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 1916  maggio 28 Domenica calendario

La guerra delle idee

Ricercare, sotto il folgorar delle micidialissime armi e oltre l’ondeggiar tempestoso degli eserciti e al disopra delle voci discordi dei governanti e dei politicanti e più addentro nella cieca collera dei popoli gettati l’un contro l’altro nella mischia non mai veduta, ricercare le idee e gli ideali che han mosso e sommosso questo enorme materiale storico in violento divenire che è l’Europa dei due ultimi e degli anni immediatamente precedenti: tale, non già il compito, ma il naturale e istintivo atteggiamento di G. A. Borgese di fronte alla guerra. Atteggiamento che si manifesta infine non soltanto nell’ultimo suo libro, che di questa sua attitudine reca impresso anche nel titolo, La guerra delle idee¹, più che l’abitudine e la volontà, la nativa tendenza e l’irresistibile bisogno.
Il Borgese non è un Romain Rolland che si arroghi quasi più il dovere che il diritto di mettersi al disopra della mischia per giudicare, anche se tal giudizio sia piuttosto di generale commiserazione che di condanna per questo e per quello; ma bensì un uomo che vive, con tutte le virtù e tutti i difetti del popolo a cui appartiene, in un’epoca in cui le passioni fondamentali che lo individuano e lo caratterizzano son balzate innanzi a difesa e ad offesa contro il pericolo della sopraffazione, esasperate dagli eventi più formidabili che la storia abbia mai preparato ai popoli della terra. Egli stesso dichiara, sulla soglia del libro, d’esser lontano lontanissimo dall’intenzione di vantare un’imparzialità da ventiquattro carati, giacché amando la verità non può esimersi dall’istintivo bisogno di amarla da italiano; ossia da parziale, come è giusto. Ma parzialità per parzialità, chi vorrà tra gl’italiani preferirle quella di certi nostri storici i quali (il Borgese dice «prima della guerra», ma di alcuni si può ben dire anche «dopo») han seguitato e seguitano a pensare in tedesco? Ed ecco quel che il Borgese ha soprattutto cercato di fare, in questo come nel libro che l’ha preceduto e nel quale fissava alcuni dei punti più importanti dei rapporti ideali tra Italia e Germania; pensare italianamente la guerra che viviamo. Cosa a cui è bene infine che gli italiani si abituino.
Non fosse dunque che per questo, il suo libro, che è il riassunto di un’opera assidua di delucidazione e di propaganda ch’egli va compiendo per giornali e riviste, è meritevole d’esser segnalato tra i molti che l’attualità della guerra e l’urgenza dei problemi da essa ovunque suscitati spingono nelle mani del pubblico. Ma esso si raccomanda ancora e soprattutto per una serena visione delle cose, per un’equa disamina delle idee e delle ideologie dominanti in Europa prima e durante la guerra, e per il maschio ottimismo che tutto lo pervade e che proviene, non tanto da un ragionamento e da una forma mentis, quanto dalle più profonde e incontrollabili efficienze del sentimento, ed ha per ciò, col calore della passione, tutta la sana e prepotente evidenza della vita che non si può soffocare, della realtà che non si può escludere e non si può nascondere. Sarei per dire che il libro è ottimista appunto non tanto in quanto l’animo di chi l’ha scritto è generoso, ma in quanto è stato scritto con passione. La passione è fede, e la fede non si può risolvere che nell’ottimismo.
Già il presupposto da cui il Borgese parte per i suoi giudizi è tale da illuminare tutte le intenzioni del libro. Egli nega o per lo meno attenua le determinanti esclusivamente economiche e materialistiche della guerra, di cui pone le origini in ragioni che trascendono la gretta materialità di una concezione sia pur scientifica della vita e della storia, per toccare i vertici degli ideali che informano e formano la vera vita dei popoli. Non riconosce altra scienza se non quella che è «di per sé controllo e misura di tutte le altre»: la scienza che interroga direttamente la coscienza dell’uomo; e ne desume che «quasi tutte le esperienze immediate della coscienza sono contrarie alla tesi materialistica».
