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 1916  maggio 21 Domenica calendario

La Madonna di Mamà

Il sotto-titolo dice: «romanzo del tempo della guerra», e Alfredo Panzini mantiene interamente la promessa. Protagonista, veramente, è il tempo della guerra. Per questa via, che è opposta a quella praticata da altri, l’autore giunge a dar vita estetica al presente che, come osservavo altra volta, è così difficile a diventare materia d’arte. Qui non si pretende che la vicenda reale presti elementi del suo terribile interesse alla vicenda fittizia; ma si crea invece una breve storia, perché essa sia il diaframma a traverso il quale possiamo mettere in fuoco e considerare l’immensa storia che ci circonda. E inoltre la commossa attenzione non si rivolge direttamente alla guerra, nei suoi elementi reali di combattimento e di morte; ma rimane al tempo che accompagna e contiene il fenomeno tragico. Questo felice punto di vista permette effetti estetici di prim’ordine. Non si nega, infatti, che l’azione bellica in sé considerata, non possa dar luogo a un’epopea, a una lirica, a una novellistica; infine ogni letteratura possiede tutto ciò. Ma l’interesse particolare, specifico del nostro tempo, non risiede tanto nella considerazione di fatti bellici isolati, quanto nell’esame del rapporto interposto tra quei fatti e tutti gli altri, del rapporto fra la guerra e la vita quale era, e la vita quale è. Come si è balzati dal vecchio al nuovo, che faccia ha, infine, il tempo della guerra? Ecco domande di specifico interesse, ecco l’ansietà che ha ispirato Alfredo Panzini nella concezione del suo romanzo.
Il tempo della guerra non comincia, in realtà, con la fine del luglio 1914, ma ben prima; eppure, riandando il passato, il cataclisma ci sembra sorto per sorpresa, con un balzo spaventoso fra l’ieri e l’oggi; perché v’è un giudizio oggettivo e uno soggettivo, e il loro contrasto, come spesso avviene, è anche un valore poetico. Il Panzini se ne è reso ben conto, ponendo il principio dell’azione, nel suo romanzo, qualche anno prima lo scoppiare della guerra. Così la prima parte del romanzo fa sentire più intensamente la tremenda «novità» della seconda; mentre poi questa «novità» proietta i suoi bagliori nel vecchio mondo, e scopre quali fila nascoste e ignorate legassero il vecchio al nuovo, la pace alla guerra.
La sincerità dell’ispirazione ha fatto trovare all’autore i pregi di una rara evidenza, e gli effetti di una commozione che è tanto tipica, da essere difficilmente definita. Di solito il romanziere sottopone ai suoi lettori una specie di «riordinamento» personale della vita; la vicenda può essere tragica e complessa quanto si vuole, ma per il solo fatto che essa vien posta dinanzi, staccata da chi legge come da chi ha scritto, è in certo modo chiara, ordinata e distinta. Il lettore guarda nel romanzo come da una finestra. E anche qui, naturalmente, l’artista ha sviluppato un suo piano, ha seguito un suo prima e un suo poi: ma di questo non ci accorgiamo, – tanto il piano è schematico e leggiero, – mentre sentiamo con inquietante chiarezza di essere in mezzo alla vicenda e ai personaggi. Autore, favole e lettori sono nello stesso piano; impressione strana che mi ha ricordato un certo teatrino popolare di Catania, ove attori e spettatori parevano confusi nella medesima sala, e la commozione fantastica dei personaggi faceva tutt’uno con quella del pubblico. Donde deriva questa immediatezza che certo è la dote più caratteristica del libro? Deriva dall’aver voluto ritrarre la faccia del tempo con piena sincerità, cioè non secondo una delle tante interpretazioni che già sono state fatte, riassuntive e pratiche, buone per chi comanda e chi ubbidisce, per chi combatte, chi traffica, chi aspetta, chi soffre, chi spera…Queste interpretazioni ci hanno dato varie espressioni, ma la faccia del tempo comprende quelle e ancora una infinità di possibilità: è al di sotto, è alla base.
Arrivare a tale profondità non era facile; era però altrettanto nobile.
