L’Illustrazione Italiana, 4 giugno 1916
I volti di Parigi
Maggio Parigino
Parigi, maggio
Ho ritrovato Parigi, dopo dieci mesi di assenza, nel suo consueto abbigliamento primaverile, fatto di grigio e di verde. Un cielo velato a volte di nuvole piovigginose e a volte rischiarato di sprazzi lucenti; un tenue velo di verdura sugli alberi che già mettono le prime foglie; una folla più frettolosa e più gaia che già sente la gioia della primavera e da per tutto – così nelle paniere delle fioraie improvvisate, come sul seno delle signore e delle popolane – quella grande profusione di mughetti selvatici coi quali le donne di Parigi celebrano l’avvento del maggio. Perché il primo di maggio è la festa femminile del mughetto, così come fino a due anni or sono era quella maschile della rosa di macchia che qui è rossa e sostituisce vantaggiosamente il nostro garofano sindacalista. Ma da che l’aggressione germanica ha inaugurato «l’unione sacra» e lo stato d’assedio ha vietato le dimostrazioni, le rose di macchia fioriscono indisturbate sulle siepi delle belle strade di Francia, e in fatto di vermiglio gli «unificati» e gl’«internazionali» di ieri non ammettono più se non quello del sangue spillato da una palla tedesca quando non è il nastrino della legion d’onore ce bijou sortant d’une blessure. Ma per le donne è differente. La guerra infierisce a cento chilometri appena dalla capitale, tutte le abitudini sono rotte, tutte le usanze trasformate, ma il diritto di festeggiare la primavera sopravvive ad ogni disastro: ed è per questo che, fra un acquazzone e l’altro, esse inalberano fieramente il piccolo mazzo di campanelluzzi bianchi i quali – è un accademico che lo ha scritto proprio di questi giorni – «debbono sonare la squilla che annuncerà la vittoria». L’imagine è un po’antiquata: ma ad un accademico non disdice di coltivare i bei fiori retorici del giardinetto d’arcadia.
Del resto, quest’anno, la festa del mughetto ha preso un aspetto più giocondo. La resistenza di Verdun ha sollevato tutti gli animi, e la fiducia nella vittoria è oggi più tenace e più invincibile. Non solamente: ma mentre un anno fa si pensava con terrore alla probabilità di dover subire un altro inverno di guerra, oggi si asserisce tranquillamente che la guerra non potrà ragionevolmente cessare prima dell’autunno del 1917. E senza lamenti e senza recriminazioni, signore e popolane ricominciano a lavorare la lana per provvedere agli uomini della trincea nuovi indumenti caldi per l’inverno.
Questo stato d’animo è tanto più notevole in quanto contrasta con quella specie di abbattimento morale che aveva preso un poco tutti al principio della primavera scorsa. Ma allora si era ripetuto con tanta sicurezza che la guerra sarebbe finita col finire dell’estate; si era annunciata così ripetutamente la grande offensiva primaverile; si era promessa con così certa affermazione la cacciata simultanea dei tedeschi dal suolo francese e dal territorio russo, che l’inazione sul fronte occidentale e le precipitate ritirate su quello orientale, parevano quasi l’annuncio di una più grande catastrofe. Allora – un anno fa, cioè – non c’era elegante stratega di salotto che non dichiarasse il fallimento della tattica del generale Joffre e non reclamasse a grandi grida la nomina a generalissimo del generale Gallieni che «aveva salvato la situazione, vincendo la battaglia della Marna». Allora non c’era signora ben informata che, arrivando in un salotto per il tè delle cinque, non annunciasse di sapere «da fonte ineccepibile ma che non poteva rivelare» che gl’italiani avrebbero fatto la guerra a fianco degli Imperi Centrali, contro l’Intesa; che la Russia era pronta a fare la pace separatamente e che i Belgi stavano accordandosi segretamente col Kaiser, purché questi riconoscesse la loro indipendenza magari sotto lo scettro di un principe prussiano.
