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 1916  maggio 21 Domenica calendario

Neutri

Ad Oppo e Bertoletti Crocco, il mio amico, ed io, ne facciamo – come suol dirsi – di tutti i colori nella villa del signor Alsbach.
Il signor Alsbach è un vecchio ossuto e alto con le nodose dite unghiute che torcono tratto tratto la sua barba lunga fin su l’ombelico; e cammina per i viali senza rumore, con la papalina di velluto in testa, comparendo quando meno lo si aspetta. Ha diviso la sua villa boscosa e ampia in lotti e vi ha costruito in legno studi per artisti, che affitta, per amore dell’arte; però ne ricava molti quattrini. Ciò non toglie ch’egli dipinga e scolpisca quadri macabri e statue funebri. Però la sua dimora con il parco intorno è separata dal resto della villa con siepi e muri: non si può scorgerne nulla. Il vecchio è gelosissimo e non permette agli artisti di torcere un rametto di quercia; non dico poi di far legna per il camino!
Crocco è pittore e ha uno studio del signor Alsbach in affitto. Io vado a trovar Crocco, e passiamo intere giornate insieme. Discutiamo, mangiamo, ci ubbriachiamo, fumiamo; poi, da una porticina, sbuchiamo circospetti nel bosco, e in cinque minuti devastiamo tutto quello che possiamo, con un tremor forsennato di ventre e una gioia rabbiosa, inesprimibili.
Rientriamo affranti e talvolta ci addormentiamo. Quando ci svegliamo, il vecchio è lì che agita il bastone in aria e diventa paonazzo nel volto. Allora usciamo con occhi ingenui pieni di rammarico e confortiamo il signor Alsbach.
Proviamo una intensa soddisfazione scorgendo la disperazione sulle gote di quella mummia, che pretenderebbe esser pagata puntualmente, essere obbedita dai pittori come da dipendenti, e amministrar l’arte con il libro mastro.
– Ma insomma, signor Alsbach, qual’é la sua nazionalità? Come mai può restarsene indisturbato in Italia, mentre si fa la guerra?
Il signor Alsbach dice di essere svizzero. E fin qui, gli si crede. Ma egli sostiene di essere svizzero-francese. No, caro signor Alsbach! Lei è svizzero sì, ma tedesco. Tedescaccio. Giù la villa! Devastiamo!
Ma neutro, nella Villa Alsbach, non v’è il solo padrone. È rimasta una coppia, svedese o norvegese, o danese – chi ne capisce nulla – scandinava in una parola. Essa dimora nello studio accanto a quello del mio amico Crocco. E questa che ci ha dato più daffare. Prima della guerra, qualche volta, quei due biondi ci piacevano. Io e il mio amico Crocco non siamo per nulla romantici; pure sì, perché non dirlo, ci s’inteneriva a vederli tubare come due colombi, dietro i bambù, tra i fiori del giardinello che essi stessi si coltivavano dinanzi alla porta dello studio. Lei spesso cantava come un’allodola e nelle giornate di primavera intesseva corone di rose e se ne coronava il capo, tagliava fili d’edera e s’ornava la veste, si cingeva la vita di pampini, e, se noi stavamo a urlare nel nostro lotto di terra, si faceva largo con le mani tra la siepe e affacciava il capo rimproverandoci con sorrisi di ninfa boschereccia.
Allora non potevamo fare a meno di cessare il nostro litigio, il mio amico Crocco ed io e di guardarci negli occhi tra l’allegro e
malizioso, come per dire:
– Vuoi vedere che dò un balzo e me la bacio?
– Che debba venir proprio a tentar noi?
– E che le pare che il nostro è sangue scandinavo?
Ma era furbetta Jacoba; lo sapeva che non eravamo scandinavi. Perciò, appena ci vedeva stralunar gli occhi, si ritraeva con una risatina nervosa, con il brivido del fanciullo che ha stuzzicato un rospo. E cominciava a saltellare, a cantare, interrompendosi con piccoli gridi che squillavano nell’aria fresca. Poi, a piedi giunti, saltava sui tre scalini che la separavano dallo studio e ne traeva fuori per mano con dolce violenza, il suo damo, ch’era bianco, lievemente roseo, con una barbetta rada, bionda, diafana, e che se ne stava dentro a dipingere. Ci additava a lui e gli si stringeva al collo come avesse realmente passato un grave pericolo.
Certe volte, la sera, quando c’era luna, e noi sdraiati ce ne stavamo a guardar le stelle, li udivamo che bisbigliavano, e lei aveva una vocina così tenera, così morbida che parevan carezze le cose che diceva, senza che noi le sapessimo. Certamente se ne stava con il capino sul petto di lui e gli faceva tante e tante domande, come una bimba che non capisca ancora, e voglia saper tutto dal suo babbino. Lui rispondeva, e dal tono sentivamo ch’egli la persuadeva, con tanta semplicità, con tanta amorevolezza, con tanto sereno fervore, da renderci chiaro l’amore di lei per lui, l’estasi con cui ella se lo custodiva e l’adorava. perché Wladimiro era veramente una creatura angelica; quanto io e il mio amico Crocco siamo diabolici.
