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 1916  aprile 23 Domenica calendario

Giuseppe Pitré e il “folk-lore„

A Giuseppe Pitré, che morì glorioso senatore del Regno, professore nell’Università della sua Palermo, e salutato il primo folk-lorista non solo d’Italia e d’Europa, ma del mondo, e che da tutto un popolo commosso, mercoledì 12 aprile, ebbe a Palermo funerali ch’erano un’apoteosi, toccò, in gioventù, un bel vasetto da farsa. A Giuseppe Pitré, come medico, aveva nella strage colerica del 1866-67 prestate caritatevoli cure ai colpiti dall’orribile morbo, guadagnandosi la medaglia di «benemerito per la salute pubblica». Ma non solo alla medicina; il Pitré si sentiva chiamato agli studii. e desiderava entrare nell’insegnamento pubblico. Ottenne allora una misera cattedra di professore nelle infime classi del ginnasio di Palermo: ma ben presto, che succede?... Il posto gli vien tolto, perché «inetto», da quello stesso Governo, che gli aveva mandato una croce di cavaliere per le sue particolari benemerenze negli studii!...
Il Pitré era povero. Figlio d’un marinaio, morto di febbre gialla a Nuova Orleans, viveva miseramente con la madre, sua adorazione, a Palermo. Continuò ad esercitare la medicina, prestando ai poveri cure affettuose, e intanto, nelle loro casupole studiava antiche tradizioni, antichi costumi, canti popolari della Sicilia, rimasta incolume dalle invasioni moderne.
Nel 1862, pubblicò tre dialoghi sui proverbi. Dal ’68, data il suo primo studio: sui canti popolari siciliani». Nell’anno seguente, pubblicò i «canti popolari di Terra d’Otranto raffrontati con quelli di Sicilia». Da allora sgorgò la fiumana dei suoi studii del folk-lore siciliano, da lui formato a goccia a goccia, per lo spazio di tutta la vita, con paziente precisione di scienziato e con affetto religioso d’isolano, mirando (disse giusto M. Zingarelli nel Giornale d’Italia) di collocare la storia della civiltà della sua Sicilia nelle grandi correnti della storia del mondo.
Non fu il solo, né il primo. Già un altro siciliano, Lionardo Vigo, di Acireale, poeta, archeologo, e storico, nato nel 1779, aveva raccolto «Canti popolari siciliani», creazioni vaghissime di quel popolo che, secondo gli ultimi studii (forse non definitivi) del Pitré, ha creato pure quel commovente poemetto della Baronessa di Carini, storia d’una sposa infelice uccisa dal padre perché sorpresa col suo amante: per la dolorosa pietà, si può metterle a confronto solo la Francesca di Dante, e la Margherita del Faust di Goethe, che, anch’essa, si fonda sulla tradizione popolare, radice frequente dei capolavori del genio meditativo.
La Germania, quando, al rovescio d’oggi, era grande di idee e piccola d’armi, suscitò il culto universale delle tradizioni popolari. Un poeta, filosofo del Cristianesimo, e dell’umanità, che oggi in Germania sarebbe un assurdo – l’Herder – pubblicò fin dal 1778 le sue famose «Voci dei popoli» (Stimmen der Völker), raccolta di canti popolari di tutt’i tempi, da lui amorosamente tradotti. La poesia popolare, secondo lui, è la sola eccellente, perché sincera e umana. Dopo di lui, tutto un esercito tedesco di raccoglitori di canti popolari, di tradizioni e fiabe popolari sfilò. Il «brillante» Stato maggiore è onorato dai due fratelli Grimm,dal nobilissimo poeta Uhland. Luigi Tieck cercava nella leggenda popolare e nella pia fede, il «senso di fanciullo» lavacro dell’errante umanità insanguinata dal despota dei despoti, Napoleone.I due amici Arnim e Brentano si tuffavano, anch’essi, nelle onde azzurre delle fiabe e ne uscivano con drammi, romanzi e strofe popolari, mentre lo Schiller s’innamorava delle fiabe teatrali del nostro Carlo Gozzi e ne traeva Turandot. Mentre il grande poeta tedesco degl’ideali umani appendeva al collo della sua Germania quella collana di margherite veneziane – la culla della fortunata parola folk-lore, l’Inghilterra, continuava a festeggiare il Macpherson, che l’aveva abbagliata con la manipolazione di canti di montanari scozzesi, attribuiti a un Ossian, poi tradotto dal nostro Cesarotti. Ma, in Italia, spuntava un meraviglioso miracolo del folk-lore antico. Nel 1815, un giovinetto di diecisette anni, Giacomo Leopardi, componeva quel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, che il Sainte-Beuve ammirava e i dotti nostri ammirano più del Sainte-Beuve.
