Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1916  maggio 21 Domenica calendario

L’Italia nell’Asia minore

II

Le necessità di un avvenire grande
Per una serie lunghissima e tristissima di anni i governi che si son succeduti alla direzione dei destini nazionali hanno esercitato la politica della rinunzia, della remissione, della mortificazione. Preoccupati di fatti e di movimenti interiori, paurosi della più stolida demagogia che abbia mai fatto il sollazzo e scherno dell’Europa, gli uomini detti di Stato, non vedevano al di là delle frontiere alpine e marine quanto avveniva nel resto del mondo. E il resto del mondo viveva, s’agitava, combatteva, s’assettava, incurante di noi, della nostra esistenza, degli interessi nostri. Certamente, in quel tempo, l’Italia era paese dei fiori, del cielo turchino e delle mandolinate: un paese chiuso in sé stesso, occupato a far scavare dai suoi archeologhi le vestigia della sua immensa grandezza passata, non per trarre da esse ispirazione a gloriose gesta, a imperiali propositi, a volontà orgogliose, ma per mostrarle agli stranieri che ne pagavano la vista quando calavano in cerca di sole.
Era talmente diffusa la persuasione della nostra assenza volontaria ed imbelle da tutti i grandi avvenimenti della politica contemporanea che un istesso altezzoso compatimento ci veniva in ugual misura da nemici e da amici: e persino degli staterelli osavano talora porsi sul nostro cammino. E quando, invece dell’assenza, era la partecipazione, sempre moderata e modesta, questa riempiva di stupore e di diffidenza gli animi che v’assistevano: e veniva chiamata intrigo.
Intrigo era detto, per esempio, fino al 1896 l’interessamento dell’Italia per l’Albania. E fu necessario che la minaccia tedesca in Oriente si precisasse e prendesse i suoi giganteschi lineamenti perché l’ingiuriosa definizione di un nostro vitale bisogno avesse il battesimo d’un nuovo nome. Allora si cominciò a parlare dei nostri interessi albanesi: e questi furono invocati accanto a quelli già consacrati delle terre adriatiche irredente che costituivano la minor parte di una nostra futura rivendicazione. La minaccia incombeva sull’Europa improvvisamente ridesta: si trattava di rimpicciolire, col nostro aiuto, i sogni asiatici di Guglielmo II.
Ci si ammonì – perché la persuasione entrasse in noi – che la linea ferroviaria Salonicco-Monastir, concessa ad un tedesco, ed assolutamente tedesca, era nei suoi piani di costruzione spinta fino a sboccar sull’Adriatico. Che giunta, quindi, la Germania a Trieste, l’importanza di tal via di penetrazione per l’Oriente sarebbe stata enorme.
E s’aggiungeva: giunta prima in Oriente, la Germania – per una ragione inversa – avrà sempre più desiderio d’assicurarsi il possesso di Trieste e di predominare nelle faccende balcaniche. È il grande gioco dell’Impero tedesco che vuol sostituirsi all’Austria dopo averla insidiosamente aizzata verso Salonicco. È la Germania che non dà alcun peso ai programmi ed ai problemi dell’Italia nell’Adriatico e nella Balcania.
Nel 1902, infatti, mentre il signor Delcassé riconosceva le nostre aspirazioni «nella penisola balcanica e precisamente tra la Macedonia, la Serbia e l’Adriatico», il dottor Rohrbach da Berlino poteva affermare con disinvoltura sprezzante: «i desideri o le opposizioni dell’Italia non hanno per noi alcun valore decisivo».
Ma ancora, purtroppo, la nostra posizione in Oriente era collocata sopra una via indiretta.
*

Facilitava lo sviluppo di questo equivoco dannoso la strana politica di sopportazione e d’incuria che si dettava da Roma. Avevamo nella penisola balcanica e in tutto il Levante un magnifico terreno propizio alla feconda espansione delle energie che son più felici ed eterne nella nostra razza, e lasciavamo che gli altri ci sostituissero nel coltivarlo. Sulle coste dell’Asia Minore, sopratutto, ove per secoli, con Roma e con le Repubbliche marinare, l’essenza imperiale d’Italia s’era rinnovata e perpetuata meravigliosamente, il triste fenomeno spandeva la sua ombra. Era uno spettacolo doloroso ed umiliante in cui s’oscuravano per sempre le ultime luci del nostro prestigio.
Resistevano, è vero, e resistevano gagliardamente i nuclei nazionali disseminati nelle varie città del mare e del monte. Resistevano lavorando, organizzandosi, facendosi rispettare, custodendo con appassionato amore il ricordo della patria assente, della patria lontana. Ma la lotta era troppo grave per le loro sole forze. E chi sa con qual dolore vedevano essi prosperare le fortune degli altri e non le nostre: con quanta pena ascoltavano la favella degli altri diffondersi soverchiante contro alla loro. Fino a mezzo secolo addietro, a Smirne, la lingua italiana era la lingua internazionale. Prima che la grande guerra scoppiasse, malgrado il miglioramento delle nostre condizioni, e l’energia del rappresentante dello Stato, le nostre scuole erano nettamente dominate da quelle francesi. E la nostra Colonia era assai più numerosa e più antica di quella di Francia!
Malinconie. Pure, a poco a poco, la ragione si faceva strada. Era, durante la guerra di Libia, l’occupazione del Dodecanneso. Era un anno dopo la concessione di Adalia. Modesta cosa, materialmente: moralmente immensa e gioconda. La bandiera d’Italia tornava a sventolare non più crociata, non più balenante dell’aurea giuba e dell’ali, sul mare delle sue glorie. I grecastri di Smirne chiedevano alleanza al Turco contro di noi e ci guardavano diffidenti.
Modesta cosa – ripeto – materialmente, la concessione di Adalia. Ma era, il tempo in cui la chiedemmo, tempo da cautele e da passi moderati. Avevamo contro di noi in quell’anno l’odio de l’Ellade, il malanimo dell’Inghilterra, la gelosia della Francia, l’ostilità della Germania e dell’Austria: la Turchia, forse, abituata a giocarsi l’Europa, sorrideva maligna. Il fatto che noi raccogliessimo una briciola della grande imbandigione degli altri – quali pantagrueliche ipoteche per la fame dell’Impero tedesco e della candida Russia! – inacerbiva tutti quei cervelli abituati a non avere per noi nessuna cellula disponibile. Si guardava al di là del nostro disegno. Probabilmente si attribuivano alla mente dei governanti di Roma sogni che in realtà non erano allora che il nutrimento di pochi solitarii.
*