Perciò, a un tratto, rompendo l’alta quiete lunare, Crocco s’alzava e urlava:
– Romanticherie! Romanticherie!
Io lo imitavo e cominciavamo a strepitare, a buttar le sedie in aria, a percuotere con la zappa e la pala gli alberi, i muri, la porta. E quelli, poverini, per un po’ammutolivano; poi finivano per ridere. Ma in cuor nostro celavamo una dolce invidia per Jacoba e Wladimiro.
E il mio amico Crocco, rabbonito, dalla siepe li assicurava che se fosser venuti i ladri la notte, li avrebbe difesi; perché aveva un grosso revolver che rimbombava come un cannone.
Scoppiata la guerra, Jacoba e Wladimiro son rimasti alla villa Alsbach. Ma Crocco è partito soldato. S’è battuto come un eroe, Crocco, ed io che gli voglio gran bene, ne sono fiero. È stato ferito e la medaglia vera ce l’ha sulla faccia. È stato tre mesi ad un ospedale ed è tornato anche con un braccio immobilizzato, il destro.
Va benissimo: lui s’è messo a dipingere con la sinistra. E dipinge mirabilmente, senza romanticherie. Anzi abbiamo ripreso le nostre partite di caccia. Il vecchio Alsbach ne sa qualcosa. S’è ammaestrato, naturalmente, il mio amico Crocco, nel maneggio delle armi; ed ora, quando abbiamo bevuto e fumato, tiriamo fuori il grosso revolver, e spariamo. Il mio amico Crocco impugna l’arma con la sinistra e si pianta sulle due gambe aperte come nella scherma, e spara in terra: appena ha sparato ci diamo come forsennati a scavare per ritrovare il proiettile.
Le nostre questioni concernono il numero di petti che avrebbe potuto trapassar quel proiettile. Quando l’abbiamo ritrovato lo paragoniamo con quello che gli hanno tratto fuori dal braccio i medici, e che Crocco tiene al ciondolo dell’orologio. Altre volte spariamo contro il muro, contro la porta, contro i tronchi degli alberi. Crocco ha sparato nove revolverate contro alcune cornacchie che passavano.
Ma i colpi danno ai nervi ai neutri, o meglio, danno ai nervi al vecchio Alsbach, che ci ha dichiarato di non potere permettere che nella sua villa si faccia a revolverate. Crocco gli ha risposto:
– Io vengo dalla guerra e preparo il mio amico ad andarvi. Se lei non si sta zitto…
Ed ha fatto una mossa con l’arma.
Il vecchio Alsbach non s’è più mostrato.
Però Wladimiro e Jacoba non sorridono più. Talvolta dalla siepe ci guardano come smarriti. Jacoba è divenuta pallida, le occhiaje incavate, lo sguardo velato. Non si riconosce più. Wladimiro lo stesso.
Crocco mi dice che spesso la sera, mettendosi a letto, ode nello studio vicino singhiozzi e pianti. Lei prega, scongiura; lui tace. Non sa dirle più niente, lui, alla sua piccina, il suo cuore è morto. E lei che non aveva vita per sé, ma la beveva da lui come da una sorgente, si sente morire; il giorno gira come un fantasma, la notte piange, e lo prega di non esser così triste, di stringerla al petto, di sorridere ancora. E lui non può più. Non può: è finita. Gli si è offuscato il cielo, la vita gli è divenuta funebre, nera. Ma, più che per sé, egli deve soffrire per lei, per quella piccola creatura d’amore, che si sente finire, senza che lui possa soccorrerla, possa più darle l’alimento dell’anima sua di cui ella viveva.
Ah, questi nordici pacifisti! Hanno troppo sognato, e la brusca realtà li ha distrutti!
Oggi io e Crocco siamo stati più infernali del solito, perché abbiamo pranzato con un terzo amico, Fannelletti, che ci ha messo in mente con le sue chiacchiere i più strambi propositi.
Usciti all’aperto, abbiamo fatto a sassate. Una me n’è giunta in testa che per qualche minuto mi ha fatto perder la conoscenza. Quando mi son riavuto ho preso la pala cominciando a rincorrerli. Saltano atterriti la siepe per cercar rifugio nel giardino degli scandinavi, e – cosa che non s’era mai fatta prima – si precipitano sulla porta socchiusa degli stranieri. Io già incalzo, che te li vedo ritrarsi inorriditi. Wladimiro pende da una trave del soffitto. Si è ammazzato, Signore Iddio!
Il peggio è che Jacoba è fuori e deve rientrare.
Ora siamo seduti, Crocco, Fannelletti ed io, sugli scalini, e aspettiamo che torni Jacoba. Non ci si spezzerà il cuore, quand’ella apparirà in fondo al viale?