L’Illustrazione Italiana, 28 maggio 1916
Io l’ho ucciso!
(Dal diario di un confessore) Il caso è singolare. Lo riassumo qui perché tornandoci su a meglio meditarlo, io ne ritrovi i segni precisi. Racchiude un segreto della psiche umana che io non intendo penetrare, perché dovrei necessariamente fermarmi su la soglia dell’ombra. La fede che io professo non mi consente di riconoscergli origini che non si ricongiungano al Supremo Potere, ordinatore dei nostri atti e dei nostri pensieri; e tuttavia la mia mente non sa astrarsi dalla necessità di una forza che è in noi latente, non ancora spiegata e forse non mai spiegabile. Ecco: ieri l’altro la domestica mi svegliò prima del solito: albeggiava appena:
– Padre, c’è un uomo che desidera con urgenza parlarle.
– Con urgenza? Ma non può attendermi nella parrocchia? Ci sarò tra un’ora, per la messa.
– Dice di no. È sconvolto. Gli manca il fiato.
– Bene: vengo.
Non mi meravigliai, perché avvezzo alle visite improvvise, di giorno e di notte. Tuttavia, e non so spiegarmelo, mi tenne un senso di sorpresa: non ricordavo né ammalati gravi né altre urgenti necessità che richiedessero, quasi di notte, la mia assistenza.
Trovai, in anticamera, un giovane che conoscevo: N. T. Lo conoscevo perché era il figlio di un uomo che avea trascorso tutta la vita in dimestichezza della mia famiglia: un vecchio uomo buono che ne curava la piccola proprietà e attendeva, con interesse, a tutti i nostri bisogni. Questo giovinotto lo ricordavo fanciullo fino a dodici anni: tuttavia la faccia stravolta dall’ansia e dal terrore non mi vietarono di riconoscerne i segni famigliari. Dopo i dodici anni, morto il padre, si era allontanato da noi: aveva seguito, per qualche tempo, gli studi secondari; ma, di natura irrequieto e indocile, presto aveva abbandonato la scuola per guadagnar sùbito qualche cosa in un ufficio postale, e da ultimo s’era dato a correre il paese, in rappresentanza di non so che generi di commercio. Aveva preso moglie con molta fretta e dopo un mese l’aveva lasciata per correr la ventura in Argentina. Questo solo sapevo di lui, e lo credevo appunto ancora oltre l’Oceano.
– Siedi, giovinotto. Hai voluto farmi una visita mattiniera. Ma quando sei tornato?
Non sedette. Volgeva gli occhi esterrefatti per la stanza, fissandoli ora su una sedia, ora su un tavolo, ora su le mie scarpe; ma evitando sempre di guardarmi in volto.
– Breve dimora, dunque, laggiù. Bene hai fatto. Il giovine onesto e amante del lavoro sa trovare il pane quotidiano anche qui. Il danaro è di più, quando c’è la salute. Non vuoi sedere?
Non sedeva ancora. Pareva non udisse le mie parole: si torceva le labbra, mordendosele, nello sforzo inutile di cercar le parole che non trovava. Compresi che un segreto tremendo gli annodava l’anima. Ma non sapevo quale, e mi mancava la domanda che gli rompesse quel nodo. Seguitavo a tenergli discorsi vaghi, per rianimarlo:
– D’altra parte, un gruzzoletto te lo sarai portato. Potrà in ogni modo giovarti nei casi di bisogno. E i bisogni non mancano quando si ha famiglia. E sì, come si fa a star molto tempo lontano, con una sposa fresca che ti aspetta qui? Il letto coniugale è sempre il più soffice, eh giovinotto?
Questa volta strapiombò su una seggiola di tutto peso: brancicò con le mani per l’aria, come un cieco, a cercare un sostegno e lo trovò alla fine nelle proprie ginocchia, alle quali si aggrappò disperatamente:
– Ho bisogno di confessarmi, padre.