Perciò, rappresentandoci una Germania, pletorica è vero, ed apoplettica, ma ricca di ogni bene anche superfluo quanto le altre nazioni, e come esse nella possibilità di goderne senza limitazioni e senza timori, vuol dimostrare come in fondo non la necessità e neppur la brama di beni che le fosser vietati o contesi l’abbian spinta alla guerra, ma sì un ritorno degli istinti originari, mascherati, assai grossolanamente del resto, di ideologie e di teoriche e adombrati da quel misticismo tra il barbarico e il nevrastenico che è essenziale del carattere di Guglielmo II. La determinante della guerra è dunque ideale e non materiale, e si riassume nell’utopia del primato della razza germanica, contro la tentata realizzazione della quale sono insorte le libere nazioni, gettando nel conflitto, non solamente i proprii eserciti e i proprii popoli interi, ma anche il peso indefinibile delle proprie idealità e delle proprie convinzioni. E la lotta non è soltanto nell’urto dei due formidabili gruppi di forze contendenti: è soprattutto nel cozzare di due opposti modi di pensare e di sentire, di due ordini di mentalità e di sensibilità in disperato irriducibile contrasto, di due idealità avverse che lottano per vicendevolmente distruggersi, e di cui già l’una, malgrado la preponderanza militare e la relativa fortuna delle armi fisiche di cui si vale, subisce il fascino e la sublime superiorità dell’altra. Questa guerra delle idee ha in sé una bellezza e una verità irresistibili innanzi a cui infatti anche la brutalità teutonica ha dovuto piegare. Piegare, ossia rinunziare a se stessa. Disperando di aver ragione della salda resistenza oppostale dagli alleati, per cogliere i suoi allori sanguinosi nel settore balcanico, ha dovuto accedere alle idee degli avversari circa il diritto all’esistenza delle piccole nazionalità, ed ha ingigantito ed esasperato i piccoli nazionalismi balcanici per soffocare i quali aveva provocato la guerra terribile. Ha dovuto cioè porre una Bulgaria ingrandita, una Turchia imbaldanzita e una Ungheria fatta esigente e proterva in traverso sul suo cammino verso la Mesopotamia e la Persia. Ha riconosciuto ad Oriente ciò che ha calpestato ad Occidente, difendendo l’irredentismo macedone dopo aver distrutto la libertà del Belgio. Ha ammesso insomma implicitamente l’ingiustizia della propria causa e dei proprii mezzi e la giustizia di quella degli avversari. E in ciò che la Germania sarebbe già vinta, secondo il Borgese: nell’aver dovuto rinunziare ai proprii ideali per farsi paladina di quelli per cui la Quadruplice Intesa le si oppone strenuamente su tutte le fronti, e in Europa e nei continenti coloniali.
Senonché si potrebbe obbiettare che allo stesso modo che Germania ed Austria accedono agli ideali dell’Intesa, l’Intesa è costretta a far propri i metodi tedeschi (oltre l’organizzazione sociale e militare, i mezzi stessi dell’offesa), per infliggere alla coalizione nemica anche quella sconfitta militare che suffraghi e consacri quell’altra sua vittoria ideale che nessuna forza d’armi potrebbe mai toglierle: quella per cui la Germania ha dovuto, per proseguire la sua guerra, sconfessare se stessa e gli ideali, assai oscuri del resto e assai contradditorii, per cui combatte. É quel che riconosce in fondo anche il Borgese, il quale vede appunto in questo fenomeno di osmosi ed endosmosi tra gli ideali degli avversari uno dei prodromi della stretta finale. Ma vede in ogni modo, alto sul conflitto, splendere il lume dell’idea latina di libertà e di giustizia e guidare verso la catastrofe che innoverà il mondo gli stessi Imperi Centrali. Poiché se la Germania qualcosa ha imposto all’Intesa, questo non ha potuto essere che nell’ordine puramente materiale; mentre le idealità dell’Intesa si sono da sé imposte, con la invincibile forza della giustizia e della verità, al cieco sforzo dei nemici per la ricerca di una soluzione qualsiasi. E la vittoria effettiva dell’Intesa è basata su questo fatto, inalienabile ormai: che quand’anche la Germania dovesse, ciò che non sarà, riuscir vittoriosa in definitiva sui campi di battaglia, la sua sarebbe una vittoria per lei sterile, perché porterebbe ovunque in ogni modo, non già le sue utopie megalomani e le sue irraggiungibili chimere, ma le idee degli avversari di cui già essa è grondante.
E la guerra non sarà stata invano se nel mondo non avrà prevalso, secondo la formula antitetica del Bergson, il dogma teutonico della meccanicizzazione degli spiriti ma l’ideale latino della spiritualizzazione della materia.
¹ G. A. Borgese, La guerra delle idee, (Milano, Treves, L. 3,50)