L’Illustrazione Italiana, 23 aprile 1916
Corriere
Pasqua. – Dall’anno scorso ad oggi. – Il discorso di Sonnino. –L’abbandono di Durazzo. – I russi a Trebisonda. – L’ora legale anticipata in Francia. – E la pace?... – Un Esposizione attiva. – Un grosso furto ferroviario. – Bufera pasquale.
Eccoci alla seconda, consecutiva Pasqua di guerra. L’anno scorso, per l’Italia, era Pasqua di attesa e di ansie – quest’anno è Pasqua di guerra anche per noi, guerra di attesa e di ansie.
Ve ne ricordate? L’anno scorso il primo ministro Salandra andò a passare brevi vacanze pasquali in famiglia, e fu per una giornata a Pompei. Furono fatti degli scavi in suo onore, e furono scoperti grandi trofei militari, di legno dipinto, trofei augurali, auspicio di vittoria!... E, verso la vittoria, vanno, oramai da un anno, i nostri valorosi soldati, che ieri, in Valsugana, hanno, tra altro, respinta una forte avanzata degli austriaci.
Avanti dunque – e se la Pasqua non porta ora la pace, porterà la vittoria, dopo la quale la pace verrà!
Camera e Senato sono di nuovo in vacanza. La Camera ha chiuso ancora con un voto, con un ampio, pletorico voto di fiducia – 332 sì contro 36 no – dopo avere udite le dichiarazioni del ministro degli esteri Sonnino. Qualcuno le ha trovate fredde, aride, incomplete – ma i pochi che così commentano non conoscono, certamente, il barone Sidney Sonnino. Coloro che lo conoscono,
anche da anni, possono dire di non averlo mai, assolutamente mai, in nessun momento della sua non breve vita politica, veduto acceso, cablo, appassionato, eccessivamente comunicativo. È uomo di seria meditazione, di salda volontà, di freddo, logico, compassato ragionamento, sente vivamente, profondamente – ma quanto a calore, ad espansione comunicativa, ad esteriorità suggestive, questa non è roba né del carattere, né del gusto, né dello stile di Sidney Sonnino.
Con tutto ciò, la descrizione che egli ha fatto, lucida e precisa, dell’azione della marina nostra e di alcuni riparti militari italiani per soccorrere in Albania l’esercito serbo e trasportare in Grecia e in Italia gli avanzi di quell’esercito, la popolazione misera e bisognosa, i prigionieri austriaci tenuti dai serbi – in tutto un 250.000 persone e 10.000 cavalli – è riuscita nella sua semplicità efficace, ed ha dato la sensazione di una sincerità, che, indubbiamente, è nel carattere rispettabile dell’uomo.
Per un’impresa simile abbiamo perduto tra morti, feriti e dispersi 807 uomini. e nelle proporzioni degli avvenimenti attuali – non è una perdita grave.
Ma quante voci preoccupanti, quante dicerie confuse, quante esagerazioni, in tutto questo tempo, prima che arrivasse finalmente, ora, per voce del Sonnino, una cifra ufficiale.
O non sarebbe meglio che tali cifre venissero comunicate il più frequentemente possibile, per tagliare corto ai voli delle fantasie?...
Sidney Sonnino, figlio, se non erro, di una dama inglese, ha una perfetta educazione inglese – e, fors’anche per questo, egli è il solo – pare – dei ministri designati ad andare a Londra a restituire la visita del governo italiano al premier britannico Asquith. Ebbene, a Londra, in Inghilterra sono possibili, sulle perdite in guerra, comunicazioni periodiche e frequenti che non paiono possibili in Italia. E perché?... Non ha forse, in oramai un anno, date prove mirabili di calma, di resistenza, di «temperamento formato» il nostro paese?... Perché lasciare che lavorino per settimane e per mesi le fantasie – quando con qualche cifra ufficiale si può dare la giusta e sana sensazione della realtà – che acqueta le fantasie, e taglia le ali alle invenzioni dei nemici?... Abituare il paese alla verità, vuol dire disciplinarlo alla vita, rinfrancarlo nella fiducia, distoglierlo dai lirismi, pei quali il nostro temperamento italico è così tradizionalmente proclive. E gli abbracci, i baci, gli evviva che domenica, dopo il discorso freddo di Sonnino, ricolmarono Innocenzo Cappa che aveva fatta cantare nell’aula di Montecitorio la sua patetica, dolcissima musa – quegli entusiasmi provano che le buone abitudini della freddezza e della rigida verità non saranno mai soverchie per un’assemblea di legislatori, per un popolo, ai quali non mancheranno mai, quando occorrano, le consolazioni di quella virtù nazionale, che è la parola alata ed armoniosa.