Parve come gli si fosse vuotato il petto da un ingombro enorme, e piegò il capo su le ginocchia. Io tentai trarre un’ilarità da quel bisogno che conteneva un’ombra cupa.
– Questo è tutto? Bene, vieni stasera in chiesa, dopo l’Avemaria.
– Sùbito, padre.
– O guarda, non avrai mica voglia di morire, con cotesta salute. perché sùbito?
– Sì, sùbito.
– Ebbene, io vado in chiesa. Vieni ad ascoltare la messa e ne parleremo.
– Sùbito, padre, sùbito. Non posso attendere.
– Ma...
– Qui, ora – e dischiuse sotto i baffetti ispidi lo spiraglio di un riso freddo. – Non son molti i peccati. Ci sbrigheremo presto.
– Ebbene, inginocchiati e recita il tuo confiteor.
Uscii per raccomandare alla domestica che si tenesse chiusa in cucina e non mi chiamasse per gente che venisse. Tornai al giovine e lo trovai sempre al suo posto, immobile nel suo atteggiamento attonito, fisso lo sguardo su un mattone del pavimento, con gli occhi pieni di vertigini come guardassero su un abisso. Parlò prima che io gli rivolgessi la parola:
– Padre, io l’ho ucciso.
Il colpo era tirato troppo a bruciapelo per non crederlo fuoco di polvere.
– Ma via, che fantasie ti vengono! Breve: di che devo assolverti?
– Di nulla. Lei non può assolvermi. Ma la mia coscienza mi ha già assolto. L’ho ucciso perché mi rubava la moglie: siamo pari. Me ne han dato la notizia laggiù: si trovan sempre delle anime buone, lei sa, che si prendon la briga di farti saper sùbito quel che tu vorresti non saper mai. Non so quel che ho sentito. Ho lasciato il lavoro e il danaro: tutto. Mi sono imbarcato in un piroscafo senza che nessuno sapesse niente; son venuto senza che nessuno sapesse niente: ieri aspettavo in un pagliaio qui vicino e nessuno sapeva niente. Non so se ho dormito, non so che ho mangiato. Porse niente. Pane non ne ho veduto. Ma non ho fame... No, padre, non si scomodi. Non mi son sentito mai così sazio come oggi... Dopo mezzanotte sono uscito, son venuto in paese per passare presso la casa di mia... la casa mia, padre!... lui l’ho trovato su la soglia che bussava sommessamente, e l’ho ammazzato. Mezz’ora fa. Lei sa di chi parlo.
– Io non so nulla, figlio mio.
Egli abbassò la voce per pronunziare un nome e un cognome che mi eran noti; poi seguitò:
– Nessuno sa nulla, nessuno saprà mai nulla. Non c’era nessuno nella strada, non mi ha visto nessuno. Ho gettato il coltello nel fiume. Tra un’ora prendo il treno. La giustizia non riuscirà a mettermi le mani addosso: ma a lei ho voluto confessar tutto. La mia coscienza, gliel’ho detto, padre, mi ha assolto; ma è necessario che Dio mi perdoni. Non è nelle sue mani, padre, la via che conduce a Dio?
Dal fondo della mia incredulità persistente non so come venne fuori una domanda che rivelava l’angosciosa certezza:
– E lei?
Alzò per la prima volta gli occhi:
– Non l’ho toccata. Lei non ha veduto: era dentro. Non sono entrato. È la donna che mi ha dato mio padre, e non devo toccarla.
E si accasciò, come un sacco vuoto, su la seggiola.
Oh, quell’angoscia era troppo certa per non essere vera. Quelli occhi pieni di sgomento s’erano fissati, sì, su una tragedia.
