L’Illustrazione Italiana, 4 giugno 1916
Corriere
Verdun. Il Trentino. La linea greco-bulgara. L’offensiva austriaca e il valore italiano. Un siluramento nel porto di Trieste. I propositi di Wilson per la pace e l’opinione inglese. L’ora estiva in Italia.
Su tre punti del teatro mondiale della guerra converge la pubblica attenzione – Verdun – l’Altipiano di Asiago – Demir-Hissar in Grecia. Sono i tre punti dove l’alleanza teutonica spiega l’accanimento dei suoi attacchi e le sue mosse, per impedire che gli alleati dell’Intesa prendano essi l’iniziativa di una più grande offensiva.
Fuori da quei tre punti, le operazioni di guerra, generalmente, languono, in un’attesa subordinata all’esito di successi, che tedeschi, austriaci, bulgari e turchi cercano invano.
A Verdun sono oggi cento giorni giusti che l’ostinazione tedesca combatte con risultati negativi; si calcola che attorno a Verdun, in poco più di tre mesi, siano caduti non meno di trecentocinquantamila tedeschi, inutilmente. «Non si passa!» grida l’eroismo francese, e i tedeschi non riescono a passare, malgrado il loro assoluto disprezzo della morte e lo spreco enorme delle munizioni.
Lo stesso accade nel cuneo trentino dove gli austriaci hanno iniziata da diciotto giorni la loro offensiva: i cumuli dei cadaveri, i treni a decine trasportanti i feriti verso l’interno dell’impero attestano dell’ampiezza di sagrifizi a cui l’Austria va incontro per una offensiva, sul valore della quale non si fanno illusioni nemmeno i giornali austriaci. Le condizioni difficili, inverosimili, della regione montuosa, divisa in un’infinità di valli e vallette, fra mezzo alle quali ogni specie di manovra è attraversata dalle particolarità incomparabili del terreno, avevano già resa ardua e lunga l’avanzata italiana dal maggio dell’anno scorso all’aprile passato. Con pertinacia e con metodo l’azione nostra era arrivata, forse, ad un limite, per andare oltre il quale era richiesta una ulteriore e non breve preparazione. Gli austriaci hanno colto questo momento per un’offensiva in gran stile – ma, virtualmente, questa grande offensiva è arrestata. Gl’italiani non hanno sofferto né sorpresa, né sgomento. La mossa austriaca era prevista da tempo: essa, inevitabilmente, ha reso necessario qualche spostamento nelle nostre linee; ma il valore italiano sull’Altipiano di Asiago, nella Conca di Arsiero, in Val d’Adige, nella Val Sugana fa da contrapposto perfetto al valore dei francesi attorno a Verdun; il «non si passa» – vale altrettanto là, come qua, ed i nemici si rompono quotidianamente le dure corna contro la salda muraglia di cannoni e di uomini che fronteggiano l’inutile urto.
I bollettini ufficiali del generalissimo Cadorna segnalano anche i corpi che più si distinguono nella magnifica resistenza: la 37° divisione è stata messa all’ordine del giorno: tra l’Adige e la Vallarsa ha l’atto miracoli per contenere e respingere il nemico, e vi è riuscita. Il 141° fanteria – un reggimento di calabresi valorosissimi – ha salvate sul monte Mosciagh, sopra la Conca di Asiago, due nostre batterie, che gli austriaci avevano già attorniate. Passi in avanti degli austriaci, i bollettini non ne segnalano più; su tutta la linea gl’italiani sono saldamente piantati, ed incrollabili. Del resto, – e su questo i principali critici militari sono concordi – avanzando, gli austriaci, cosa potrebbero fare? Nulla. Il giuoco delle forze italiane sarebbe quello di attirarli in basso, di allettarli a spiegarsi, con le truppe inevitabilmente limitate di cui dispongono, nella pianura, dove troverebbero finalmente il rovescio della Custoza del 1848, della Custoza del 1866. È questo che essi temono ed evitano, limitandosi a far pesare nelle valli e fra i monti una certa superiorità relativa della loro artiglieria pesante – superiorità che non produrrebbe effetti notevoli in una guerra di manovra.
Dunque, si può prevedere un incastramento irrimediabile del nemico fra i monti in mezzo ai quali si è impetuosamente cacciato: situazione nel cuneo trentino analoga a quella in cui si trovano i tedeschi sulle alture attorno a Verdun e sulla Mosa: in Francia il nemico è logorato dal valore francese; in Italia, dal valore italiano. Le due battaglie si equivalgono e si completano – e dal loro svolgimento – il cui risultato non può, a lungo andare, essere dubbio – emerge la solidarietà dei due eserciti, dei due popoli combattenti, in quell’identità ed unicità di resistenza e di difesa, che nelle manifestazioni patriottiche, commemorative dell’anno di guerra, svoltesi a Roma, a Milano, altrove, è stata salutata con vibrante fervore.