La realtà è venuta con la tragedia.
La realtà è quella che la sorte ci ha recato.
Oggi l’Italia combattendo gli stessi nemici dell’Inghilterra, della Russia e della Francia, sbarrando insieme a queste nazioni alleate le vie dell’Oriente agl’imperi centrali, ha sull’Oriente altrettanti diritti quanti ne hanno l’Inghilterra, la Russia e la Francia. Questa realtà è chiara come il più chiaro sole del meriggio.
E la sorte ha voluto che libero d’ogni ambizione fosse quel tratto d’Asia che più fatalmente ci è legato. Va tale tratto da Smirne ad Alessandretta, dall’antica Lydia alla Cilicia montuosa, chiudendo nella sua estensione i golfi profondi ed i porti in cui le navi fumanti possono secure adunarsi. Definiti con la guerra i disegni delle alleate; quasi compiuti taluni acquisti per forza vittoriosa d’armi, la zona è rimasta intatta, come salvaguardata da un felice e previdente destino al risveglio della nostra potenza e della nostra grandezza.
Né ci preoccupan più timori di gelosie elleniche per quel piccolo tratto di litorale a cui taluni malinconici sacerdoti della Grande idea guardavano talvolta con gli occhi del desiderio, dalle sacre altezze dell’Acropoli. Documenti pubblicati dalle gazzette di Atene, e non smentiti da alcuno, ci avvertono infatti che la Grecia non si unì all’Intesa prima, e non aiutò poi la Serbia attaccata su due frontiere, non soltanto per un vecchio timore del sangue sparso, ma sopratutto perché i territori asiatici a lei promessi dalla coalizione antigermanica non avrebbero potuto mai avere la sua materiale occupazione. Lanciò questa netta affermazione il colonnello Metaxas mentre sostituiva il capo di Stato Maggiore Dusmanis; aggiungendo che l’acquisto di qualche terra in Asia Minore avrebbe creato tali, doveri alla Grecia, da diminuirne immensamente la potenza militare. E veramente sarebbe follìa, per una piccola nazione i di cui confini continentali sono ancora incerti e modesti, lanciarsi in avventure d’oltre mare che si risolverebbero in un pericolo continuo per la sua stessa esistenza.
Ed allora, Italia, avanti! Necessaria è per la nostra razza che lavora tenace e s’espande, questa terra d’Oriente verso le cui floride rive già s’avviò, tra secolo e secolo, in emigrazioni d’armi e di commerci per le molte strade del mare. Necessaria è specialmente se ci sorrida nel cuore la speranza che tante vite immolate sopra l’Alpi e sul Carso ci propizino gli Dei della Patria e l’Adriatico torni nostro con tutte le sue Città fervorose ed opulente che di quella terra e di quelle strade vivono e vivranno nell’avvenire più bello.
Affermato l’hanno coloro che regolano in queste ore severe l’andare del nostro destino. «La tutela gelosa dei nostri vitali interessi mediterranei – hanno detto – sta al sommo delle cure del Governo». Ed io credo all’uomo dallo sguardo grifagno, sdegnoso delle molte parole e delle poche, che dal biondo palazzo della Consulta, coronato d’angioli annunziatori, ha sempre innanzi agli occhi il volto solenne di Roma. E giù nella piazza solare e ventosa, in un perenne lavacro di chiare acque, i Dioscuri reggono i cavalli impazienti, in attesa della buona novella.
Che la forza di giovinezza superbamente rinnovata nella Nazione, non s’attenui in uno sforzo troppo lungo, quando si ferma a spingere il suo cuore saggio. Pensi che il domani è dei giovani.
Ed i giovani d’Italia – per grazia di Dio – non sono né PiagnoniFlagellanti; non si rinchiudono nei chiostri e non si mortificano nella carne e nell’orgoglio: ma escono all’aria, ma cantano nel sole, ma vogliono per la Patria un Impero.
Vogliono quell’impero per cui hanno dato e dànno tanto loro sangue stupendo!