Io ero caduto in uno stato d’intontimento che non mi consentiva di riprender sùbito il dominio della realtà. Non so che consuete parole balbettai di rimprovero o di consiglio o d’indagine. Ma egli si rialzò con uno strappo: avevo raccolto la sua confessione e non chiedeva altro: certo doveva sembrargli che la coscienza, vuota del segreto tremendo, gli fosse uscita pura. Si piegò a baciarmi la mano, ed uscì. né più, fino a questo momento, l’ho riveduto.
Pazzo o uomo nel pieno dominio delle sue facoltà mentali? Allucinato o chiaroveggente?
Anima perversa o rotta dal dolore? E come è possibile a un uomo forte di corpo e di spirito meditare un delitto a tante migliaia di chilometri di distanza e non mai deviare, in venti giorni, il proprio pensiero dalla linea prefissa e appena giunto qui far giustizia sommaria del colpevole, senza chieder le prove della colpa? Brancolavo nel buio del mistero: le circostanze singolari del fatto, quanto di oscuro e di ambiguo era nel racconto di quell’uomo; non so, forse anche la foschia che gravava quella mattina su la campagna, pregna di tuoni lontani e di minacce, concorrevano a intorbidarmi stranamente lo spirito. Questo solo intanto mi fu chiaro: non dovevo essere io il delatore, non dovevo affidare alla giustizia degli uomini quel segreto che avevo chiuso nel sacramento della confessione; ma sapevo pure che sarei, all’occorrenza, intervenuto a deviare da possibili false tracce l’investigazione giudiziaria, per evitare una di quelle tremende condanne ingiuste che per secoli di eredità dovrebbero ormai gravare con tutto il loro peso su la nostra coscienza, a farci meno fiduciosi nella verità del nostro umano giudizio.
Dopo aver celebrato la messa, mi ritrovai più sereno, e, istigato da non so quale bisogno di sapere che inutilmente tentavo di vincere, pensai di avviarmi per mio conto su le vie buie di quel mistero verso una qualche luce. Mi sorprendeva intanto la calma consueta del borgo, non agitata da nessuno di quei movimenti che sogliono diffondersi intorno ai fatti straordinari della vita consueta. Entrai, dunque, nella farmacia per porgere orecchio ai discorsi degli altri: di politica amministrativa, di meteorologia, di mercato vinicolo; nessuna parola del delitto. Mi rivolsi allora alla fonte più sicura e più pronta delle novità borghigiane e chiesi alla domestica, vagamente, se avesse notizie di qualche ferimento; ma la domestica non sapeva niente. Rispose con la sua aria sentenziosa di donna che non falla mai:
Il sangue costa caro, padre. Non se ne versa più come dieci anni a dietro.
Allora attuai, senz’altro, la decisione che meditavo dalla mattina, e mi recai dalla giovine moglie di N. T. Nessun’aria di stupore o d’ansietà nella via, nessun crocchio di gente nel luogo del delitto, la soglia della casa bianca, senza tracce di sangue. Che quell’uomo avesse gettato nel fiume, oltre il coltello, l’accoltellato? Il mistero si faceva più buio.
Mi parve che la donna mi accogliesse con un moto di spiacevole sorpresa mal nascosto. Trovai scusa al mio indugio nel desiderio di un sorso d’acqua. Quando ella mi si appressò porgendomi il bicchiere, io mi feci trovare a guardare un ritratto del marito appeso al muro sul comodino.
– Ancora laggiù, lui! Quando, insomma, si decide a tornare in famiglia?
Mi guardò bere, senza rispondere.
– Immagino che, almeno, ti darà sue notizie spesso. Da quanto non ti scrive?
– Da tre giorni.
Dunque la lettera era partita poco prima di lui.
– E che ti dice?
Mi porse una cartolina che stava inserita nella cornice di un quadro. Parole insignificanti, tranquillamente affettuose. La notizia tremenda, quando scriveva, non gli era neppur vagamente giunta: una partenza fulminea.
