L’Illustrazione Italiana, 28 maggio 1916
Conversazioni scientifiche. La ricerca dei proiettili affondati nel suolo
Le insidie della guerra non si limitano al sacrificio macabro degli uomini uccisi dal ferro e dal fuoco sul campo di battaglia, ma si protraggono anche quando l’orrore della strage violenta pare debba essere cessato. Gli stessi proiettili inesplosi, affondati a 20-40-80 centimetri nel suolo rappresentano una continuazione di questa insidia cruenta.
Dopo le giornate della Marna i contadini francesi che ebbero a ricominciare la coltivazione della vasta zona di terreno strappata all’invasione, più di una volta dovettero pagare un doloroso tributo alla morte per lo scoppio di proiettili inesplosi affondati nel suolo e privati degli apparecchi di sicurezza così che ad un urto anche modesto l’esplosione poteva avere luogo.
Ne derivò anzi una certa diffidenza nella coltivazione delle regioni che in qualche guisa sono state teatro di azioni belliche.
Il prof. Gutton di Nancy è riuscito a trovare una soluzione ingegnosa del problema per mezzo di una bilancia di induzione assai semplice di struttura e di comprensione. La bilancia è formata di due rocchetti piatti, montati in serie nello stesso circuito e percorsi dalla corrente alternata indotta di due altri rocchetti vicini. I giri di questi son così disposti che le correnti li percorrono rispettivamente in senso contrario.
Se le due coppie di rocchetti fossero identiche, le forze elettromotrici che vi giungessero si compenserebbero esattamente, ed un telefono intercalato nel primo circuito rimarrebbe silenzioso: ma se una massa di ferro viene a trovarsi in prossimità di un rocchetto si crea una dissimetria nelle forze elettromotrici che si può rilevare sotto forma di un suono. L’apparecchio è semplice e ben trasportabile, così che un solo individuo potrebbe essere sufficiente al suo maneggio.
Quando si vuol praticare una ricerca si fissano i rocchetti alle asticciole quali si vedono nella figura, e si collegano i due sistemi tra di loro e con un telefono, oltreché ad un particolare apparecchio di regolazione.
Poscia si percorre il suolo tenendo i rocchetti sollevati alquanto dal terreno, mentre un incaricato pone agli orecchi i ricevitori del telefono. Quando un rocchetto passa sovra un proiettile il telefono dà un suono: ben inteso anche una massa metallica diversa da un proiettile dà un suono, ma l’intensità di questo varia colla natura e la massa del metallo, così che un individuo abituato valuta con facilità e con una notevole esattezza la natura dell’oggetto a cagione del quale il suono si è avuto.
Il maneggio è semplice e rapido ed in poche ore si possono percorrere per la verifica molti ettari di terreno rintracciando tutti i proiettili un po’superficiali, i soli cioè che presentino qualche pericolo, ed il governo francese si diede premura di far studiare i mezzi per ovviare al danno considerevole.
In questa guisa semplice ed ingegnosa vien fatto di rintracciare dei proiettili affondati nel suolo anche a 50-70 centimetri.
Si avvicina la fame dell’oro? si avvicina il pronostico che turbina sul capo degli imperi centrali, della fame dell’oro precedente la fame fisiologica? Il pubblico ha mutato natura: non crede neppure interamente quanto è vero per fatto concreto, e si sente incapace a credere alle vaghe profezie.
Il fallimento non è stato soltanto per l’idea di pace e per quel grande fantoccio dal cuore poponesco cui avevan posto nome «internazionale»; il fallimento ha toccato anche un po’la demografia, la statistica, l’economia e le scienze sorelle che si sforzano di rendere statico ciò che è invece dinamico, che si illudono di ricondurre alla jeratica fissità del numero quanto è viscido e sfuggente per la sua stessa natura. La fame dell’oro è quindi una congettura e le congetture hanno il valore di brutte diagnosi di probabilità.
Eppure la sola congettura contro la quale male reggono le critiche e le incertezze montate sui trampoli del dubbio, è questa dell’esaurimento aureo degli imperi centrali.
Il quesito presenta un lato generale che involge tutto il mistero torbido del reale valore che si deve attribuire all’oro, simbolo e merce ad un tempo; della reale scarsità di questo metallo che gravita sulla vita sociale come il comune denominatore della stima, della fama, di tutti i valori morali e materiali.
La quadruplice ha indubbiamente molto più oro degli Imperi centrali; e ancor più grande è la possibilità che essa possiede di
procurarsene, mentre per gli Imperi centrali l’unico sogno accessibile per l’aumento dell’oro è quello della guerra vittoriosa che forzi gli altri belligeranti al pagamento di ingenti indennità auree.
L’oro estratto dalla terra da che l’uomo ha avuta la melanconica idea di occuparsi di questo metallo somma a circa 90 miliardi, dei quali una cinquantina sono monetizzati, mentre gli altri si sono trasformati in oggetti di adornamento o di applicazione industriale.
Dei 50 miliardi monetizzati 20 giacciono ammassati nelle banche di Stato, garanzia modesta di fronte alle decine di miliardi di biglietti di banca e modestissimo materiale di scambio di fronte alle centinaia di miliardi dei valori industriali quotati nelle borse.
Di questo oro all’inizio del 1910 la sola Banca di Francia dopo il poderoso risucchio esercitato sulla nazione possedeva 5169 milioni, mentre la Banca d’Inghilterra appena aveva superato i 2 miliardi (ai quali vanno però aggiunti i 4-5 miliardi di oro circolante nel Regno Unito) e 4 300 milioni erano stati ammassati in Russia alla Banca dell’Impero. La Germania con un grande sforzo è riuscita a raccogliere 3 miliardi aurei e l’Austria certo meno di 2 miliardi: né è verosimile riescano a riassorbirne altre quantità considerevoli.
Non soltanto, ma della produzione aurea, oltre la metà (la produzione aurea annua è di circa due miliardi e mezzo) è fatta in territorio britannico, e soltanto 10-20 milioni annui spettano alle miniere degli imperi.
Non vale osservare che la Germania e l’Austria rinserrate nel blocco non hanno bisogno di oro: gli scambii coll’Olanda, colla Scandinavia devono per sicuro chiudersi con saldi passivi e questi devono equilibrarsi con compenso aureo.
Sarà a lungo mantenibile l’equilibrio? Ecco il mistero, a risolvere il quale fanno a noi difetto i dati: ma il fatto certo è che gli Imperi vanno esaurendo il loro oro, e, se la guerra si prolunga, in un certo istante vedranno approssimarsi un fallimento non più metaforico.