Ma Sonnino doveva dire di più! – Cosa doveva dire? – O diamine, doveva dire che basi ha la nostra aperta partecipazione alla Quadruplice alleanza; che cosa Inghilterra, Francia, Russia ci hanno promesso e ci garantiscono; che cosa otterremo nell’Adriatico, nel Mediterraneo, nell’Asia Minore; che obblighi militari maggiori ci siamo assunti; quali basi economiche sono state concretate per il «dopo-guerra» – hanno inventata anche questa parola composta! – quali piani furono determinati a Parigi fra gli alleati per la Serbia, per il Montenegro, per l’Albania...
– Questo solo volevate sapere da Sonnino, cari fautori della politica estera coram populo?... Ma se, in tempo di guerra guerreggiata, fosse possibile fare la politica estera a bocca così aperta, e con tale sciorinamento di ogni cosa, tanto varrebbe deporre le armi, rinunziare alla guerra, rassegnarsi a quel che a Dio piacesse mandare vivendo bucolicamente nel dolce paese di Titiro e di Melibeo!...
Del resto, la politica estera fatta dalla diplomazia, cosa conta, quando, al dato momento, le correnti popolari prendono liberamente il sopravvento, e tutto piega ad esse?... L’anno scorso, a Pasqua, il vento popolare italiano soffiava alla guerra – la denuncia del trentennale trattato di alleanza con l’Austria, fu, si può dire, l’uovo pasquale del 1915; e passammo dall’alleanza alla guerra. Si gridò che il popolo la voleva, e la guerra fu; e la diplomazia che, per trenta anni, aveva fatta una politica sulla quale si invocava invano la luce, si buttò alla politica della guerra!... Non è questa la più significativa risposta dei fatti al lavoro misterioso della diplomazia?... Quando le correnti popolari possono prendere liberamente il sopravento, cosa c’è da sospettare di politica estera fatta nelle aule? Trenta anni di politica aulica non sono forse dileguati al soffio della proclamata volontà popolare?...
Diceva nel Corriere del numero scorso che i giornali si potrebbero leggere soltanto ogni quindici giorni – e basterebbe. Gli avvenimenti descrivono una parabola a curva così allungata, che per chi cerca fatti risolutivi c’è da aspettare settimane e mesi. Così la gran guerra: così certe situazioni diplomatiche. Vedete gli Stati Uniti d’America e la Germania, per esempio, le cose sono da un mese, per l’affondamento del Sussex, tali quali erano, alla Pasqua del 1915, o giù di lì, per l’affondamento del Lusitania. Note allora – note adesso; contro-note e tergiversazioni della Germania; circonlocuzioni dell’America: discorsi double-face del presidente Wilson, meschine cavillosità del ministro von Jagow... tutto questo, senza pregiudizio di siluramenti ulteriori, e di note e contro-note relative!...
Dall’Asia, frattanto, arriva una notizia che non rallegrerà certo i tedeschi. I russi hanno tolta Trebisonda ai turchi. È il miglior porto del Mar Nero, ed i turchi l’hanno perduto. Dicesi che il famoso von der Goltz sia in Asia ad organizzare la resistenza turca. La sua missione, tutt’altro che lieta, arriva anche un po’ tardi. Pei turchi la situazione è, così, notevolmente peggiorata. Pel Mar Nero e per la buona e comoda strada Trebisonda-Erzerum, i turchi avevano libere le comunicazioni, che ora sono completamente in mano ai russi. A Costantinopoli – nel cui cielo volarono anche l’altro giorno, lanciando bombe, aereoplani nemici – cosa ne pensano?... I bollettini turchi continuano ad ignorare le sconfitte turche, o ne parlano come di voci vaghe ed indeterminate. Varrebbe la pena di indagare come sia nato a Milano il detto popolare savè de Trabisonda – sapere di rimbalzo – un detto che si attaglia così bene ora ai bollettini di guerra di Costantinopoli!...
Anche la Camera francese – al pari del Reichstag tedesco – ha adottato ieri la legge per l’anticipo dell’ora legale, di cui parlai nel passato Corriere. La nuova legge è brevissima. Eccola:
«Sino alla fine dell’anno in cui sarà firmato il trattato di pace, l’ora legale fissata dalla legge 1° marzo 1914 potrà essere modificata per decreto approvato in Consiglio dei ministri».
