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 1916  maggio 28 Domenica calendario

I fratelli Bandiera¹ in un nuovo studio e in un dramma

Cinquant’anni fa, le armi italiane combatterono lo stesso nemico, e per la virtù del diritto e dell’idea nazionale, sempre vittrice, la Venezia, tradita nelle sue speranze nel 1859, era unita all’Italia per sempre.
Allora fra i patrioti che ritornavano dagli esilii, dalle carceri, Venezia onorava una dama veneranda: la baronessa Anna Bandiera, madre dei due martiri dell’idea unitaria: fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, uccisi insieme con un altro veneziano, Domenico Moro, nel Vallon di Rovito presso Cosenza, il 25 luglio 1844, dai fucili borbonici.
E ora, che ricorre il cinquantennio della liberazione di Venezia, Raffaello Barbiera compie opera di buon veneziano e d’italiano, rievocando con nuovi documenti storici, con l’arte eccellente che gli è propria e con la fede fervida che lo anima, quelle due figure d’asceti del Risorgimento, com’egli le chiama, avvicinandole ad altri spiriti rassomiglianti, che furono la sacra primavera d’Italia.
Molti scrissero sui fratelli Bandiera. Il compianto Riccardo Pierantoni ne pubblicò un libro, che, sulle prime, doveva essere un romanzo e poi diventò una storia documentata, non scevra da difetti, che il povero giovane si preparava a correggere con amore, quando lo colse la morte.
Nel libro del Pierantoni, come in tutti gli altri sui fratelli Bandiera, manca l’esposizione documentata di quella fremente vita patriottica che preparò la rivoluzione di Venezia e lo stesso audace tentativo di riscossa dei due magnanimi fratelli veneziani. E Raffaello Barbiera rintracciò, studiò e rifece in un nitido quadro quella vita, sui documenti della polizia austriaca, su memorie, rare o ignote del tutto, di quei tempi e sulle testimonianze di personaggi da lui conosciuti o a lui famigliari. Così poté comporre uno studio che mancava; un racconto ricco di cose nuove, ogni affermazione del quale, con metodo storico severo, è documentata.
Tutto il lavoro è animato da un alto sentimento di patria, come tutti gli altri migliori libri del Barbiera: Il salotto della Contessa Maffei, La Principessa Belgiojoso, Figure e figurine del secolo XIX, Il Carteggio inedito di Tulio Massarani, I Poeti della Patria, Passioni del Risorgimento e Grandi e piccole memorie.
Il nuovo studio è pubblicato come ampio proemio al dramma storico I fratelli Bandiera, che Raffaello Barbiera stesso compose con Carlo Bertolazzi di Milano, ben prima che spuntasse tutta la serie dei drammi patriottici, e che la Casa Treves ha pubblicato or ora, in una bella edizione, in un volume dove, coi ritratti dei Bandiera, troviamo la musica di quel coro, ch’essi cantarono ispirati davanti al patibolo; coro di patria, che fa parte dell’opera Donna Caritèa del Mercadante, da essi molto probabilmente udito e appreso nel teatro La Fenice di Venezia, fra gli sguardi delle dame, in un giorno lontano e felice!
Il dramma non fu ancora rappresentato; ma alla lettura, suscita le stesse emozioni d’una rappresentazione scenica, tanto è vivo e potente. Il suo carattere non è esclusivamente patriottico; è anche umano. Con l’amor di patria è unito e ardono in lotta veemente, persino tremenda, l’amore di sposa, l’amore di madre, l’autorità d’un genitore rigidissimo, custode del dovere, e le stesse soffocate affezioni di petti eroici, votati all’azione disperata e alla morte in servigio d’un’idea suprema.
Il padre del Bandiera, barone Francesco, veneziano, serviva l’impero quale contrammiraglio della flotta austriaca, formatasi sugli avanzi della gloriosa armata veneziana, depredata da Napoleone. I figli Attilio ed Emilio navigavano con lui. E l’idea dei due giovani fu duplice: sollevare la flotta imperiale e sbarcare sul mezzodì d’Italia, per sollevare l’Italia tutta, in nome della libertà. E ciò basta per innalzare il tentativo dei Bandiera da semplice episodio alle proporzioni del vero dramma storico.