Poiché era passato il tempo delle clamidi regali nelle letterature e il Manzoni innalzava a protagonisti del suo capolavoro immortale due contadini, la democrazia saliva vittoriosa anche nella letteratura e nell’arte.
Non bisogna dimenticare che prima del Pitré, così grandemente benemerito, un modesto marchigiano, Oreste Marcoaldi da Fabriano, pubblicava, nel 1835, a Genova, i Canti popolari inediti umbri, liguri, piceni, piemontesi, latini, raccolti e illustrati. E il Tommaseo, che aveva l’anima rivolta al popolo, ne adorò i canti, e ne raccolse. Costantino Nigra, l’alunno del Cavour, raccolse allori anche coi «Canti popolari» del Piemonte. Alessandro D’Ancona nel campo restò maestro. A Venezia, prima il Dal Medico e poi, assai più riccamente il Bernoni furono antesignani nel folk-lore in Italia. Il De Nino illustrò gli usi e i costumi  abruzzesi. Delfino Orsi e il De Gubernatis vanno pure ricordati. Ma la schiera è lunga; e il Pitré rimane un caposcuola. A Giuseppe Pitré dobbiamo un tesoro: la Biblioteca delle tradizioni siciliane in venticinque volumi. Con Salomone Salvatore Marino, ch’era pure medico (e medico era anche il il grande poeta Meli) il Pitré fondò nel 1880 quell’Archivio per le tradizioni popolari, che nel 1910, al trentesimo volume fu, pur troppo, troncato per il fallimento d’un libraio. Fra quei siciliani, ben degni di succedere ai due insigni palermitani Rosario di Gregorio e Michele Amari, illustratori delle memorie dell’isola, prendeva bel posto anco l’arciprete di quella incantevole Cappella Palatina che il Renan descrisse con tocchi sì deliziosi. Era Gioachino di Marzo, anche questo infaticabile nelle ricerche: la storia dell’antica arte siciliana gli deve non poco.
Ma che dire del Museo etnografico della Sicilia, che il Pitré con sì ingenua gioia e passione si formò a poco a poco, giorno per giorno, come l’avaro accumula i tesori, e poi donò generoso al municipio di Palermo?
La vita siciliana del passato non è ancora ben conosciuta e non lo è neppure un’opera del Pitré, che la rivela in parte. I due volumi La vita di Palermo cento e più anni fa ( 1904) formano un’opera ben ordinata, organica sulle istituzioni e i costumi di Palermo del secolo XVIII: miserie luccicanti di falsa doratura. Due volumi che rivelano nel Pitré l’arte difficilissima di «fare il libro».
Anche negli ultimi anni, folgorato da sventure, l’aureo uomo lavorava assiduo e paziente. Quando  si andava a trovarlo nella sua casa, si provava religiosa riverenza nel vedere quel vecchio che pareva non ricordarsi dell’immenso lavoro compiuto e che pareva fosse sul punto di cominciarne un altro.
Nel terremoto di Messina, il poveretto perdette una cara figliuola sposa e madre. Dolori che spezzano anche i cuori di marmo. Il cuore del Pitré  fu un muto spasimo sino alla fine...