L’Illustrazione Italiana, 14 maggio 1916
Primavera sulle Alpi
Avevo fatto due anni addietro la stessa strada – Le Moline, Primiero, San Martino di Castrozza – e ricordo che allora i gabellieri al confine ci fermarono per il controllo doganale e… politico: oggi, la macchina corre veloce, senza sostare davanti la «Zollamt» in cui vediamo i nostri bersaglieri. La mattinata è splendida. Mai come in questi giorni di sgelo desta meraviglia la bellezza delle Alpi. Tra le gibbosità del terreno appare la roccia nella colorazione segmentata degli strati lucenti al sole; e dall’alto balzano le cascate, giù, senza freno, di pietra in pietra, per perdersi colle altre acque gorgoglianti nella vallata ridente. Qualche dolcezza di declivio, qualche triangolo di terra arata, e poi erte cime acute e rossigne, ove la vegetazione si sbizzarrisce in un intreccio di radici vellose, di tronchi ritorti e fronzuti fra le selve d’abeti. Qualche passerella gettata nei punti più difficili appare come sospesa nel vuoto. Comincia ora una incassata, ove si notano dei blocchi di granito trentino. Le pareti scendono a picco per una profondità in cui guardando si è presi dalla vertigine, e ove ogni grido lanciato è inghiottito dallo strepito del torrente. A destra e a sinistra, dalla maestra si diramano altre strade, serpeggianti per il pendio, che si biforcano in sentieri, finiscono in fratture ove solamente le capre potrebbero arrampicarsi. Di là sono passati anche i nostri soldati! Non c’è ostacolo a cui non si sia reso facile l’accesso per occupare una posizione tatticamente importante. E le nostre truppe vivono difendendosi dai rigori del clima con la costruzione di baraccamenti ov’è stato possibile annettere anche le cucine, provvedendo così direttamente ai posti più avanzati il rancio caldo – entro casse di cottura – che funzionano come veri e propri thermos. Ad una svolta, parte della strada è ancora ingombra da una valanga caduta quando si aspettavano i primi tepori del marzo. La primavera si è annunciata con araldo di morte. I nostri dovevano temere il cattivo tempo più del nemico: e la notte i torrenti si gonfiavano, cadevano le valanghe di neve con uno schianto rabbioso, cogliendo nel sonno, uccidendo senza lotta, senza sangue, a tradimento. La visione impressionante si cancella alla dolcezza della vallata. Corriamo lungo il Cismon. Sugli alberi, sulle siepi, il verde tenue della prima fioritura, e qualche farfalla svolazzante, qualche trillo isolato di passeri tra i rami. La vallata ha una strozzatura; si passa nella gola stretta dove il vento rugge selvaggio: in alto, nel sole tremula un ciuffo d’erbe, e dai crepacci viene uno strido acuto: poi sopra di noi un volo largo, volo di aquila. La valle s’allarga; improvvisamente nel sereno splendono le Dolomiti: sono le cime del Sass Maor. Sulla strada diritta, vediamo i territoriali conducenti i muli a guinzaglio, in una interminabile colonna. Primiero ride gaia al sole. Attraversiamo il paese chiaro, raccolto, pulito, per correre verso San Martino di Castrozza. Sulla strada sono rovesciate le tabelle con la scritta: K. und K. strasse –, ma è veramente strada imperiale questa, fiancheggiata di abeti fino a San Martino, ove s’inoltra nei valloni insidiosi da cui snideremo il nemico per ricacciarlo indietro ancora. A San Martino è uno spettacolo desolante. L’Hôtel des Alpes, l’Hôtel des Roses, il Dolomiten Hôtel che nella stagione estiva avevo visti animati ed eleganti, sono ora un mucchio di rovine, completamente distrutte dall’incendio.
È tornata la primavera ma non giungono ospiti, non ascoltano più gli ufficiali austriaci rigidi e impettiti i valzer delle operette viennesi nelle haltes degli alberghi. Di contro alla bellezza della natura i loro soldati hanno lasciato monumenti di delitti: scheletri di pietra che mostrano al sole le loro membra annerite. I nostri invece lasciano un segno di pietà al compagno d’arme caduto. E si vedono sulle Alpi, qua e là, croci solitarie, piccoli cimiteri ove crescono i pallidi fiori della neve, umili e semplici, come questi eroi senza nome, avvolti nella giubba intrisa di sangue e di mota che è il sudario della loro sepoltura, consacranti il suolo su cui il nemico non passerà più per rivolgere le sue orme contro di noi.