Alla mirabile resistenza italiana sulle Alpi ora si è aggiunto un arditissimo gesto navale – il siluramento nel porto, proprio nel porto di Trieste, di un grosso piroscafo da trasporto austriaco, colpito da un sommergibile italiano audacissimo. In sostanza, non si tratta che di un’azione di valore prevalentemente morale – ma questo valore è altissimo. Trieste – di cui l’Austria è gelosissima – è rigorosamente e fortemente difesa. Altro che l’audacia dei siluranti austriaci di andare a bombardare luoghi indifesi come Pesaro, o come Bari o Portoferraio!...
L’avanzata bulgaro-tedesca in suolo greco, rivela lo stesso concetto tattico delle avanzate teutoniche contro Verdun e nel Trentino: prendere la mossa sugli avversari, e tenerli impegnati in un dato punto. L’esercito serbo, riordinato, in un buon complesso di almeno 150000 combattenti effettivi, ha potuto concentrarsi a Salonicco, e subito i tedesco-bulgari, a parare ogni prossima mossa in avanti dei serbo-franco-britanni, si sono avanzati sulla frontiera greca, si sono impadroniti dei forti Drama e Ruppel, abbandonati dai greci; si sono spinti fino a Seres, e puntano su Cavala, porto dell’Egeo, a sinistra di Salonicco. C’è chi dice che i greci fremono d’indignazione. In realtà, i greci si ritirano. Hanno sguarniti tutti i loro forti dell’artiglieria pesante; alle intimazioni, o franco-britanne, o tedesco-bulgare, protestano, e poi ripiegano. In Atene il popolo si affolla di preferenza davanti agli schermi della cinematografia all’aria aperta, che non davanti ai bollettini di guerra; e la politica greca si aggroviglia sempre più in una neutralità inverosimile, sintetizzata nella formula: tutto sopportare! E con quali risultati?... Sia quale possa mai essere il risultato della grande lotta mondiale, quale costrutto potrà mai trarre da simile condotta la politica di Re Costantino, e dei suoi Sculudis e dei suoi Rallis?... C’è chi dice che i tedesco-bulgari abbiano osata la loro avanzata in tacito accordo col governo greco. Ciò non muterà la situazione nell’ora delle liquidazioni; non avrà la Grecia stima e considerazione da coloro che avrà favoriti, né valutazione, né misericordia da coloro che, più o meno velatamente, avrà avversati. Non riesce comprensibile una tale condotta nemmeno se ad Atene avessero la certezza – tutt’altro che concepibile – che nell’ora dei conti finali, l’arbitro sarà il Kaiser, cognato di Re Costantino!... I franco-britanni e i serbi a Salonicco; i tedesco-bulgari a Cavala; e, probabilmente, ad Atene, o l’indifferenza assoluta, o una miserevole guerra civile. Chi vorrà mai tenere conto di una Grecia simile nell’ora del riordinamento europeo?...
Forse nemmeno il presidente Wilson, che va mescolando ai discorsi della sua campagna elettorale presidenziale, propositi di mediazione pacifera, accolti mediocremente da gran parte della pubblica opinione nord-americana, e men che mediocremente dai popoli che combattono per le nazionalità e l’indipendenza.
Vuol bene il trionfo di queste il presidente Wilson. Una pace, quale egli la intende, dovrebbe segnare il trionfo del principio di nazionalità; il rispetto dei piccoli stati e della loro autonomia; la difesa collettiva contro ogni minaccia di aggressione; la libertà dei mari, tanto invocata dalla Germania, che ora sta subendo il britannico dominio dei mari.
Ce n’è, come si vede, per gli uni e per gli altri; ma l’Inghilterra per la prima accoglie tutt’altro che favorevolmente la predica wilsoniana, per quanto pronunziata in inglese. La pace sarà trattata, conclusa fra coloro che avranno combattuto – dicono i più autorevoli giornali inglesi. Non varrebbe la pena di avere sparso tanto sangue, durati tanti sagrifici, per poi dovere ascoltare, nell’ora della tregua, le ragioni e le pretese dei mediatori neutrali autorevoli, l’America del Nord, la Spagna, il Papa. La guerra l’abbiamo fatta, sostenuta noi – noi inglesi, francesi, italiani, russi – la pace Riguarda essenzialmente noi, e dovrà essere la pace nostra.
La Germania dice anch’essa: «pace nostra» – «pace tedesca» – perché, dice, quelli che hanno vinto sono i tedeschi. – Ma che vinto? – replicano gl’inglesi ed i francesi. – Voi siete stati gli assalitori. Avete voi sottomessi gli assaliti? Tutt’altro! Dunque i vinti siete voi!... E la pace non verrà, fin che voi, non vincitori, non la domanderete. E vi costringeremo a domandarla!...