Bisogna riconoscere che in Francia – come dovunque, del resto – questi propositi pessimisti erano tenuti da coloro che qui si chiamano le gens à auto, e che il popolo minuto continuava a sopportare il peso più grave della guerra senza protestare e con una bella fiducia nella vittoria. Ma quest’onda di scoraggiamento, dilagando dalla Camera dei Deputati, a traverso i salotti più o meno eleganti della metropoli, metteva come un velo di tristezza su quell’insieme di persone inette e ciarliere, oziose e benestanti che per una convenzione erronea si chiamano comunemente «le classi dirigenti». Oggi anche costoro pensano diversamente, e lo spirito pubblico si è unificato nella speranza della vittoria e nel pensiero della resistenza. A poco a poco la vita ha ripreso il suo svolgimento consueto: le strade sono più affollate, le automobili più frequenti, i luoghi pubblici più animati. Fino a poco tempo fa, i caffè dovevano chiudere alle nove o – per lo meno – dopo le nove non potevano più servire nessuna consumazione: oggi si è prolungato fino alle undici 1’orario di esercizio. Fino a due giorni fa, i militari di passaggio a Parigi non potevano essere serviti in una trattoria o in un caffè se non da mezzogiorno alle due o dalle sei di sera alle otto. Fuori di queste ore, i camerieri avevano il dovere di rifiutar loro perfino un semplice bicchier d’acqua: oggi il divieto è stato tolto, e i militari come i borghesi possono entrare in un caffè all’ora che vogliono e sedersi liberamente così nell’interno come ai tavolini dei marciapiedi. Fino a pochi mesi or sono i musei erano ermeticamente chiusi, le statue ingabbiate o nascoste sotto una catasta di legna, i quadri spediti, per prudenza, nei musei delle città meridionali: oggi le porte si riaprono una dopo l’altra, e perfino nel Louvre si è permesso al pubblico di visitare le gallerie della scultura medievale e moderna, dove i busti dei Cafieri e dell’Houdon, le statue monumentali del Coisevox o del Rude evocano così gloriosamente la nobile storia di Francia. In quanto ai teatri continuano ad agire con un repertorio ridotto o meglio, con un repertorio antico, visto che gli scrittori francesi hanno deciso di non scrivere nulla di nuovo prima che la guerra non sia finita. A leggere i cartelloni delle Colonne Morris, parrebbe di essere in Italia: Alla «Comédie Francaise» La marcia nuziale – con la Pierat – si alterna con l’Avventuriera, con la Sorel; alla «Porte Saint-Martin» La fiammataa; alle «Variètés» La bella di Nuova York; al «Palais Rovai» Il piccolo caffè; al «Vaudeville» la cinematografia italiana della Cines Giulio Cesare; e poi Riviste da per tutto, alla «Scala» e all’«Olimpia», alI’«Ambigu» e al» Ba-ta-clan»; alle «Folies Bergère» e al «Cagibi» riviste che sono sempre la medesima cosa, e che sotto i titoli più inverosimili non fanno che offrire un pretesto qualunque a diluire in molt’acqua sporca un po’di spirito genuino. In quanto poi ai cinematografi, siamo in Italia addirittura, e le varie Hesperie, le varie Francesche Bertini, le varie Lede Gys sorridono da tutte le stecconate di legno nei grandi cartelloni di Marcello Dudovich o di Aleardo Terzi.
Questa ripresa di vita attiva e vibrante e questo cambiamento di pensiero, sono due sintomi degni di essere notati, non tanto per quello che significano oggi, ma per quello che potranno significare dimani. C’è una quantità di gente – qui in Francia come da noi in Italia – che non vuole convincersi di questa verità: che la guerra attuale è una guerra di assestamento e che la società umana ne uscirà, se non rinnovata del tutto, certo profondamente modificata. Tutti coloro i quali si erano abituati in mezzo secolo di pace a una vita di lusso e di piacere, di facili guadagni e di egoismo, di voluttà e di divertimento, veggono con terrore l’avvenire che si viene preparando e cercano di dare un senso di realtà al loro desiderio. In una parola, vogliono rimanere nell’inganno, perché questo inganno fa loro piacere. Ma la verità è diversa, e i sintomi del cambiamento radicale, profondo, inevitabile si vanno manifestando ogni giorno più. L’uomo politico che vi dimanda ansiosamente il vostro parere sull’atteggiamento che bisognerà prendere dopo la guerra e sullo stato dello spirito pubblico in Francia e fuori di Francia; il letterato che inizia una «inchiesta» per sapere quali potrebbero essere le tendenze che prevarranno a pace conclusa; il pittore che si propone il problema delle scuole e cerca di risolverlo secondo le sue proprie aspirazioni; il commerciante che si preoccupa delle correnti che incanaleranno l’attività umana quando i soldati saranno ridivenuti cittadini; il finanziere che già s’inquieta dei profondi mutamenti che i futuri trattati imporranno all’Europa, sono l’espressione di questa ansietà e di questo malessere che la guerra attuale comincia a suscitare nel campo del pensiero e dei sentimenti.