– Oh, oh, – brontolai – ma questo non va, non va, proprio non va. Un giovane a venticinque anni abbandonare una moglie fresca per andare a lasciar la salute, lontano! Che ne contate, voialtri, del matrimonio? Dovresti scriverglielo tu che venga.
– Se lui non ha terminato i suoi affari...
– Li lasci, gli affari. Che c’entrano? Non troverà da vivere, qui?
– Se non ha messo da parte qualcosa... Perché, allora, andarci?
– Senti, figlia mia, tu gli scriverai subito che venga. Non si resta senza marito dopo un mese di nozze. Alla tua età non si digiuna, che diamine!
Volevo ridere, ma certo ridevo molto male. La donna era diventata pallida e inquieta. Me le avvicinai e le strinsi le mani:
– E se, per esempio, venisse presto? Se fosse già in viaggio?
Tremò sotto la stretta e quasi venne meno, come le si oscurasse la vista. Evitai di guardarla perché si riprendesse. E seguitai vagamente:
– Questi ragazzi san preparare le sorprese. E ne pregustano il piacere. Una mogliettina che non ci aspetta, che ci crede lontano ed ecco improvvisamente ci vede vicino, ci tiene nelle braccia... Eh, eh, sì, lo so, un istante di tale gioia vale bene a farci dimenticare un anno di lontananza.
Disse, con un filo di voce:
– Ma voi, padre, come sapete questo?
– Io non so nulla, figlia mia. Ho detto: per un esempio. Ma glielo scriverò, sì, glielo scriverò io al ragazzo, che venga, senza che tu ne sappia nulla. Un bel giorno te lo vedrai qui in casa.
Tentò rialzarsi, ma io la trattenni con lo sguardo:
– Non vuoi?
E la fissai nel mezzo degli occhi:
– Figlia mia, non è stata sempre chiusa, nell’assenza del marito, la porta di strada? Quando il marito è lontano la porta di strada deve star chiusa con sette chiavi.
Balbettò smarritamente, con gli occhi stravolti:
– Perché siete venuto, padre? Che cosa volete da me?
– Quello che tu vorrai confidarmi, figlia mia.
– Che cosa credete voi, padre?
– Quello che tu mi dirai. Non sono un uomo io, sono un sacerdote. Non frugo nei segreti altrui per curiosità, ma perché serbo forse nella mia esperienza qualche consiglio, per chi ne voglia. Quel che vorrai dirmi rimarrà chiuso sotto il suggello della confessione. Non hai tu nulla da confidare al confessore, nulla da farti perdonare da Colui che sa tutto?
Si abbatté di schianto, rompendo in un convulso di singhiozzi che la squassavano come una piccola cosa fragile, per terra. Perché si calmasse io mi allontanai per la stanza e intanto chiudevo la porta all’indiscrezione della via. Quando riuscì a comprimere il tumulto del petto, ella poté parlare col volto serrato nelle mani. Disse:
– Non ho colpa, padre, non ho colpa. Ho lottato, sapete, sono stata forte, ma ero sola... Passò un anno, ne passarono due, ne passarono tre; sola... Egli ancora lontano e la tentazione al fianco: me lo aveva lasciato lui, perché mi sorvegliasse, l’amico fidato. E sempre sola... Resistetti fino all’ultimo, soffrii tutte le torture, mi vinsi. Che ne sapete voi, padre? Tante idee brutte che ti rompon la schiena come una fatica da muli, tanti pensieri neri, tanti ricordi che tu cerchi scacciarti dal cervello e quelli tornano a toglierti la pace: e la casa vuota e un uomo che ti sta sempre al fianco e il sangue che ti monta alla testa e ti acceca... Che ne sapete voi, padre? Un giorno, alla fine, mi son trovata come abbandonata dall’anima. E mi son perduta... Ora, quell’uomo lo amo. È buono: mi ha dato tutto il bene che gli ho chiesto. Non ne ho avuto altro, padre...
