L’Illustrazione Italiana, 7 maggio 1916
Il sogno del sottotenente
Uno dei primi bollettini di giugno lo aveva nominato sottotenente e destinato al 222° fanteria. Ancora prima che la guerra scoppiasse, l’allievo di Modena sapeva dell’anticipo di quasi un anno nella promozione a ufficiale: ma ora la sua nomina veramente avvenuta, il suo nome veramente stampato sul giornale militare lo stupivano come una bella sorpresa; un’ansia profonda gli chiudeva e nello stesso tempo gli allargava il cuore.
Aveva diciannove anni e quattro mesi il nuovo sottotenente, che dalla scuola passava al reggimento, a guerra appena scoppiata: un principio di carriera militare veramente straordinario. Bene sotto ogni riguardo: subito aveva riscosse quasi quattrocento lire di entrata in campagna; contemporaneamente un vaglia di cinquecento lire gli era arrivato dal suo tutore. Poiché il sottotenente del 222° fanteria era da dieci anni orfano di madre e da cinque anche del padre. Lo aveva in tutela un ricco signore che era stato protettore amico del suo povero babbo, e di riflesso il pupillo – che pure si era deciso alla carriera militare per guadagnar presto – qualche volta si credeva ricco anche lui.
Di famiglia viva non aveva che due sorelline, più giovani, che studiavano in un collegio semiconventuale da cui non uscivano nemmeno per le vacanze d’estate. Il fratello voleva loro un gran bene ma non poteva dire veramente di conoscerle: attraverso le letterine stilizzate che gli scrivevano a turno, le loro vere immagini svanivano sempre più in una pallida uniformità monacale.
Con la nomina ebbe tre giorni di licenza, ma a salutar le sorelle aspettò il terzo per via dell’uniforme che non era ancora pronta: voleva che il bacio dell’addio le sorelle lo dessero all’ufficiale oltre che al fratello. Il terzo giorno tutto fu in ordine: l’uniforme
grigio-verde tornava a pennello, la sciabola era brunita, la «Glisenti» era stata provata: tutte le piccole comodità che completano la tenuta da campagna erano state provviste senza risparmio, secondo le indicazioni più sperimentate dell’«Unione militare». Il sottotenente del 222° fanteria si sentì bello – brutto non era – e anche forte – lui così sottile che alla scuola di Modena avevano stentato ad ammetterlo per deficienza di torace; bello e forte, perciò felice.
Andò dunque a trovar le sorelle in collegio, sapendo di dover affrontare un difficile momento di commozione, ma si sentì il cuore di superarlo bene; era in vena di dar coraggio agli altri, tanto ne sentiva per sé. E alle sorelle che lo ricevettero con occhi meravigliati – nel parlatorio, presente la Direttrice, una magra di una magrezza dispettosa – non fece misteri: disse subito che partiva per il fronte. Nina, la maggiore, lo stava ad ascoltare zitta, come presa da una gran soggezione: nel sorriso volubile di Pia, la seconda, si poteva riconoscere come un riso convulso. Ma il sottotenente aveva così piena l’anima del suo grande destino che poco poteva scorgere nell’anima altrui. La parola – il fronte – ritornava ogni momento nel suo discorso: una parola piena di calore e di baldanza che lo inebriava.
La Direttrice magra conchiuse presto il colloquio di parole sconnesse, di raccomandazioni vaghe, di promesse incerte, con un discorsetto ispirato che evidentemente le pareva fatica ritardare. Terminava:
– Le vostre sorelle sono qui, nell’asilo della pace e della preghiera. Andate dunque forte e sereno. E ritornate, con l’aiuto di Dio, vittorioso.
– E presto, – aggiunse la Pia.
Dopo di che il sottotenente abbracciò le sorelle: sempre padrone di sé, anche quando la Pia gli si avviticchiò stretta in un abbraccio di disperazione.
E via, verso il fronte, con l’uniforme nuova, con la cassetta d’ordinanza piena di tutti i comodi, con l’anima anche nuova e il cuore gonfio di attesa; come ad una festa di sogno che, per entrarci con la realtà della nostra povera vita, ci voglia un duro sforzo; ma quando ci siamo entrati… Come si chiama la realtà che è dentro a quel sogno? Sì, la gloria.
In viaggio, il sottotenente del 222° fanteria cominciò a guardare dentro il suo sogno.
Continuava a dilatargli le vene un’eccitazione dolce e tepida che gli faceva leggera la persona. Ma viaggiando tra borghesi – con i borghesi sapeva di non dover parlare – e a tendine calate, aveva tempo e modo di concentrarsi. La guerra, lo stupore, il miracolo cominciavano anche per lui a uscire dall’astrattezza della prima impressione; ma il concreto pareva confermare la grandiosa bellezza dell’astratto.
