L’Illustrazione Italiana, 21 maggio 1916
24 maggio 1915!
Quando lo storico futuro segnerà le grandi date della vita italiana, egli dovrà arrestarsi dinanzi a questa, pensoso, sentendone l’importanza immensa.
Quel giorno per la prima volta la voce dell’Italia Una parlò, chiara, risoluta e tranquilla, senza reticenze né sottintesi, in faccia al mondo.
Già da un anno, da quando la guerra d’Europa s’era scatenata, il mondo attendeva quella parola, ansioso, e chiedeva quale dovesse essere; dai due gruppi di combattenti, sollecitazioni di ogni genere, pressioni più o meno larvate si volgevano di continuo all’Italia, cercavano d’interpretare il significato del suo silenzio, cercavano d’indovinare la sua parola futura.
Dal lato degli Imperi Centrali, ogni mezzo era stato adoperato. Si erano tentati, verso questa cadetta fra le grandi potenze, tutti i sistemi che si usano per persuadere i fanciulli. Le blandizie e le promesse, prima. «Qua, il cestino, pieno di dolci e di noci dorate, più o meno vuote: Il Trentino, Malta, Nizza, Tunisi, tutto, purché tu sia buona e obbediente». Poi il compatimento superiore e sdegnoso: «Va là, va là, non sarai tu, povera Italiuccia mandolinista, che spianterai la potenza titanica di Mitteleuropa». In fine, le minaccie: «Tutti questi Zeppelin, tutti questi 420, il Friuli sgombrato alla prima voce di guerra, il Lombardo veneto reso all’Austria».
L’Italia taceva.
Dal lato dell’Intesa una voce amara aveva detto: «L’Italia accorrerà coraggiosamente in aiuto del vincitore».
L’Italia taceva.
Un palpito d’attesa passava talvolta attraverso alle sue vene, dava un baleno allo sguardo, un fremito alle labbra chiuse; ma ella attendeva l’ora segnata.
E quando questa venne, – non era, no, l’ora propizia ai facili eroismi, i quali aspettano per decidersi che la sorte abbia deciso; era l’ora aspra e grigia del dubbio e della tristezza, quando più la bilancia pende ed oscilla nello spazio, paurosamente incerta – quando l’ora venne, l’Italia parlò, con quella chiarezza ragionata e dignitosa, con quella fierezza non aggressiva che sembrano retaggio di Roma.
Sì, durante trent’anni, per la pace, per risparmiare al mondo l’atroce sconvolgimento d’una lotta inaudita, noi avevamo accettato la Triplice Alleanza; per la pace, sacrificando i nostri interessi, sacrificando i nostri sentimenti più intimi e profondi – oh, Trento e Trieste, care fedeli abbandonate, a cui, non potevamo che ripetere a bassa voce: «È impossibile!» oh, martirio d’Oberdan, ricordo rovente e rosso, bruciante come una piaga! – noi avevamo tenuto scrupolosamente fede al patto giurato. Ora altri mancava a quella fede. I trattati conchiusi in nome della pace si volevano snaturare facendoli servire all’aggressione e alla violenza: i patti stretti non erano più che pezzi di carta; sul mondo dilaniato dalle stragi, si proclamava la sentenza terribile pronunciata un giorno dal principe di Bülow, il sorridente ospite di Villa delle Rose: «Chi ha più forza ha più diritto…».
Ebbene, l’Italia non poteva acconciarsi a queste massime, non poteva abdicare al suo innato senso di equità, e adattarsi a negare il diritto dei deboli; non poteva, anzi, far a meno di accorrere in loro soccorso. Tanto meglio se, difendendo la causa della giustizia, le accadeva di difendere in pari tempo la causa propria, la causa dei suoi amori e dei suoi sogni, il suo diritto e la sua gloria. Tanto meglio se, al di là della guerra, ella vedeva Trieste e Trento volgersi a lei, trasfigurate come fanciulle che attraverso a un incendio tendono le braccia alla madre; se al di là della guerra splendeva per noi il mare nostro, nostro finalmente; e l’oriente dove Roma e Venezia ci additavano la via. Né iattanze né paure; ella prendeva il suo posto nel combattimento, sapendo che la lotta sarebbe stata dura, ma certa di lottare per il bene, sicura di sé, sorridente delle oblique accuse di tradimento fatte da chi aveva voluto tradirla.
Così parlò romanamente l’Italia, or fa un anno.
Chi non ricorda le giornate ardenti nelle quali tutto il popolo d’Italia, sorto in piedi, acclamava la sua guerra? Chi non ricorda Quarto, le parole del poeta echeggianti attraverso il mondo, mentre gli eroi superstiti della grande gesta e gli eroi morti scolpiti in bronzo parevano dir insieme: «Per questo! per questo partimmo!» Chi non ricorda le inebrianti serate di Roma e di Milano, la folla che cantava e s’abbracciava per le vie, l’entusiasmo che si propagava da città a città, che slanciava la sua fioritura abbagliante attraverso il paese intero, come i festoni di rose sboccianti e fiammanti sotto il sole di maggio?
Poi i canti e gli applausi tacquero: la guerra cominciava.