Un anno fa si poteva ancora dubitare: oggi il dubbio non è più possibile. E non giova rammentare quello che è accaduto nel 1870. Per quanto terribile, quella guerra fu corta, e poi localizzata a due nazioni solamente, e poi combattuta sotto un regime militare che non era quello odierno. Il trattato di Francoforte lasciò una Francia prodigiosamente ricca e una Germania che si era arricchita. Se la guerra fosse finita dopo la battaglia della Marna, forse si sarebbe ripetuto lo stesso fenomeno. Ma sono già trascorsi due anni, oramai, e le ostilità non accennano a diminuire. Inoltre intorno alla Francia e alla Germania si battono con eguale accanimento l’Italia e l’Austria, l’Inghilterra e la Russia, il Belgio e la Turchia. Tutti i cittadini e tutte le loro fortune sono travolte da questo immane sconvolgimento. Durante un numero di anni che ancora non possiamo determinare, trenta milioni d’uomini dai venti ai quarantacinque anni, sono vissuti nelle trincee, hanno sopportato la vita aspra della campagna di guerra. E dietro di loro, nelle città e nelle campagne, altri milioni di uomini e di donne hanno dovuto crearsi una nuova vita, hanno dovuto rinunciare alle loro abitudini, hanno dovuto vestire in «grigioverde» la loro esistenza quotidiana. Queste rinuncie, da principio furono gravi e produssero impeti di ribellione: il genere di vita vissuta fino allora continuava a esercitare la sua influenza e a rendere insopportabile le nuove necessità. Poi, a poco a poco, la natura umana si adattò, i mormorii si fecero meno rumorosi, le ribellioni meno frequenti. Oggi, dopo due anni, Parigi ha ripreso il suo aspetto di città laboriosa ed affaccendata; e se fra le donne che s’incontrano per le vie popolose vi sono molte vedove, e se fra i soldati che si riposano sotto i castagni d’india dei Campi Elisi o sotto gli olmi delle Tuileries si veggono molti mutilati, non per questo la città ha un’aria di tristezza, e la popolazione un aspetto di scoraggiamento.
Certo, dopo la guerra, vi potrà essere un tentativo di ripresa: ma sarà un tentativo sporadico, destinato a fallire, e che due o tre anni di vita di trincea avrà oramai relegato fra le cose che non si faranno più. Mi è stato detto, a questo proposito, da un americano sbarcato il giorno prima a Cherbourg, che vi sono già 1800 posti fissati sui piroscafi che partiranno dai varii porti degli Stati Uniti, subito dopo la dichiarazione dell’armistizio. Questi americani, che la guerra ha prodigiosamente arricchito, credono e sperano di ritrovare da un giorno all’altro la vecchia Parigi delle boites à musique e dei ritrovi notturni. Ma io credo che s’illudano amaramente. Già, mi rammento, che nei mesi precedenti all’aggressione germanica, i francesi e i parigini – quelli veri, intendo, e non quelli sbarcati dall’Argentina o scesi giù dalle città tedesche per vivere quella che essi chiamavano l’«Orgia francese» e che era dopo tutto il prodotto più genuino della loro corruzione – mi rammento dunque che quei francesi cominciavano a mormorare contro la parte poco bella che l’immoralità europea pareva rappresentare a Parigi e dichiaravano di non volerne più sapere d’essere la maison de passe du vice Européen. Oggi avranno altri argomenti da opporre alle esigenze dei corruttori interessati e dei neutri avidi di spendere i loro milioni guadagnati fin troppo facilmente.
Intanto la primavera parigina è fatta tutta di aspettativa senza impazienza e di speranza senza esagerazione. Ieri, a Nancy, il presidente Poincaré dichiarava in un suo discorso che «non cesseremo di combattere fino a che i nostri nemici non si dichiareranno vinti».
E per una curiosa coincidenza il giorno stesso a Brescia, l’on. Salandra affermava che «la guerra sarebbe durata quanto sarebbe durata: ma sopratutto bisognava vincere». I giornali francesi riproducevano queste due affermazioni in grassetto, senza comenti. E veramente di comenti non avevano bisogno, visto che esse esprimevano quello che è nel pensiero di tutti, in questo maggio pieno di nuvole e di fiori.
