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 1916  maggio 21 Domenica calendario

Sedici anni dopo

«Il tenente Piero Dreyfus fu portato all’ordine del giorno per l’eroismo mostrato in faccia al nemico». La lettura di questo telegramma ci fa restar immobili, con gli occhi fissi, guardando in un passato che non è che di quindici anni o poco più, e che ci sembra sommerso in una lontananza infinita, come diviso da noi da una distanza di secoli.
Eppure, no. Proprio quindici o sedici anni dopo, come nel titolo d’un bel dramone da arena. Questo bravo tenentino Dreyfus, di cui la prosa ufficiale del bollettino narra l’eroismo, è proprio il figliuolo del deportato all’Isola del Diavolo, il petit Pierre per il quale tante lagrime furono sparse nei due mondi, tanti articoli più o meno commoventi furono scritti. Aveva dieci anni, allora. Dunque...
E noi cerchiamo di rivivere quell’allora, di rievocare la tormenta spirituale che al principio del secolo scosse il mondo intero, paragonabile, per la sua irresistibile violenza, alla tormenta di guerra che lo scuote ora. Come adesso, anche allora vera neutralità non esisteva; si era «per» o si era «contro»; come adesso, una preoccupazione più forte d’ogni altra premeva su tutti gli animi, pervadeva ogni discorso, travolgeva arte, scienza, letteratura. Ricordate, o lettore non più giovane? Come noi tutti ci precipitavamo sitibondamente sui giornali, come ci interessava ogni minimo particolare dell’affaire, come conoscevamo perfettamente anche i più secondari personaggi del dramma, quelli dei quali adesso non riusciremmo, neanche a darci un milione, a rammentar neanche la prima sillaba del nome? Ricordate, o lettrice un tantino meno giovane ora d’allora? Il capitano Dreyfus non aveva saputo, è vero, malgrado la sua qualità di vittima innocente, sedurre le anime femminili; era troppo freddo, troppo duro e metodico, portava gli occhiali, non trovava mai quell’accento che va all’anima della folla; ma i suoi difensori, Zola, irruente e indomabile come una forza della natura, Scheurer-Kestner, venerando come un patriarca, Picquart, ardito ed elegante come un paladino; e la moglie di Dreyfus, quella sublime ostinata, quella semplice meravigliosa eroina d’amore, ferma nel credere nell’innocenza di colui che tutti condannavano, ferma nel difenderlo contro tutto e contro tutti, irremovibilmente decisa a rompere le sue fine dita di parigina sul sasso che copriva il sepolto vivo... Quanto abbiamo pianto per loro! Che ardore di pietà e di ammirazione ci vinceva, per quelle sofferenze e per quegli eroismi! E come ci riusciva impossibile intendere che a quella pietà e a quell’ammirazione potessero sottrarsi tanti francesi!
Ora, forse, a distanza di molti anni, e in uno di quegli improvvisi snebbiamenti che il ciclone della guerra ha prodotto intorno a sé, noi possiamo capire almeno in parte molti fatti che ci parvero allora incomprensibili fino all’assurdo. L’ardore dreyfusiano della Germania che ci parve puramente umanitario in quel tempo, ci sembra sospetto oggi, mentre sappiamo che già allora si preparava l’agguato di guerra rivelato terribilmente adesso, mentre intendiamo che già allora si aveva quindi un interesse a tutto ciò che poteva demoralizzare l’esercito francese, e scuoterne la compagine; l’ombroso e cocciuto patriotardismo francese, che non voleva ragionare, che vedeva dappertutto l’oro straniero, che s’inalberava dinanzi al nome tedesco di Dreyfus, e dietro all’irredento intravvedeva crudelmente la spia, ci pare meno irragionevole, ora che sappiamo quante spie abitassero davvero a Parigi sotto la maschera d’alsaziani, e quanto oro straniero si spendesse veramente, per addormentar le coscienze e organizzare sapientemente e lentamente il tradimento.
Vane mascherate, vane spese, vane fatiche! Nell’ora del pericolo, la Francia ha ritrovato tutta se stessa. Tutte le scorie di rancori, di antipatie, di menzogne sono state bruciate sul1’altare della patria, come nelle parole del poeta; tutto ciò che vi era di puro, di saldo, di sano nella nazione che i nemici credevano di esser riusciti ad avvelenare e a corrompere inguaribilmente a suon di tango, tutto si è fuso e si è cementato meravigliosamente nel fuoco e nel sangue; tutto ciò che fu basso ed abbietto si è purificato; la colpa e il dolore si sono affratellati. Du Paty de Clam – quanto orrore per questo nome, rappresentante il tiranno della tragedia! Ricordate, o lettore che eravate allora repubblicano e che ora siete diventato costituzionale? Ricordate, o lettrice che eravate bruna e che col passar degli anni siete diventata bionda? – Du Paty de Clam ha trovato il mezzo di redimersi anche dinanzi agli occhi più dreyfusardi, andando a morire in guerra, per la Francia invasa.
E Piero Dreyfus è portato all’ordine del giorno, probabilmente da un generale che fu antidreyfusiano allora.
Aveva dieci anni, allora, petit Pierre. Sua sorella, Giannina, ne aveva tre, non rammenterà nulla, probabilmente. Lui ne aveva dieci, quei dieci anni dei maschietti, fatti di turbolenza chiassosa e di nostalgica malinconia. Era stato il bel bimbo ricco, che non trova intorno a sé, in casa e in iscuola, che carezze, sorrisi e simpatie; poi, d’improvviso, la caduta a piombo nel baratro, la realtà smascherata nel suo più incommensurabile orrore dinanzi ai suoi occhi di fanciullo. Tutto egli deve ricordare: i compagni di scuola, lietamente affettuosi fino a quel giorno, cangiati d’improvviso in una muta di piccole belve, urlanti contro di lui l’ignominia paterna; e il grido sgorgante invano dal suo cuoricino ferito: «Non è vero! Non può esser vero!»; e il maestro che lo accompagnava a casa, che dichiarava di non poterlo più tenere in scuola, lui, l’appestato; e la madre che piangeva, col petto schiantato dai singulti, e i cosidetti amici che facevano loro il largo intorno. Tutto egli deve ricordare: e il suo eroismo d’oggi è forse appunto figlio del suo patimento d’allora; e il suo balzo incontro al pericolo, per la Francia, è ancora un modo – il modo semplice e magnifico – di ripetere a coloro che ancora avessero dubitato della colpa paterna: «Non è vero!».
Tutto ciò è bello, d’una bellezza grandiosa e latina. Ciò che sarà risulta da ciò che fu. Dreyfusismo, militarismo... Parole. Ciò che resta è per fortuna l’amore invincibile e santo per la terra nativa, l’orrore per la violenza, per la forza brutale, comunque essa si eserciti. Ciò che resta e trionfa è l’ammirazione e la passione per la Giustizia, che, come la Verità di Zola, cammina e combatte; per il Diritto che non si arrende, e non trema.
Milano, maggio 1916