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 1916  maggio 28 Domenica calendario

Corriere

L’anniversario della guerra italiana. L’offensiva austriaca. Dal Trentino a Verdun. Il «vinceremo» di Briand. Congiungimento anglo-russo in Mesopotamia. La «pace» dei tedeschi. I discorsi di Wilson. Altri sette miliardi dell’Inghilterra. La crisi interna germanica. Decorazione austriaca e realtà italiana.
 
«Compie l’anno!...» È questa la frase del giorno. Compie l’anno oggi dalla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria. Roma dedica alla commemorazione uno dei suoi classici cortei popolari; Milano offre nel Dal Verme un discorso commemorativo di Bertacchi; per tutta Italia corre un fremito di fede ansiosa, mentre sulle insanguinate Alpi e sulle afose valli affollate l’esercito eroico contende a palmo a palmo all’offensore nemico il terreno conquistato in un anno di slanci superbi e di ardimenti incomparabili.
Il 24 maggio 1915 vide la brillante offensiva italiana: il 24 maggio 1916 vede l’irruente, estrema, disperata offensiva nemica.
Era da prevedersi, anzi, era cosa prevista. La guerra senza manovre, la guerra di posizione, di cordone è fatta così. Tanto più una grande guerra come questa, piuttosto mondiale che europea, a fronte diventato unico; una guerra dove l’ostinato nemico sta nel centro, attorniato dalla catena degli avversari, catena che in un punto, o nell’altro, egli si affatica invano a volere sfondare.
L’interminabile battaglia tedesca contro Verdun, che dura da quasi cento giorni, ha il suo corrispettivo nell’offensiva austriaca nel Trentino cominciata il 14 maggio.
I due imperi teutonici, non badando a sagrifici di uomini e di materiali, vogliono impedire che le potenze dell’Intesa prendano finalmente, esse, l’iniziativa dell’azione militare e procedano simultaneamente all’offensiva su tutti i diversi fronti.
Ai due imperi sembra verosimile che debbano venir loro risultati lusinghieri da un’azione di logoramento contro la Francia e contro l’Italia, mentre la Russia sta ancora preparandosi, e sperano che, quando questa sia pronta, Francia ed Italia siano così affaticate da abbisognare di un periodo di sosta e di raccoglimento.
Questo è il concetto del duplice nemico, che, in un anno, nelle diverse fasi della sua guerra, ha sentito o direttamente, dallo Stelvio all’Adriatico, o indirettamente altrove, tutto 1’effetto dell’azione e della pressione esercitata contro le forze austriache dall’Italia, grazie alla quale gli sforzi nemici sul lungo fronte francese non hanno potuto avvantaggiarsi degli aiuti che l’Austria – senza la pressione dell’esercito italiano – avrebbe potuto mandare al suo alleato tedesco.
L’attuale offensiva austriaca nel Trentino, e specialmente contro quell’altipiano di Asiago, sulle cui vette fortificate le valorose truppe italiane si stanno raccogliendo nei saldissimi punti di resistenza – è la prova più bella dell’unicità della grande guerra, dell’unicità del suo fronte; dell’insieme ponderoso delle asprezze, delle difficoltà, uguali per tutti, e domandanti a tutti uguale fede, uguale generosità di sagrifici.
L’anno scorso l’intervento dell’Italia era salutato in Francia, in Inghilterra, nel Belgio, in Russia come l’attesa, la sospirata, la risolutiva collaborazione di un esercito giovine, forte, validissimo, che avrebbe potuto almeno alleggerire il peso dei popoli che difendevansi tenacemente da quasi due anni. Oggi, compiendosi l’anno, i fatti dimostrano che la sua opera di solidarietà l’Italia l’ha efficacemente compiuta: senza di essa la guerra sarebbe arrivata, col probabile successo nemico, alla fase risolutiva; senza di essa vi arriverebbe fors’anche ora, e non vi arriva, perché dallo Stelvio e dall’Adamello, al Trentino, alle Dolomiti, al mare, il valore italiano tiene duro, e mantiene fortemente impegnato il nemico.
Così, nell’ansiosa ora che volge, le commemorazioni solenni del 24 maggio 1915 attestano che l’Italia sente tutta l’altezza della
sua missione, e non fallirà al compimento dei doveri, consacrati, in un anno di guerra, dal sangue più generoso e più puro, e dal concorde spirito di sagrificio della nazione.
In quest’ora, più che mai, è saggio l’ammonimento che un deputato radicale – il Ruini – formulava – poche settimane addietro – nella Camera: guardarsi da due pericoli – il pericolo della depressione e il pericolo dell’illusione: della depressione, perché i ripiegamenti segnalati dai bollettini del Comando supremo sono un’abile manovra tattica, che darà i suoi immancabili frutti; della illusione, perché la lotta dovrà essere ancora lunga ed ostinata, prima che si arrivi alla gran mèta – la vittoria!...
Questa non potrà mancare: – «dobbiamo vincere, e vinceremo» – ha detto ieri a Parigi Briand, salutando i parlamentari russi in nome della Francia e delle nazioni alleate. Vinceremo – per il valore indomabile dei combattenti; vinceremo per l’effetto immancabile del blocco formidabile mantenuto dalla insuperabile potenza navale inglese; vinceremo per la pressione costante, progressiva degli eserciti russi sulla Turchia – pressione accresciuta, in questi giorni, per un evento propizio: il congiungimento di russi ed inglesi in Mesopotamia.