(Sotto questo titolo, Diego Angeli, profondo conoscitore della Francia, inizia nell’Illustrazione, una serie di corrispondenze parigine, che riusciranno particolarmente interessanti in questo periodo di rinnovamento glorioso della vita francese)
Parigi, maggio
Ho ritrovato Parigi, dopo dieci mesi di assenza, nel suo consueto abbigliamento primaverile, fatto di grigio e di verde. Un cielo velato a volte di nuvole piovigginose e a volte rischiarato di sprazzi lucenti; un tenue velo di verdura sugli alberi che già mettono le prime foglie; una folla più frettolosa e più gaia che già sente la gioia della primavera e da per tutto – così nelle paniere delle fioraie improvvisate, come sul seno delle signore e delle popolane – quella grande profusione di mughetti selvatici coi quali le donne di Parigi celebrano l’avvento del maggio. Perché il primo di maggio è la festa femminile del mughetto, così come fino a due anni or sono era quella maschile della rosa di macchia che qui è rossa e sostituisce vantaggiosamente il nostro garofano sindacalista. Ma da che l’aggressione germanica ha inaugurato «l’unione sacra» e lo stato d’assedio ha vietato le dimostrazioni, le rose di macchia fioriscono indisturbate sulle siepi delle belle strade di Francia, e in fatto di vermiglio gli «unificati» e gl’«internazionali» di ieri non ammettono più se non quello del sangue spillato da una palla tedesca quando non è il nastrino della legion d’onore ce bijou sortant d’une blessure. Ma per le donne è differente. La guerra infierisce a cento chilometri appena dalla capitale, tutte le abitudini sono rotte, tutte le usanze trasformate, ma il diritto di festeggiare la primavera sopravvive ad ogni disastro: ed è per questo che, fra un acquazzone e l’altro, esse inalberano fieramente il piccolo mazzo di campanelluzzi bianchi i quali – è un accademico che lo ha scritto proprio di questi giorni – «debbono sonare la squilla che annuncerà la vittoria». L’imagine è un po’antiquata: ma ad un accademico non disdice di coltivare i bei fiori retorici del giardinetto d’arcadia.
Del resto, quest’anno, la festa del mughetto ha preso un aspetto più giocondo. La resistenza di Verdun ha sollevato tutti gli animi, e la fiducia nella vittoria è oggi più tenace e più invincibile. Non solamente: ma mentre un anno fa si pensava con terrore alla probabilità di dover subire un altro inverno di guerra, oggi si asserisce tranquillamente che la guerra non potrà ragionevolmente cessare prima dell’autunno del 1917. E senza lamenti e senza recriminazioni, signore e popolane ricominciano a lavorare la lana per provvedere agli uomini della trincea nuovi indumenti caldi per l’inverno.
Questo stato d’animo è tanto più notevole in quanto contrasta con quella specie di abbattimento morale che aveva preso un poco tutti al principio della primavera scorsa. Ma allora si era ripetuto con tanta sicurezza che la guerra sarebbe finita col finire dell’estate; si era annunciata così ripetutamente la grande offensiva primaverile; si era promessa con così certa affermazione la cacciata simultanea dei tedeschi dal suolo francese e dal territorio russo, che l’inazione sul fronte occidentale e le precipitate ritirate su quello orientale, parevano quasi l’annuncio di una più grande catastrofe. Allora – un anno fa, cioè – non c’era elegante stratega di salotto che non dichiarasse il fallimento della tattica del generale Joffre e non reclamasse a grandi grida la nomina a generalissimo del generale Gallieni che «aveva salvato la situazione, vincendo la battaglia della Marna». Allora non c’era signora ben informata che, arrivando in un salotto per il tè delle cinque, non annunciasse di sapere «da fonte ineccepibile ma che non poteva rivelare» che gl’italiani avrebbero fatto la guerra a fianco degli Imperi Centrali, contro l’Intesa; che la Russia era pronta a fare la pace separatamente e che i Belgi stavano accordandosi segretamente col Kaiser, purché questi riconoscesse la loro indipendenza magari sotto lo scettro di un principe prussiano.