Che cosa, infatti, di più grandioso?...
Un’insurrezione patriottica sulle navi, in mezzo alle libere onde del mare, sotto il cielo stellato!... È un’idea sovranamente poetica; è un’idea da Garibaldi...
Quei cuori erano veramente accesi di poesia; e il dramma, ch’è così fedele alla storia, n’è tutto inondato; non senza tratti di quella festività italiana, che accompagnò spesso l’eroismo di tanti nostri valorosi, e che, anche adesso, nella sacra lotta di liberazione dei confini, brilla in svariate fantasie comiche, così in contrasto con la serietà degli atti eroici.
Le vicende del dramma ci sembrano assai vicine; ci paiono di ieri: tanto sono potenti; anzi si compenetrano con quelle alle quali, orgogliosi, oggi assistiamo. Una sola luce, un solo amplesso di gloria uniscono gli audaci di ieri e i gagliardi d’oggi, i precursori della patria e gli assertori della sua grandezza.
Il primo atto del dramma si svolge nella casa dei Bandiera a Venezia e ci presenta subito personaggi che sono realmente vissuti.
Non pochi di noi, giovanetti, a Venezia, conoscemmo, per esempio, vecchio, venerando quell’Emilio Tipaldo, che nel collegio di marina, insegnando storia, eccitava gli alunni all’entusiasmo per ogni impresa sublime: e i fratelli Bandiera furono anch’essi discepoli di lui. È realmente vissuta quella povera ragazza De Rossi, alla quale Emilio Bandiera aveva consacrato il suo primo palpito d’amore, e che s’incontra poi con lui, sposa d’un altro, in quell’isola di Corfù, dove, dopo il fallito tentativo d’insurrezione, Emilio e Attilio ripararono per sbarcare con pochi seguaci, sulle spiagge della Calabria. Quella scena dell’incontro nel terzo atto, che si svolge a Corfù, è vivissima; e a chi non lo sa, potrà, forse, invece, sembrare un mezzuccio d’effetto. Vera è la fedeltà del servo di Attilio Bandiera, un brianzuolo destinato al mare; fedeltà fino al sacrificio. Così è vero l’appassionato, straziante colloquio della baronessa Anna Bandiera col figlio Emilio.
La severa madre, che sotto rigide forme nasconde tanta tenerezza pei figli e per l’infelicissima sposa d’Attilio (Maria Graziani), benché innanzi con gli anni, e in pieno inverno, e assai sofferente, sfidò le traversie del mare burrascoso, e si recò a Corfù per istrappare il giovane Emilio dalla congiura, e ricondurlo a Venezia, essendo certa del promesso perdono imperiale.
Nelle lettere che Emilio Bandiera scriveva commosso al Mazzini, allora a Londra, sono, accennati quegli angosciosi colloqui. Molte frasi del dramma, che fanno viva impressione alla lettura, non sono altro che quelle stesse scritte da Attilio ed Emilio Bandiera nelle lettere a noi pervenute. Così l’accento della verità nell’azione scenica incalzante e serrata, non potrebb’essere più eloquente e più vivo. Il rispetto alla verità è mantenuto sempre con scrupolo di storici da Raffaello Barbiera e da Carlo Bertolazzi, e anche da buon gusto d’artisti, memori di quel1’aureo detto del Manzoni: «Quanta poesia è nella realtà!».
L’ultima scena, che è quella del supplizio, sarà, per quanto sappiamo, soppressa sul teatro dagli autori, laddove è necessaria per la lettura del libro così compiuto e palpitante. Il dramma finirà col canto che i martiri della patria innalzarono davanti alla morte.
A somiglianza dei martiri della religione, adunque; e per le anime come Attilio ed Emilio Bandiera l’amor di patria era religione.


¹ Carlo Bertolazzi e Raffaello Barbiera, I Fratelli Bandiera, dramma storico in quattro atti, con premio e notizie inedite di Raffaello Barbiera. (Milano, Treves, 1916, L. 4).

Dal Giornale d’Italia
(Senato del Regno)
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