È interessante allora indagare per quali vie la tecnica politica dell’autore è giunta a raggiungere l’intento. Non basta dire che la trama del libro è infine il pensiero comune a tutti oggi; si tratta sempre di vedere come questo pensiero ha assunto vita d’arte, si è fatto creatura – nella quale, naturalmente, lo riconosciamo. Ebbene, l’invenzione tecnica fondamentale che il Panzini ha attuato, per questo fine, è il tipo del protagonista Aquilino, giovinetto che desideroso di ignote felicità lascia la sua cittadina provinciale e va precettore in una grande città lontana, e conosce stupefacendo le raffinatezze e le bassezze di quella che si chiama «gran vita» – è esistito in tutti noi; e perciò con lui, facilmente, siamo già dentro al romanzo.
Tolte le contingenze, ognuno di noi è stato Aquilino; anima fresca e impaziente, dubitosa dinanzi all’ideale, dinanzi all’immagine della Madonna, che pure accoglieva le preghiere materne, scandolezzata nei primi contatti con quello che si credeva il mondo dei grandi, degli eletti, piegata dal primo sorriso di amorosa lusinga... Seguiamo, trepitando, Aquilino, perché sentiamo che per mezzo suo siamo tornati ad aprire gli occhi sul mondo, a vedere quello che ormai non si vedeva più per la lunga abitudine del guardare... Il tipo, infine, è classico, ha già avuto molte incarnazioni in molte letterature, non importa, è anche eterno, come è eterno il tragico incontro della fresca giovinezza con la corrotta vecchiaia. Vediamo bene – per questa via –
il mondo che successivamente fascia, e fino a un certo punto plasma Aquilino. L’ambiente sordido della cittadina, tutto inquinato di falsa egoistica pietà, e quello della casa dorata, tutto inquinato di falsa, egoistica intelligenza, si equivalgono. Sono fratelli in egoismo quel don Malfattini, prete dal freddo cuore, che rifiuta il sussidio alla povera madre di Aquilino, e il senatore professore che nel salotto di donna Barberina fa pompa del suo positivismo ateo e feroce; sono ugualmente vili il sagrestano ignorante che specula sul funerale e il commendatore influente che specula sui libri di testo... In un mondo simile la bontà viene chiamata pazzia (vi sono due pazzi, di tal genere, nel libro, che muoiono per la ferocia degli uomini, non compresi e non pianti), in un mondo simile l’amore è flirt, o desiderata, meditata vertigine dei sensi…, in un mondo simile l’educazione di un figlio – nel libro si chiama Bobby – è l’allevamento di uno scimmiottino
intelligente, maligno e vivace...
Ma la nostra esposizione critica ha già turbato l’equilibrio che è nell’arte – mentre ci ha condotto a mettere in luce un altro elemento essenziale nella tecnica di questo romanzo. Il Panzini ha fuso mirabilmente la rappresentazione e la valutazione del suo mondo; l’umorismo, spesso amaro, è compenetrato alle circostanze dalle quali trae origine. Questo avviene perché il commento sta sempre nell’analisi degli stati d’animo che i personaggi attraversano, e il più delle volte nel confronto fra l’animo di Aquilino e quanto gli altri pensano e fanno. Inoltre questi «stati d’animo «non hanno subito – nemmeno essi – un comodo riordinamento, ma sono presentati con tutto l’indefinito, il contraddittorio, l’incerto della vita vera... A un certo punto l’Autore dice di Aquilino: «I pensieri davano al giovane una sensazione di spasimo, perché ogni pensiero vagava sincero per conto proprio; si componeva, si scomponeva; ma non se ne formava un sistema, dentro cui l’anima si acquetasse». Questo corrisponde a una crisi; ma è anche il modo comune di pensare di tutti i personaggi vivi del romanzo, da cima a fondo, non solo all’apparire della guerra.
