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 1916  maggio 14 Domenica calendario

Attorno all’altare di Sem Benelli

(Giudizi della stampa) Appena finito il giro di letture a beneficio della Croce Rossa, e licenziate le bozze di stampa dell’Altare. Sem Benelli è ripartito per il fronte. Chiuso il breve interludio di poesia, il poeta è di nuovo nell’ardore della mischia. Intanto il suo carme – alta celebrazione del sacrifizio di sangue e di vite per la patria e vaticinio de’suoi più grandi destini – corre per l’Italia, e la stampa se ne occupa in diffusi articoli. Ne riportiamo qualche giudizio:
Nella Tribuna, Santi Sagarino:
L’Altare ha un pregio grande e severo: la semplicità... In questo carme la ispirazione del Benelli è, direi quasi, platonica. Il poeta si incammina verso la contemplazione dell’Altare come un pellegrino che ha tutto vissuto e patito e si svolge al monumento sacro con lo slancio di tutta la sua anima dolente e fidente; e là, di fronte alla vittoria percossa da mille ferite, né statua né dea, eleva il suo spirito nella contemplazione dell’ideale, l’ideale che si sforza di esprimere costantemente la spiritualità profonda degli esseri e delle cose di cui il poeta ci dà due immagini concrete, la Croce e la Spada, così care agli uomini che le hanno familiari nell’attesa e nel travaglio.
Il Messaggero scrive:
Ne l’Altare – una concezione di vasto e vario respiro, che freme tutta del tumulto dell’azione, onde è sorta a turbinar nello spirito del poeta, e fiammeggia di tutte le luci che comporranno la nuova aurora della patria – Sem Benelli esalta l’ineffabile patimento eroicamente sofferto dal popolo in armi, magnifica l’alta virtù costruttrice che da questa profonda e multipla sofferenza si esprime per il trionfo dei più grandi destini d’Italia. Il dolore non immiserisce, non prostra, non sfibra. Esso fortifica, invece. Gli uomini come le nazioni. Questa prova era necessaria per l’Italia. Perché, anzi, l’Italia sia; meglio, perché cominci ad essere quello che ancora non è stata – e che solo, forse, s’illuse di essere – appariva inevitabile questo portentoso sacrificio di tutta una stirpe sull’altare insanguinato della guerra redentrice. Nel sangue e nel dolore la gente italiana ritemprerà per gli evi della pace le sue energie datrici di civiltà al mondo.
E in un altro articolo nello stesso giornale, Giuseppe Meoni:
Questo «altare» da cui s’intitola il novissimo carme di Sem Benelli non è una figurazione della fantasia del poeta. È una realtà vivente, scabra e massiccia, che ha una sua selvaggia architettura, la sua base, i suoi gradini, la sua dura pietra che s’imporpora del sangue delle vittime, le quali, al tempo istesso, sono i sacerdoti dell’augusto sacrificio. È tagliato nella roccia del Carso; anzi è il Carso intero degradante dalla valle del Vipacco sino al mare; è il Calvario dell’Italia nuova; altare e tempio insieme, la cui vôlta è il cielo; realtà di dolore e di morte oggi, ma, domani – quando il sacrificio sarà totalmente compiuto – segnacolo di vita e di giovinezza perenne.
In un ampio articolo nel Giornale d’Italia, che è un’acuta e vibrante analisi di tutto il carme, Ettore Cozzani scrive:
Per comprendere l’Altare e sentirne la sincerità tanto nella concezione e costruzione, come nello sviluppo e nell’intreccio dei particolari, bisogna comprender l’animo che lo suggerì al poeta.
Egli è partito qualche mese fa per il fronte guerreggiato, tacito e cupo, recandosi dentro al cuore un tragico groppo di pianto. Lo seguiva sempre (non gli sarà inasprita dal ricordo la piaga, or che il dolore gli s’è mutato in canto, come avviene ai poeti) una visione malinconica e lenta: un piccolo funerale sperduto, nella stupenda vastità d’un meriggio di primavera, per una solitaria strada di campagna fiancheggiata dai pini verdi e arrisa dai riflessi del mare: una piccola bara, portata a braccia da tre poeti, che recava una sua creaturina strappatagli di su le ginocchia d’un tratto come da un urto della tempesta: – un cimitero tutto fosco di cipressi nella serenità brillante di luci, – una figura di donna velata con la faccia intrisa di pallore...