*

I tedeschi – che in fantastiche grottesche cartoline – una delle
quali è riprodotta in queste pagine – fanno credere che i loro soldati stieno effettivamente combattendo nelle strade di Verdun, mentre, in realtà, dopo tre mesi, hanno perduto ora anche quel forte di Douaumont che segnò in febbraio il loro unico successo – i tedeschi vanno ora parlando – in una intervista del loro cancelliere – di pace sulla base della «situazione militare».
La loro mentalità emerge da tale formula inverosimile. Quale degli alleati potrebbe abboccare ad un simile invito – il cui sottinteso salta agli occhi anche del meno veggente?... Non abboccherebbe all’amo nemmeno il più malaccorto, od il più pacifista; nemmeno il presidente Wilson, che tra note e contronote, mentre ferve nella Repubblica delle Stelle la lotta elettorale presidenziale, nella quale Roosevelt impersona il gran partito americano dell’azione, va sciorinando, esso Wilson, discorsi nei quali accenna ad una sua possibile iniziativa di pace al «momento opportuno». Il momento è lontano – lo allontanano le pretenziose dichiarazioni tedesche; e non potrà venire che il giorno in cui i due Imperi Centrali domanderanno la pace senza riserve o senza sottintesi. È desiderabile per tutti che tale giorno venga presto; ma non dipenderà dal fatto dei due Imperi. Non potrà affrettarlo che la tenace concordia, la compatta azione, la salda resistenza militare, economica, civile degli Alleati.
L’Inghilterra – il grande serbatoio economico, finanziario della guerra giusta – dà l’esempio: essa ha adottato ora, definitivamente, la coscrizione generale – una vera, profonda rivoluzione nella vita intera del vecchio Regno Britannico; ed ora approva, dopo quattro mesi da quando ne approvò un altro, un nuovo credito di sette miliardi e mezzo di franchi, per fare fronte nel giugno e luglio alle spese di guerra, arrivate ora, per essa Inghilterra, a 121 milioni di franchi al giorno!... Un record unico nella storia del mondo, accanto al quale può ben parere una facezia il record dei 6240 metri battuto la settimana scorsa al campo di Mirafiori dall’aviatore Vittorio Louvet, che lo ha tolto per 140 metri al francese Andemar.
Frattanto la Germania è travagliata da crisi interne inevitabili, che hanno il loro valore sintomatico. Liebknecht è in carcere, e dalla sua prigione manda fuori proteste vibrate contro la combriccola prussiano-austriaca che preparava di lunga mano e volle la guerra. I ministri si dimettono e mutano: della fine del ministro per l’interno Delbrück, fu detto nel numero passato. Ora la Germania ha «il dittatore» per l’alimentazione, un von Batocki, stimato come agricoltore ed amministratore, ignoto come politico. Il ministero dell’interno viene assunto dal ministro del tesoro, Helferich, uomo di banca, che ora diventa anche vice-cancelliere. Al tesoro va un altro semplice amministratore, il conte Rödern. Ma si parla anche di probabili dimissioni del ben noto ministro degli esteri von Jagow. Se questi se ne andrà dal potere, sarà un segnale pacifero – più valutabile dei varii altri già fatti dalla Germania. L’allontanamento del ministro che dichiarò la guerra, vorrà indubbiamente significare qualche cosa per la causa della pace – la cui ora è invocata dalla stessa Neue Freie Presse austriaca, la quale – conviene notarlo – non si fa eccessive illusioni sull’offensiva austriaca, per la quale il vecchio imperatore ha sollecitamente conferita all’arciduca ereditario, Carlo Francesco Giuseppe, che comanda le truppe imperiali nel Trentino, la Corona di ferro di prima classe.
È l’ordine militare che l’Austria, scimiottando Napoleone I, creò nel 18l5, quando prese possesso, dopo il congresso di Vienna, del Regno Lombardo-Veneto. È una esumazione secolare. Francesco Giuseppe vive più nel passato che nel presente, ha ottantasei anni e si capisce che abbia fretta. L’istante per decorare di quel gingillo secolare l’attuale erede del trono gli è convenuto coglierlo appena, poco o tanto, si è presentato. Il parziale ripiegamento tattico degl’italiani fra Astico e Brenta dai punti di estrema avanzata può ben parere, veduto dalla gloriette di Schoenbrünn, un successo. Bisogna fissare l’illusione prima che svanisca. Domani potrebbe essere troppo tardi!...
Il manifesto che invita per questa sera i cittadini al discorso commemorativo onde Giovanni Bertacchi evocherà gli entusiasmi del 24 maggio 1915, così conclude:
«Salda nei suoi propositi, giustamente orgogliosa e sicura delle sue forze, fidente nelle sue Alleanze, 1’Italia, traendo continuo impulso ad affrontare le maggiori prove dalla concordia dei suoi figli, ha segnata innanzi a sé la via della grandezza e della gloria!».
Riesca nella sua pienezza 1’augurio. Viva l’Italia!...
24 maggio