Il «tempo della guerra» ove mostra cosi i, lineamenti essenziali della sua faccia. È stato un tempo di grandissima confusione interiore, già assai prima della guerra; tutto era vero e falso, tutto discutibile e discusso, deriso ed esaltato... tutto, fuorché lo spietato culto al dio Mammone. La guerra ha reso più sensibile e dolorosa questa confusione; si sono improvvisati, è vero, degli schemi che hanno servito a raggruppare e rischiarare gli uomini; quello della forza e quello della giustizia, quello della ferocia e quello della pietà; ma ognuno che non fosse preso dal vortice dell’azione ha sentito come, pur aderendo con impeto ad uno di quegli schemi, qualcosa ancora, più nel profondo, turbinasse e chiedesse ordine, luce. La evoluzione spirituale del protagonista, di Aquilino, riassume nel libro la torbida e infocata evoluzione del nostro tempo. Fra tante incertezze di principii e di esperienze, si afferma in lui, volta per volta, sempre più saldamente, la forza dell’ideale: nelle discussioni con gli egoisti come nelle deliberazioni intorno al suo avvenire. E sembra che questo ideale non possa essere un valore puramente terreno; Aquilino ha già dei sentimenti religiosi – se non una religione – simili a quelli che facevano tanto forte sua madre semplicetta. Egli riconosce che «l’anima è soggiogata dalla paura di certi problemi», che «ogni alto sapere ha per substrato la conoscenza della morte» – e la morte vede da vicino per tre volte – riconosce la vacuità pericolosa di certa critica, («Quando si può togliere un mattone, niente vieta di togliere il resto…»), e infine nell’orientamento dinanzi alla guerra è pur Cristo che lo ispira. Sui dubbi della sua pietà ­ che era inconsapevolmente cristiana – è ancora una voce cristiana che trionfa: «Ma allora perché in Betlemme, Maria aveva elevato sugli uomini il pargoletto, salvatore del mondo? Affinché non ci fossero più quadrumani, ma umani. Allora è necessario – pensava – debellare i tedeschi, rinsavirli, ricondurli a certi principii di umanità e di pace a cui tutti avremmo diritto».
E una voce simile parla in Aquilino, quando si accommiata dalla innamorata, miss Edith, prima di partire volontario per la guerra, e le consegna in custodia la vecchia Madonna della mamma:
«Quando mamà andava in chiesa nel mese di maggio! È un bel canto, sai, quello del maggio nelle nostre chiese! Il maggio, mia madre, la Madonna, erano tre immagini che vivevano riunite qui,
 entro di me. Ma qualcosa vi mancava. Ora vi sei tu, e non manca più niente. Tienci una lampadina davanti, finché ti ricorderai di me. Io so, come te, che è una finzione. Ma che vuoi? Oggi mi pare di vedere assai lucido; e le finzioni che gli uomini hanno creato valgono più della loro realtà. Ah! Un’altra cosa ti voglio dire, perché oggi son molto eloquente: oggi mi sembra che tutti i lombrichi umani che scavano il cancro dei loro miserabili interessi, debbano scomparire, distrutti dalla fiamma del nostro sacrificio. È una illusione anche questa: ma è così bella!».
A Aquilino manca un passo solo: il credere, che quelle che egli chiama «finzioni e illusioni», costituiscono l’unica realtà.
Dovrei ora, se mi fosse concesso, soffermarmi su elementi particolari che in questo libro sono spesso gustosissimi. Dovrei rilevare la bella modellatura dei personaggi, la evidenza delle cose fra le quali si muovono, la vivezza del dialogo, la densità saporita di certi aforismi in cui si coagula un diffuso commento... Allo stesso modo sarebbe doverosa un’analisi minuta dello stile, cioè della tecnica verbale che dà vita a una così bella concezione. Dirò solo che questo stile si sente nato insieme alla concezione, da quanto si adatta bene all’ufficio suo. Il periodare è sciolto, franco, e pur sempre ha qualcosa di solidamente sostenuto che non lo fa cadere nel facilone; con certe sue variazioni che vanno da estreme dolcezze a estreme ruvidezze, rispecchia fedelmente il continuo confuso cambiamento dell’ideale e del sentire. Perfino certi accorgimenti ortografici e poi tipografici concorrono a raggiungere quell’effetto di immediatezza sul quale prima abbiamo insistito.
Il lessico è ricco, vario, e costituisce da solo uno strumento di umorismo contro il parlar difficile, imbastardito, che è in uso nel salotto di donna Barberina. V’è sapore di schietta italianità; e certe parole un po’invecchiate e inusitate, certi bernoccoli dialettali di per sé spiacevoli mi fanno pensare a quelle asperità, crepe e macchioline che rendono anche più care certe nostre vecchie maioliche faentine o pesaresi.
Queste maioliche mi vengono in mente forse anche per una certa lucentezza, compattezza e sonorità che tutto il romanzo presenta a chi l’osserva.
Alfredo Panzini, con questo libro, ci ha dato il saggio più bello e più completo della sua arte severa. Il libro si legge oggi con grandissimo interesse – è come un mettere l’anima nostra allo specchio – e si leggerà anche domani con ammirazione, per quei valori universali che esso contiene.