più ardue che si potessero immaginare? Ufficiali inglesi, francesi, belgi, russi, bulgari, giapponesi, spagnuoli, imprendevano con curiosità, talvolta un po’inquieta, questo pellegrinaggio verso la palestra perigliosa della nostra virtuosità equestre, e concludevano immancabilmente, e spesso con bella lealtà, che avevano molto da invidiarci. Trovavano problemi formidabili da risolvere, così nei percorsi di campagna come nelle difficoltà artificiali dei recinti preparati, e v’incontravano uomini di insuperata maestria, gagliardi, fortissimi, singolarmente azzardosi, o capaci di squisite agilità, di finezze indescrivibili, dotati di quella specie di istintiva armonia col cavallo che si chiama appunto il senso del cavallo. Più volte m’è occorso di sentir dire da espertissimi nell’ippica internazionale, che i concorsi annuali di Tor di Quinto, come avvenimento equestre, meritavano la stessa considerazione delle grandi riunioni classiche di Epsom o di Longchamps. Ed era vero. In nessun’altro paese accadeva d’assistere a prove così complete e difficili in ogni loro parte. I Campionati del cavallo d’arme di Francia e del Belgio, e le gare d’ostacoli di Londra e di Parigi, non erano mai arrivati a raccogliere in un unico cimento altrettanta resistenza. audacia e sapienza.
Tor di Quinto era diventato man mano un elemento simpaticissimo, essenziale, della vita romana. I giovani ufficiali che, dopo il corso di Pinerolo, venivano a cercarvi il perfezionamento, raccoglievano in quei rapidi mesi di duro lavoro, tesori di gioconda attività il cui ricordo sembrava destinato ad accompagnarli, con una punta di dolce nostalgia, per tutto il resto della carriera. L’equitazione nella campagna romana ha un Iato di poesia che si rivela a tutti gli spiriti, anche ai più modesti. Grandi artisti, come Gabriele d’Annunzio od Aristide Sartorio, ne hanno assaporata tutta la magica voluttà, eternandola in uno squarcio di prosa o in un acquarello finissimo; ma anche senza possedere la sensibilità eccezionale dei loro ingegni, quanti cuori giovanili hanno palpitato, forse inconsapevoli, dinanzi alla stessa fonte di gioia!
Gli ufficiali che seguivano i corsi della scuola di cavalleria, si può dire, vivevano a cavallo. Tutti i giorni, senza posa, nelle ghiacce giornate di tramontana o nell’uggia della fìtta pioggia invernale, le balde schiere scendevano dalla collinetta solitaria e s’allontanavano per le praterie. Eran galoppate militari, tagliate dal salto delle macerie e delle staccionate, dal passaggio di fossi profondi o dalla discesa di chine vertiginose; eran giri intrecciati nella bella pista in mezzo a cui sorgono le montagnole di pietra aspra e le gabbie insidiose; eran lunghe peregrinazioni con la caccia a cavallo presso le tombe della via Appia o il placido specchio del lago di Bracciano; comunque, dalla mattina presto al tramonto, la diligente fatica degli istruttori andava temprando così il buon acciaio della nostra cavalleria.
Tutto questo sembra ora perduto, come in un sogno; e mentre sui declivi della scuola, ove già s’aggiravano le folle vivaci degli spettatori, ove passavano i Sovrani con lo Stato Maggiore e tra lo scattar delle Kodaks cinguettavan tutte le eleganze femminili, pascolan gli armenti o discende roteando il volo dei corvi, l’anima si chiude in un rimpianto che non ha parole.
Ricorda forse la maschia persona di Federico Caprilli, che oggi avrebbe atteso impaziente l’ora fatale per condurre i suoi prodi alla carica del nemico sconfitto? O richiama il sorriso gioviale di Giorgio Bianchetti, quasi ascoltandolo anche una volta declamare, ritto sulle staffe, un canto italico del Carducci? O Marino Caracciolo, caduto col suo ostinato ardore nei primi giorni di guerra? O Gaspare Bolla piombato da un cielo di procella, col suo velivolo, ai piedi del Carso?
Ma il rimpianto trae ragione da un altro pensiero anche più amaro. Tutto il magnifico lavoro dei nostri grandi cavalieri è forse stato vano. La guerra moderna, almeno sui confini d’Italia, distrugge la cavalleria. La pura aspirazione di tanti giovani che, inseguendo al galoppo i fantasmi dell’Agro febbrile, credevano di apparecchiarsi ad affrontare un giorno con la sciabola in pugno l’eterno nemico, è crollata, senza probabilità di risorgere. S’illudevano di poter guardare il nemico negli occhi, e son condannati a insidiarlo di sotto terra; vagheggiavano di spezzarlo con la furia d’un impeto serrato, e lo indovinano appena dietro il profilo delle trincee.,..
Tor di Quinto par che pianga adesso nei lunghi silenzi gli agili centauri che lo hanno abbandonato; e il Tevere, che lento gli passa accanto, pare che rechi verso l’infinito mare l’eterno sospiro di memorie piene ili malinconia.