Bisogna riconoscere che in Francia – come dovunque, del resto – questi propositi pessimisti erano tenuti da coloro che qui si chiamano le gens à auto, e che il popolo minuto continuava a sopportare il peso più grave della guerra senza protestare e con una bella fiducia nella vittoria. Ma quest’onda di scoraggiamento, dilagando dalla Camera dei Deputati, a traverso i salotti più o meno eleganti della metropoli, metteva come un velo di tristezza su quell’insieme di persone inette e ciarliere, oziose e benestanti che per una convenzione erronea si chiamano comunemente «le classi dirigenti». Oggi anche costoro pensano diversamente, e lo spirito pubblico si è unificato nella speranza della vittoria e nel pensiero della resistenza. A poco a poco la vita ha ripreso il suo svolgimento consueto: le strade sono più affollate, le automobili più frequenti, i luoghi pubblici più animati. Fino a poco tempo fa, i caffè dovevano chiudere alle nove o – per lo meno – dopo le nove non potevano più servire nessuna consumazione: oggi si è prolungato fino alle undici 1’orario di esercizio. Fino a due giorni fa, i militari di passaggio a Parigi non potevano essere serviti in una trattoria o in un caffè se non da mezzogiorno alle due o dalle sei di sera alle otto. Fuori di queste ore, i camerieri avevano il dovere di rifiutar loro perfino un semplice bicchier d’acqua: oggi il divieto è stato tolto, e i militari come i borghesi possono entrare in un caffè all’ora che vogliono e sedersi liberamente così nell’interno come ai tavolini dei marciapiedi. Fino a pochi mesi or sono i musei erano ermeticamente chiusi, le statue ingabbiate o nascoste sotto una catasta di legna, i quadri spediti, per prudenza, nei musei delle città meridionali: oggi le porte si riaprono una dopo l’altra, e perfino nel Louvre si è permesso al pubblico di visitare le gallerie della scultura medievale e moderna, dove i busti dei Cafieri e dell’Houdon, le statue monumentali del Coisevox o del Rude evocano così gloriosamente la nobile storia di Francia. In quanto ai teatri continuano ad agire con un repertorio ridotto o meglio, con un repertorio antico, visto che gli scrittori francesi hanno deciso di non scrivere nulla di nuovo prima che la guerra non sia finita. A leggere i cartelloni delle Colonne Morris, parrebbe di essere in Italia: Alla «Comédie Francaise» La marcia nuziale – con la Pierat – si alterna con l’Avventuriera, con la Sorel; alla «Porte Saint-Martin» La fiammataa; alle «Variètés» La bella di Nuova York; al «Palais Rovai» Il piccolo caffè; al «Vaudeville» la cinematografia italiana della Cines Giulio Cesare; e poi Riviste da per tutto, alla «Scala» e all’«Olimpia», alI’«Ambigu» e al» Ba-ta-clan»; alle «Folies Bergère» e al «Cagibi» riviste che sono sempre la medesima cosa, e che sotto i titoli più inverosimili non fanno che offrire un pretesto qualunque a diluire in molt’acqua sporca un po’di spirito genuino. In quanto poi ai cinematografi, siamo in Italia addirittura, e le varie Hesperie, le varie Francesche Bertini, le varie Lede Gys sorridono da tutte le stecconate di legno nei grandi cartelloni di Marcello Dudovich o di Aleardo Terzi.
Questa ripresa di vita attiva e vibrante e questo cambiamento di pensiero, sono due sintomi degni di essere notati, non tanto per quello che significano oggi, ma per quello che potranno significare dimani. C’è una quantità di gente – qui in Francia come da noi in Italia – che non vuole convincersi di questa verità: che la guerra attuale è una guerra di assestamento e che la società umana ne uscirà, se non rinnovata del tutto, certo profondamente modificata. Tutti coloro i quali si erano abituati in mezzo secolo di pace a una vita di lusso e di piacere, di facili guadagni e di egoismo, di voluttà e di divertimento, veggono con terrore l’avvenire che si viene preparando e cercano di dare un senso di realtà al loro desiderio. In una parola, vogliono rimanere nell’inganno, perché questo inganno fa loro piacere. Ma la verità è diversa, e i sintomi del cambiamento radicale, profondo, inevitabile si vanno manifestando ogni giorno più. L’uomo politico che vi dimanda ansiosamente il vostro parere sull’atteggiamento che bisognerà prendere dopo la guerra e sullo stato dello spirito pubblico in Francia e fuori di Francia; il letterato che inizia una «inchiesta» per sapere quali potrebbero essere le tendenze che prevarranno a pace conclusa; il pittore che si propone il problema delle scuole e cerca di risolverlo secondo le sue proprie aspirazioni; il commerciante che si preoccupa delle correnti che incanaleranno l’attività umana quando i soldati saranno ridivenuti cittadini; il finanziere che già s’inquieta dei profondi mutamenti che i futuri trattati imporranno all’Europa, sono l’espressione di questa ansietà e di questo malessere che la guerra attuale comincia a suscitare nel campo del pensiero e dei sentimenti.
