L’Illustrazione Italiana, 21 maggio 1916
Noterelle teatrali
La fecondità di Dario Niccodemi. Una delle ragioni più elementari per le quali il nostro teatro non è ancora riuscito a competere vittoriosamente con l’importazione francese è costituita certamente dalla scarsa attività dei nostri migliori autori drammatici, troppo abituati a dormire…sugli allori.
Una commedia ogni due o tre o quattro anni le pochissime eccezioni confermano la regola è già segno sufficiente di lodevole operosità artistica nel nostro paese. In simili condizioni di inalterata consuetudine, il «fenomeno Niccodemi» il fenomeno d’un autore il quale nello spazio di poco più che sei mesi ci ha chiamato ad applaudire, si può dire senza giudicarle, tre sue commedie novissime e diversissime tra loro per invenzione, intenzione e sviluppo scenico è senza dubbio dei più singolari e bene promettitori d’una non lontana e giusta rivincita del nostro teatro indigeno. Il Niccodemi, infatti le commedie del quale, fino a due anni fa, ci giungevano tradotte dalla prima redazione francese ha ora voluto battere questo suo fortunatissimo record sotto bandiera italiana, tornando cosi, dopo un elegante detour parigino, alle sue prime e forse più sincere sorgenti d’ispirazione.
Licenziata, sullo scorcio dell’autunno passato, per una corsa a dirittura trionfale sulle maggiori platee italiane, la grazia un po’acerbamente scomposta e birichina di Scampolo – che presto avrà la non comune ventura di presentarsi a pubblici esotici in veste inglese e spagnuola – il Niccodemi, già ai primi soffi degli infidi zeffiri della primavera lombarda affidava il sapiente e robusto congegno drammatico della Nemica; e quando ancora il clamore degli applausi non s’era spento, segnava, nel Titano, con un’impronta vigorosamente sagace, un argomento che tocca il fondo della nostra sensibilità più appassionata, in queste angosciose ansie guerriere illuminate dai vividi baleni di tanti eroismi, ma spesso anche intorbidate dal limo vergognoso di piccole e grandi indegnità morali e civili.
Autore di teatro per temperamento, dialettico caldo e veemente, scaltrito in tutti gli accorgimenti e in tutti i sofismi della psicologia del palcoscenico, il Niccodemi ci ha dato, comunque, un saggio ammirevole della facile e pittoresca versatilità del suo ingegno: e se non ha superato nel nostro fedele ricordo con queste sue tre nuove commedie, dirò cosi, estemporanee l’ammirazione che avevano destato in noi i due primi atti, fortemente meditati e originalissimi, del Rifugio, e il secondo dell’Aigrette e il primo de Pescicani e de L’Ombra, ha, però, molto guadagnato, e meritamente, nella simpatia del pubblico italiano il quale, finora, non è stato con lui meno cordiale del buon pubblico milanese, tanto ingiustamente calunniato di severità.
Quando si è riusciti a vincere la sua naturale apatia, si può giurare, nove volte su dieci, di divenire il suo beniamino: ed oggi, Dario Niccodemi è, infatti, il suo beniamino.
“L’amante lontano,, di Roberto Bracco. Dopo il trionfo riportato, lo scorso anno, in tutta Italia dal profondo e geniale commediografo napoletano con la tournée di quel Piccolo santo che aveva pazientemente atteso, per più anni, la sua luminosa rivelazione, s’era acuito, seppur questo era ancora possibile l’interesse del gran pubblico per l’opera futura di Roberto Bracco: e l’opera è venuta senza il contorno di quel clamore preventivo che, da qualche anno, accompagnava fastidiosamente i così detti avvenimenti teatrali.
L’amante lontano, – una angosciosa vicenda d’amore raccolta intorno a poche figure essenziali, è stato rappresentato, alcuni giorni fa, dalla Compagnia di Emma Gramatica, al teatro Nazionale di Roma: e se ha visto declinare un po’, alla fine, improntata ad una profonda amarezza, la lietissima fortuna che aveva salutato, con accenni vittoriosi, i due primi atti, non si può dire che abbia ancora avuto un giudizio definitivo. Il caso d’un verdetto del pubblico, atto a mutare fondamentalmente le sorti d’un’opera di teatro, è tutt’altro che raro nei nostri annali drammatici, nei quali si rammentano ancora con alto stupore insuccessi clamorosi, mutati improvvisamente, per una spesso fortuita alleanza di circostanze amiche, in pienissime vittorie che hanno reso giustizia a quello spirito di combattività eh’è l’impronta dell’ingegno. La commedia fu messa in prova sullo scorcio della stagione, e questo non giovò certamente alla sua maturità di espressione interpretativa, come pure non diede agio di saggiare alle repliche quanto avesse conferito l’orgasmo della grande aspettativa nella valutazione dell’opera, la quale ci auguriamo sia per uscire dal giudizio d’appello che chiederà presto ad un altro pubblico ad ali spiegate. E pochi autori, invero, meritano, come Roberto Bracco, tutto il nostro rispetto e tutto il nostro affetto, pel costante studio e il grande amore coi quali egli ha sempre cercato di innalzare il giovane teatro italiano con veramente nobili e austeri intendimenti d’arte.