E molta gente, che era piena di amor patrio e che si credeva savia e giudiziosa, crollava il capo e mormorava a bassa voce: «Ma sì; entusiasmi di un’ora, in Italia, quanti ne volete: ed anche gli impeti generosi perlina guerra d’un mese, una guerra anche sanguinosa, sì, purché rapida e scenografica. Ma una guerra come si fa adesso, una guerra di logorio e di pazienza, dove bisogna aspettare mesi e mesi per ogni risultato, dove occorre che, insieme all’esercito, anche la popolazione si sacrifichi, dove ognuno deve dare la sua opera e il suo denaro? Eh, via! Volete pretendere questa virtù da Venezia, il sublime hotel internazionale dove tutto par creato per il forestiero, dai tramonti sfolgoranti come il fondo d’oro dei mosaici, alle facciate di marmo fatte a fuselli? Volete pretenderla da Roma, da Napoli, da Firenze, i meravigliosi scrigni di bellezza di natura e d’arte, avvezzi ad aprirsi solo all’ammirazione dei tedeschi e degli inglesi? E credete che Milano, opulenta e operosa, voglia davvero interessarsi a lungo a qualche cosa che non sieno i suoi affari? Vedrete, vedrete!».
Ora, abbiamo visto; abbiamo visto il prodigio, la meraviglia stupenda che ci empie l’anima di orgogliosa commozione. Questo nostro popolo, che ama talvolta calunniarsi e deprezzarsi da sé, ha dato durante un anno uno spettacolo di concordia, di fermezza, d’abnegazione meraviglioso; le privazioni, le noie, i danni, che la guerra ha portato sono stati accettati tranquillamente, serenamente; il lavoro che essa richiede si è organizzato con rapidità e abilità esemplare; un candido esercito d’infermiere, di maestre volontarie, di distributrici è sorto a curare i feriti, a proteggere la debolezza e l’infanzia, ad aiutare fraternamente i profughi; Milano, Roma, tutte le grandi città hanno dato diecine di milioni a scopo benefico, non sono mai sazie di dare e di dare ancora; Firenze e Venezia, più duramente colpite, hanno dimostrato una forza d’animo magnifica, ci sono divenute quasi più care, come dei visi diletti idealizzati dalla sofferenza; i prestiti di guerra han dato risultati insperati; e perfino l’imposta più crudele, l’imposta del sangue, viene pagata con rassegnazione nobilissima; 1’Italia avvolge nel suo rispettoso compianto le madri e le spose vestite a gramaglia, piange con esse le vite in fiore che il destino di guerra va falciando; ma il compianto si solleva nell’orgoglio e nell’ammirazione; il dolore è portato alto, come una bandiera.
Ma orgoglio e ammirazione e tenerezza diventano in noi indicibili quando pensiamo al nostro esercito, all’opera da esso compiuta durante questo anno. Non è, la guerra d’oggi, propizia alle imprese pittoresche d’una volta, quando Solferino o il Volturno decidevano in un sol giorno del destino d’una campagna; non colpisce più a larghi colpi di sciabola, ma con un ostinato continuo roder di lima d’acciaio. Meraviglioso acciaio umano, quello di cui è composto l’esercito nostro! Non un dente si è intaccato, non una macchia di ruggine si è palesata; dopo un anno il superbo arnese di guerra è più lucente, più resistente, più agile di prima. Giorno per giorno, ora per ora, questo nostro esercito meridionale, che era logico credere e temere più nervoso e impaziente d’un altro, ha compiuto la sua opera di penetrazione instancabile e silenziosa, l’ha compiuta nel più difficile teatro di guerra, fra i candidi spettrali orrori dell’inverno alpino, riuscendo a combattere e vincere dove pareva spesso già follia il voler salire; l’ha compiuto grazie al perfetto e armonico accordo che lega l’esercito intero, dal contadino al professore, dal piemontese al siciliano e al sardo, dal fantaccino al Re vestito di grigio verde. E i risultati si veggono ormai; mentre la flotta riesce a compiere sotto gli occhi del nemico il trasporto di interi corpi d’armata, mentre i velivoli nostri si slanciano intrepidi a colpire le opere militari del nemico, decine e decine di Comuni son strappati allo straniero; cento e cinquantamila italiani sono già redenti, acquistati alla Patria; e la lima morde di continuo, e già par di sentire lo scricchiolìo decisivo delle sbarre di ferro, che parvero infrangibili e che i nostri occhi vedranno invece saltare in pezzi. Poi, ogni tanto, a metà di quest’opera paziente e meticolosa, il soldato italiano si ricorda di essere italiano, di aver, cioè, un irresistibile bisogno di genialità e di originalità un po’spavalda: e il Monte Nero è conquistato a colpi di baionetta, e la vetta del Col di Lana balza nell’aria, distrutta; e la faccia terrea della guerra di trincea si adorna e si illumina come d’un fulgido pennacchio di sangue e di fiamma.
Così la nostra guerra va, mentre ad essa il nemico non sa opporre che gli attentati contro la debolezza inerme e contro la pura bellezza, i voli micidiali sulle città indifese e i bombardamenti dei capolavori creati dal genio per l’eternità.
Che importa? Anche questo l’Italia stoicamente sopporta; e, stretta lealmente alle sue alleate, sempre più ardentemente innamorata del proprio compito di giustizia e di patriottismo, ella, dopo un anno del suo lavoro di guerra, si ferma a considerare l’opera compiuta. Un istante; poi il lavoro riprende, ed un raggio d’orgoglio e di fede illumina la fronte della Lavoratrice; poiché ella sa che l’opera sarà compiuta; e sarà bella, e sarà grande, e sarà indistruttibile.