In conclusione – incastramento della guerra: Verdun, Trentino, frontiera bulgaro-greca; e incastramento della pace!... Wilson predica, ma farà meglio a preoccuparsi delle intimazioni che gli manda il nuovo presidente del Messico, generale Carranza, irritato per la presenza di soldati nord-americani sul suolo messicano!...
Dunque «l’anticipo dell’ora» è un fatto definitivo anche per l’Italia. Domenica mattina, 4 giugno, credendo di alzarci alle consuete ore 6, troveremo di esserci alzati alle 7, e dovremo procurare di abituarci ad alzarci alle 5, che col nuovo orologio di Stato saranno le 6.
Le discussioni su questo mutamento sono innumerevoli e vivissime – eppure la cosa è semplicissima: basterà anticipare tutto di un’ora – e saremo in regola con l’orologio di Stato ed anche con l’economia pubblica, a beneficio della quale l’anticipo è fatto.
L’applicazione è venuta opportuna in questa tragica epoca di guerra; ma popoli che non hanno storia – popoli, probabilmente, più beati o meno infelici degli altri – cioè alcuni Stati dell’Australia, ed il Canadà, l’avevano già adottata da varii anni e se ne sono trovati contenti.
Il ragionamento è semplicissimo, ed anche naturista. Se la provvida natura da maggio a settembre dà alle popolazioni dell’emisfero boreale maggiore abbondanza di luce diurna, di luce solare, perché queste popolazioni non dovranno imparare ad utilizzarla – risparmiando altrettanto di luce artificiale?... Se alle 4 del mattino si vede chiaro quanto e più che in inverno alle 8, perché nei mesi dal maggio al settembre la giornata lavorativa, la giornata legale non potrà cominciare un’ora prima almeno?... Se in inverno, che ci si vede appena alle 8, si va tuttavia ai negozi, agli uffici alle 9, perché non si potrà andarvi molto più presto in estate risparmiando quanto più possibile di luce artificiale nelle ore pomeridiane?... Tanto più in quest’epoca di guerra, di sagrifici, di difficoltà economiche gravanti su tutto e su tutti?...
Un apostolo di questa novità – l’ingegnere Luiggi – una delle personalità più in vista del nostro mondo ferroviario – scrive in una sua lettera pubblica:
«Anticipando di un’ora, durante le lunghe giornate estive, tutta la vita cittadina, ossia mediante un ingegnoso artificio, facendo sì che la gente – senza accorgersene. e senza nulla mutare delle sue abitudini giornaliere – si alzi, secondo il nuovo orologio, un’ora prima, e vada a letto pure un’ora prima dell’ora attuale, si risparmia alla sera una delle due ore di massimo consumo di luce artificiale, che sono quelle dalle 20 alle 22.
«Si risparmia cosi una notevole quantità di carbone pel gas e per le centrali termo-elettriche, di petrolio, di stearina, di carbone, di lampadine e di carboni elettrici e quanto altro occorre nella pubblica e privata illuminazione.
«La somma cosi risparmiata dall’aprile a tutto settembre, secondo la relazione Parlamentare francese, sarebbe di cento milioni per la Francia, e da noi, dove il carbone costa quasi il doppio – e così pure son più cari il petrolio e la stearina – l’economia sarebbe certo maggiore, forse di l50 milioni, ossia quasi di un milione al giorno!».
Converrà però – perché l’innovazione riesca – che tutti vi mettano della loro migliore volontà; e tutti, a conti fatti, finiranno per trovarsene contenti. Sarà il rifiorire dell’antico precetto predicato dai nostri vecchi: «alzati presto, e còrcati a buon’ora!...».
Praticamente, un’ora di meno di illuminazione nei pubblici ritrovi, nei trams, nelle officine, in moltissime abitazioni, vorrà dire tanto meno di consumo di carbone – che oggi costa il quadruplo, il quintuplo di quanto costava prima della guerra. Saranno cento, e forse centocinquanta milioni risparmiati, che l’Italia dovrebbe mandare, in oro, all’estero. È vero che le economie dello Stato non vanno a rovesciarsi immediatamente nelle tasche dei cittadini, sulle quali, viceversa, vanno immediatamente a gravare gli oneri: ma anche l’economia domestica ne risentirà beneficio. Non vi è brava massaia che non sappia che la quitanza della illuminazione elettrica se in maggio è di sei lire, in dicembre è di dodici o quattordici: ebbene, con l’ora estiva anticipata, la diminuzione sarà ancora più sensibile. Il pedagogismo della guerra ci avrà insegnato ad alzarci più presto, a godere di più le ore della mattina, che, come si dice, hanno le dita d’oro. Ne avvantaggerà l’energia economica e l’energia fisica, in un’epoca in cui i grandi fatti storici che giorno per giorno si svolgono sotto i nostri occhi insegnano che i popoli valgono nel mondo in quanto sanno disporre di disciplina, di volontà, di energia.
31 maggio