Un anno fa si poteva ancora dubitare: oggi il dubbio non è più possibile. E non giova rammentare quello che è accaduto nel 1870. Per quanto terribile, quella guerra fu corta, e poi localizzata a due nazioni solamente, e poi combattuta sotto un regime militare che non era quello odierno. Il trattato di Francoforte lasciò una Francia prodigiosamente ricca e una Germania che si era arricchita. Se la guerra fosse finita dopo la battaglia della Marna, forse si sarebbe ripetuto lo stesso fenomeno. Ma sono già trascorsi due anni, oramai, e le ostilità non accennano a diminuire. Inoltre intorno alla Francia e alla Germania si battono con eguale accanimento l’Italia e l’Austria, l’Inghilterra e la Russia, il Belgio e la Turchia. Tutti i cittadini e tutte le loro fortune sono travolte da questo immane sconvolgimento. Durante un numero di anni che ancora non possiamo determinare, trenta milioni d’uomini dai venti ai quarantacinque anni, sono vissuti nelle trincee, hanno sopportato la vita aspra della campagna di guerra. E dietro di loro, nelle città e nelle campagne, altri milioni di uomini e di donne hanno dovuto crearsi una nuova vita, hanno dovuto rinunciare alle loro abitudini, hanno dovuto vestire in «grigioverde» la loro esistenza quotidiana. Queste rinuncie, da principio furono gravi e produssero impeti di ribellione: il genere di vita vissuta fino allora continuava a esercitare la sua influenza e a rendere insopportabile le nuove necessità. Poi, a poco a poco, la natura umana si adattò, i mormorii si fecero meno rumorosi, le ribellioni meno frequenti. Oggi, dopo due anni, Parigi ha ripreso il suo aspetto di città laboriosa ed affaccendata; e se fra le donne che s’incontrano per le vie popolose vi sono molte vedove, e se fra i soldati che si riposano sotto i castagni d’india dei Campi Elisi o sotto gli olmi delle Tuileries si veggono molti mutilati, non per questo la città ha un’aria di tristezza, e la popolazione un aspetto di scoraggiamento.
Certo, dopo la guerra, vi potrà essere un tentativo di ripresa: ma sarà un tentativo sporadico, destinato a fallire, e che due o tre anni di vita di trincea avrà oramai relegato fra le cose che non si faranno più. Mi è stato detto, a questo proposito, da un americano sbarcato il giorno prima a Cherbourg, che vi sono già 1800 posti fissati sui piroscafi che partiranno dai varii porti degli Stati Uniti, subito dopo la dichiarazione dell’armistizio. Questi americani, che la guerra ha prodigiosamente arricchito, credono e sperano di ritrovare da un giorno all’altro la vecchia Parigi delle boites à musique e dei ritrovi notturni. Ma io credo che s’illudano amaramente. Già, mi rammento, che nei mesi precedenti all’aggressione germanica, i francesi e i parigini – quelli veri, intendo, e non quelli sbarcati dall’Argentina o scesi giù dalle città tedesche per vivere quella che essi chiamavano l’«Orgia francese» e che era dopo tutto il prodotto più genuino della loro corruzione – mi rammento dunque che quei francesi cominciavano a mormorare contro la parte poco bella che l’immoralità europea pareva rappresentare a Parigi e dichiaravano di non volerne più sapere d’essere la maison de passe du vice Européen. Oggi avranno altri argomenti da opporre alle esigenze dei corruttori interessati e dei neutri avidi di spendere i loro milioni guadagnati fin troppo facilmente.
Intanto la primavera parigina è fatta tutta di aspettativa senza impazienza e di speranza senza esagerazione. Ieri, a Nancy, il presidente Poincaré dichiarava in un suo discorso che «non cesseremo di combattere fino a che i nostri nemici non si dichiareranno vinti».
E per una curiosa coincidenza il giorno stesso a Brescia, l’on. Salandra affermava che «la guerra sarebbe durata quanto sarebbe durata: ma sopratutto bisognava vincere». I giornali francesi riproducevano queste due affermazioni in grassetto, senza comenti. E veramente di comenti non avevano bisogno, visto che esse esprimevano quello che è nel pensiero di tutti, in questo maggio pieno di nuvole e di fiori.
(Sotto questo titolo, Diego Angeli, profondo conoscitore della Francia, inizia nell’Illustrazione, una serie di corrispondenze parigine, che riusciranno particolarmente interessanti in questo periodo di rinnovamento glorioso della vita francese)