Dunque un decreto presidenziale basterà a far sì che mezzanotte diventi le 11 o 23, e le 5 di mattina «diventino le 4. Ma non è questo l’importante del testo «di quella legge: l’importante è la dicitura introduttiva:«Sino alla fine dell’anno in cui sarà firmato il trattato di pace!...» – ma quale anno, in nome di Dio?... Questo, a dir vero, nessuno sa dirlo: è il punto interrogativo di fronte al quale si fermano tutti i formulatori di ipotesi – dal generalissimo dei bulgari, che dice che la guerra finirà nell’estate del 1916, al ministro del Tesoro inglese che fa i suoi preventivi come se la guerra dovesse durare fino all’estate del 1917 Quando finirà?
Anche nelle parole che il venerando presidente Manfredi ha indirizzate ieri, nell’ultima seduta, al Senato, vi è un accenno, naturalmente, indeterminato: «Auguri, auguri, sì, di buona Pasqua, ma non di buone feste»: «non conosco «feste» fin che non venga la grande festa della patria!...».
Aspettandola, il Governo annunzia al Paese un ovo pasquale che sarà ben gradito: «il calmiere governativo sui generi di maggiore consumo». Ben venga. Se dobbiamo subire la censura sugli scritti e sui discorsi più o meno temibili, tanto più necessaria è la censura – ché il calmiere non è altro che una censura – sui prezzi che l’ingordigia degli speculatori, dei bottegai va giornalmente alzando, esagerando, creando gli stimoli ad un malcontento molto più sensibile e temibile di quello che potrebbero suscitare imprudenze di giornalisti e di concionatori. Vi è tutto un lavorìo di incettatori, per i generi più necessari, al fine di creare un rincaro artificiale immediato e futuro. Il governo provvedendo davvero e prontamente – farà bene. In tempi di guerra i sagrifici si impongono a tutti: è possibile che debbano sfuggirvi soltanto quelle esose categorie di cittadini che ha uno per programma, in ogni tempo, di speculare sulle pubbliche necessità?!... A creare il rialzo concorrono già, pur troppo, leggi economiche inevitabili, influenzate dal fatto della guerra; non vi è bisogno che vi aggiungano il loro malvolere e la possa gli speculatori di mestiere.
Accennai nel Corriere scorso ai sedici milioni e mezzo di disavanzo delle famose esposizioni del 1911 a Roma e a Torino. Lasciatemi raccogliere oggi una notizia congenere, ma migliore. L’egregio sindaco di Milano, avvocato Caldara – in mezzo alle non poche sue tribolazioni di questi giorni – ha avuta la consolazione di vedere messe a sua disposizione lire undicimila, le quali sono il residuo netto – non eccessivo, certo, ma sempre residuo attivo – dell’Esposizione del Sempione, quella del 1906, celebre anche per l’incendio che la sconvolse. Già nel 1909 l’assemblea di liquidazione di quella esposizione erogò quarantaquattro mila lire per i restauri del Castello Sforzesco. A queste vanno ad aggiungersi le nuove undicimila lire, che dovranno essere capitalizzate per una borsa di studio a favore di allievo della scuola d’Arte Decorativa annessa al Castello.
Le esposizioni del 1911 finirono con una pioggia di decorazioni a cui lo Stato ora deve aggiungere – proprio in quest’ora di sagrifici universali – il coronamento di sedici milioni di lire che cuoprano il deficit. Quella di Milano del 1906 dà ancora qualche cosa per un benemerito di quell’arte decorativa, che è così gran titolo d’onore in patria e fuori per gl’italiani, ma che ha pure la sua responsabilità, anch’essa, nella facilità con la quale in Italia ci abbandoniamo all’architettazione di esposizioni quasi tutte feraci di così amare sorprese per il bilancio dello Stato!...
Il quale è sempre esposto ad ogni genere di malefizi. Proprio in questa settimana due impiegati ferroviari – entrambi diciannovenni – cosa vuol dire il talento precoce!... – hanno alleggerito il deposito valori della stazione ferroviaria di Milano di trecentoquarantatremila lire. Che bell’ovo pasquale... se non fosse finito in frittata. Uno dei promettentissimi servitori dello Stato è in prigione, l’altro saltella, inseguito, di passo in passo, su per i monti dell’Ossola, nevosi…
Sì, nevosi, perché siamo tornati, d’un tratto, in pieno inverno. Stamane il termometro segnala. qui a Milano, appena cinque gradi sopra zero, e soffia ora una bise – come dicono sul Cenisio – tutt’altro che pasquale. Molte cose, in questo roteante mondo vanno a rovescio. Avemmo pioggia e nebbia a Natale, dovremmo avere sole a Pasqua. Viceversa, un mio freddolosissimo amico ha fatto riaccendere ieri il calorifero!... Comunque, a tutti buona Pasqua!... Pace nei cuori – e, quando Dio voglia, pace nel mondo!...
14 Aprile