Mi si trascinò alle ginocchia, mi si aggrappò disperatamente ai polsi. E tra i singhiozzi seguitava:
– Ma è un male. Dio non lo vuole. È opera del demonio. Salvatemi voi, padre. Io ho paura. Io sono nelle mani del nemico...
E mi sollevò in faccia due occhi spaventosamente dilatati dall’ansia e dal terrore:
– Lui è venuto? Dov’è? Voi lo sapete.
– Io non so nulla, figlia mia. È stata una mia idea.
– E non s’è incontrato con l’altro? Non ha ucciso? Ditemi, è ancora vivo il mio?
– Ma vi ho detto che non so proprio nulla.
Quelle domande, ora, anziché schiarirmi il mistero, me lo intorbidavano. Come poteva lei immaginare quel che nessuno sapeva? La donna a mano a mano si rialzava, si allontanava passandosi una mano su la fronte, fissandomi con occhi vitrei, senza sguardo.
– Opera del demonio, padre. Voi dovete liberarmene. Stanotte ho sognato. Mi pare di sognarlo ancora quel brutto sogno, mi pare di viverlo. È venuto improvvisamente, come voi dite, di notte: è entrato. Me lo ha ucciso qui, nel letto, nelle braccia me lo ha scannato. Mi son sentita il petto bagnato di sangue caldo. Ma io ero sola, padre, ve lo giuro.
Compresi lo smarrimento della donna all’ipotesi del ritorno del marito: il sogno le prendeva forma di realtà. Ma quel sogno, insomma, non fece che piombarmi nel buio più fitto. Che strane fila invisibili tengon dunque unite le anime degli uomini su la terra? Che occulta catena legava la realtà, ignota e dubbia, del delitto di quell’uomo, col sogno, certo, di questa donna? Ella non aveva sentito trambusto alla sua porta; non si era svegliata al grido e al tonfo di un corpo umano su la soglia; e pure aveva veduto, aveva sentito, nell’esaltazione del sonno, il delitto.
E ancora, l’uscio era chiuso, la donna dormiva: non aspettava, per quella notte, l’amante. Ma dunque?
Trovai per questa disgraziata le parole del conforto e del consiglio che la diuturna dimestichezza del dolore e del peccato nel bisogno ci suggerisce, le promisi che sarei tornato a trovarla ed uscii. Altro mi premeva.
Avevo bisogno di rasserenare il mio spirito: quell’uomo che io credevo assassino, che mi si era confessato assassino, aveva veramente ucciso l’uomo che gli avea rubato la sposa? Mi pareva di vivere uno di quei racconti assurdi, di cui talvolta si compiace la fantasia di certi scrittori, ossessionati da un’allucinazione morbosa. Ma qui nulla di fantastico: avevo di fronte un fatto umano, certo, e non straordinario sebbene avvolto in fosche nuvole che me ne vietavano la chiara visione. Io ero io, insomma, mi toccavo, mi ascoltavo parlare, mi sentivo, e camminavo per le vie consuete e andavo tra la gente consueta che aveva la voce e il volto e gli atti di ogni giorno: e quell’uomo che la mattina era venuto ad affidarmi la sua confessione orrenda era vivo, di carne e di ossa: scomparso non sapevo dove, ma vivo; e quella donna mi aveva confessato il suo peccato col petto rotto da singhiozzi che nessuna allucinazione può rendere; e sono io un uomo normale, regolarissimo negli atti, negli affetti e nei pensieri, non soggetto a perturbamenti psichici. Tuttavia avevo bisogno di ricorrere a tutto il sostegno della mia fede per non vacillare sotto l’idea di esser vittima di non so quali occulti influssi malefici. A tratti la realtà mi sfuggiva. E allora dovevo rifugiarmi nella mia stanza, tra gli oggetti e i ricordi miei, per sentirmi vivo e desto; provavo la necessità di parlare a voce alta con la domestica, di farla parlare a lungo, perché mi sciorinasse innanzi i fatti della giornata, di ritornare dalla donna del peccato perché mi ripetesse due e tre volte quel che la mattina mi aveva detto. Quella mi ridomandava:
– È vivo lui? È vero che non lo ha ucciso?