Il monte basso, irto, ostile, tutto lavato dal sangue e balenante di fuoco – gli parve un altare sopra cui la giovinezza d’Italia si immolasse; sentì che sarebbe diventato un santuario per i nascituri; e vide nell’avvenire le innumerevoli schiere dei redenti risalire gli scabri sentieri recando alle tombe dei morti il consentimento e la gratitudine dei purificati dall’olocausto: e nacque in lui la visione, che è nel suo nuovo carme il principio ed il fine ed il mezzo: l’Altare.
Non dunque atteggiamento letterario di esotica derivazione, in quest’ora in cui molti giovani, ribattendo le orme dei decadenti francesi, ritrovano, nella pratica esteriore sebben secreta d’un culto, una forma di originalità che li appaga, e certo dà loro l’illusione d’esser sinceri, – ma un risoluto e spontaneo orientamento del suo spirito, per un pullular di pianto dentro il suo stesso cuore, – una chiara e necessaria visione dell’oggi e del domani in un’onda di canto tenace e caldo come un sangue che sgorghi da un’arteria recisa...
E il poeta vede e vuole sopra tutto che il popolo sia uno; il vero unico popolo; quello che soffre e che fa: studio od officina, prora od aratro, impeto o pazienza, tenebra o luce, un’infinita maestranza di liberi entro la legge del lavoro, di puri entro il cerchio di fiamma della passione più umana; una maestranza che inonderà la terra del flutto d’oro delle sue ricchezze, portante in sommo, come il mare porta le vele delle paranze crociate, il simbolo della fede e della poesia, del coraggio e della giustizia: la voce che ha punta di spada, e nell’impugnatura reca incastonata una gemma che splende ed illumina il bene ed abbarbaglia il male. – Così sia!
Il Caffaro, nel resoconto della dizione del carme a Genova, scriveva:
L’inno si è levato semplice, gagliardo, simile all’aquila che dispiega le ali. Commovente tanto da divenire atroce nelle parti in cui rispecchia la realtà spietata quale apparve al poeta, e simile al dolore represso che si muta in pianto e il pianto in canto, finché nasce dal canto la speranza. Passano come visioni le scene più tremende, i pianti, i gridi, l’impeto dell’entusiasmo, il rantolo dei moribondi, il lagno dei feriti abbandonati a morire nella notte, il semplice eroismo, il sacrificio sublime, la pietà che dai campi sanguinosi sboccia fin nell’arido cuore dei medici avvezzi alle sofferenze della carne bruta, nel cuore di coloro che vacillerebbero sotto l’immenso peso del dolore, se la pietà non distendesse su di loro le sue grandi ali di candore e di misericordia. L’inconscia ed istintiva ribellione dell’uomo agli istinti del bruto originario, ribellione che costituisce la superiorità della razza latina avvezza ad essere generosa perché usa a vincere sempre. L’eroismo fatto legge della vita quotidiana, un immenso anelito fatto di certa fede verso l’avvenire migliore. Verso il tempo in cui l’Italia più grande, più libera, più forte risalirà, piena di pia riconoscenza, i monti che oggi sono il nostro calvario. Guarderà il cielo che oggi accoglie le grida dei martiri, camminerà sulla terra conquistata nella quale l’aratro del coltivatore discoprirà le ossa dei nostri morti.
Fra tante voci di plauso non manca la nota discorde. Chi è che stona? È l’ineffabile Papini, che per dir male, e ferocemente male com’è suo costume, del carme benelliano, impiega tre fitte colonne del Resto del Carlino, nega alla patria la virtù ispiratrice di buona poesia, e disturba le ombre immortali di Tirteo, d’Orazio, del Petrarca, del Foscolo, del Leopardi... Nel fragore della battaglia sarà giunta ben fioca al poeta-soldato l’eco di questa diatriba, scritta in un tranquillo pomeriggio domenicale, nell’ora che il pacifico Papini consacra graziosa intimità ch’egli confida ai lettori incominciando l’articolo al taglio delle unghie.