Questo infatti era il dubbio inquietante. Era morto quell’uomo? E dove? e come? E perché nessuno nel borgo lo sapeva? Una cosa intanto era certa: nel borgo quell’uomo non c’era: mancava dalla famiglia e dal caffè dove trascorreva le ore vespertine. Ma né i familiari né gli amici ne eran sorpresi: dunque un’assenza nota e consueta. Ne chiesi notizia: mi dissero che era fuori da tre giorni, in compagnia di amici, per una partita di caccia nel bosco: sarebbero tornati quella sera.
Fuori da tre giorni? Ma la notte avanti, dunque?
La conchiusione l’ho avuta soltanto stamane: la conchiusione del fatto nella realtà della sua apparenza, che risolve ogni dubbio intorno all’atto di quel sedicente omicida e taglia la via ai possibili sospetti giudiziari; ma non toglie un solo velo al mistero che lo avvolge. L’Ignoto che ne asconde le radici profonde rimane impenetrabile: non è in mio potere, forse non sarà mai nel potere degli uomini, romperlo.
Brevemente: la sera di ieri l’altro la comitiva dei cacciatori non tornò. Ieri mattina molto turbamento nel borgo: non poche famiglie avevano assente il marito o il padre o il figlio. E la giornata passò senza nessuna notizia: credo che su l’imbrunire un gruppo di coraggiosi sia partito alla ricerca degli sperduti.
Stanotte, poco avanti l’alba, sono stato svegliato da violenti colpi alla porta di strada. Il ricordo recente mi ha fatto balzare sul letto. Quando la domestica ha aperto, un uomo dai grossi stivalacci e dall’ampio mantello s’è precipitato impetuosamente fin nella camera.
– Padre, c’è un moribondo. Spicciatevi.
– Sùbito.
E son saltato giù a infagottarmi disordinatamente negli abiti. Quell’uomo aveva una faccia da mozzarti il fiato.
– Sùbito... Voi siete, forse, uno dei cacciatori?
– A servirvi.
– Una disgrazia, forse?
– Una disgrazia.
– E... e chi devo assistere?...
– Lo vedrete. Non chiacchieriamo, padre. Via!
Abbiamo disceso a rotta di collo la scala: e via di corsa verso il borgo nel chiarore livido dell’alba: egli innanzi, io dietro, senza fiato. In quel chiarore un’altra ombra ci si è avvicinata, ha scambiato poche parole sommesse con la mia guida:
– Morto?
– Non ancora.
Questo cacciatore era meno taciturno e impetuoso dell’altro: per via, anfanando, mi ha raccontato il triste caso:
– Com’è accaduto? Non lo so. Ognuno seguiva il proprio sentiero. Z... (e mi disse un nome, quello), Z… batteva il bosco molto lontano da me, lungo il campiccio. Ieri l’altro eravamo in via di buon’ora. A un tratto il richiamo disperato dei compagni lacerò il bosco, come una scure che ti stronchi le viscere: accorremmo dietro le peste degli altri. Z... giaceva su l’erba fuor dei sensi, col ventre squarciato: a pochi passi un torello si rotolava, muggendo, nel proprio sangue. Totò che seguiva le tracce di Z... ci fece capire con parole mozze ogni cosa. Aveva visto un toro romper fuori dalle fratte, infuriato, verso il compagno, che, intento dietro la sua preda, non avvertiva il pericolo. Gli gridò una, due, tre volte; e quando quegli si volse il toro gli era sopra a sventrarlo. Totò arrivò soltanto in tempo a cacciar due palle nel ventre alla bestia.
Quando siamo giunti, Z… non viveva più.