Ora sapeva da che parte del fronte era il suo reggimento: sull’Isonzo poiché il suo foglio di viaggio lo avviava a Cormons: subito in un paese d’oltre confine: bene. E anche il numero del reggimento, così alto, pareva promettergli un destino eccezionale. E il sottotenente del 222° sognò l’inevitabile sogno di tutti i subalterni che vanno alla guerra: il momento in cui la decisione dell’enorme battaglia veniva a concentrarsi nel suo reparto e che proprio alla sua compagnia, al suo plotone, a lui che lo conduceva toccava risolvere l’ultimo nodo del destino. Si vedeva in un campo che gli pareva già di riconoscere in ogni zolla, in ogni cespuglio: davanti nulla, ma in quel nulla c’era un ostacolo misterioso che gli altri non riuscivano a rompere; e lui vi correva incontro, a quel vuoto terribile, e ad ogni passo che faceva in avanti sentiva che l’ostacolo si disfaceva; e correva ancora, con il cuore in gola, urlando: – Savoia! Savoia! Italia! A un tratto non vedeva più davanti a sé terra e alberi: il campo svaniva in un cielo infinito che assorbiva i suoi urli e i tonfi delle granate: queste invece che intorno gli pareva di sentirsele scoppiare nel cervello. Ma lui continuava a correre, sempre più leggero, come volasse in aria, mentre una musica divina accompagnava la sua carica, fino a un momento – a che altezza da terra era arrivato? – che si fermava di botto. Oramai non vedeva più che cielo e non sentiva che musica. Era la gloria intera, attinta di colpo. La sua vita era come un proiettile fermo al colmo della sua parabola, nell’istante che è più vicino al sole.
A Mestre il sottotenente dovette scendere perché il suo treno non aveva coincidenza. Era notte fatta e pioveva. Si rintanò in un alberguccio e si sforzò di addormentarsi. Non ci riuscì subito: gli veniva fatto di tender l’orecchio al buio scrosciante d’acqua come se potesse già percepirvi l’eco del cannone. Nulla, naturalmente, fuori che la gran pioggia desolata.
Ed ebbe, così solo, quasi paura, non del fuoco austriaco, ma di qualche altra minaccia più profonda che fosse nella oscurità. Ora il fronte gli suscitava l’immagine di una linea misteriosa, di una zona opaca che vuole restringersi e che, se non si riesce subito a squarciarla, invade come un’ombra di eclissi paesi, provincie, li copre di una caligine spessa da cui non si può più uscir fuori. La guerra? La patria? La gloria? Non distingueva più bene il sottotenente tra le sue immagini e, a furia di non distinguere, in grazia dei suoi venti anni non compiuti, si addormentò.
La mattina dopo pioveva ancora, ma meno rabbiosamente: sotto la nuvolaglia attenuata si sentiva il cielo fecondo della primavera. Ristorato, il sottotenente si compiacque d’essere dov’era e giurò a sé stesso di avere del fegato quanto ne può avere un sottotenente. Ammise di non possedere forse tutte le qualità di un subalterno perfetto, per mancanza di pratica; previde qualche imbarazzo i primi giorni quando avrebbe dovuto comandare il plotone – forse anche la compagnia – ma a tutto avrebbe rimediato quel suo fegato eccellente. O non era un buon segno che, quanto più si avvicinava al fronte, tanto meglio si sentiva, sempre più a posto. Tanto, ritornare o restarci è questione di destino.
E il suo destino pareva, a esaminarlo, impostato proprio bene. Tra le altre la nomina gli era arrivata di venerdì e, alla partenza, gli era venuto fatto di salire in treno – senza pensarci, se no non conta nulla – col piede sinistro. Poteva dunque andar sicuro, quasi sicuro, di ritornare con onore e di riportarne anche il nastrino azzurro della medaglia al valore pagandolo al più con una ferita intelligente. Anzi alla ferita – intelligente, è sottinteso – ci teneva. C’era a Modena una signorina, di cui non era fidanzato ma che di nascosto gli aveva regalato un brelocchino con una ciocca dei suoi capelli castani – lo teneva appeso al braccialetto dell’orologio –; per la famiglia della signorina, che ora brontolava, quella ferita poteva esser decisiva, specialmente se accompagnata da una promozione. Coraggio e fede, sottotenente di nuova nomina; per poco che duri la guerra è garantito che ritorni tenente, forse capitano; e poi vai alla scuola di guerra e, con l’aquila dello stato maggiore sul berretto, la farai anche dopo la tua carriera, su, su, fino agli alti gradi: bel generale appena brizzolato, fiero sul busto, decorato di due file di nastrini. Ma chi te l’avrebbe presagito, povero orfano entrato alla scuola militare per guadagnar presto, un così straordinario inizio di carriera, con una gran guerra, la più grande, la sola grande che l’Italia ha combattuta?
Ad una stazione, da un treno fermo, da cui si affacciavano teste, berretti, baschi, rami infiorati, veniva un coro che ad ogni strofa chiudeva grave e minaccioso:
Si schiaccia l’Austria o non si torna più.
Il sottotenente del 222° fanteria non trovò di suo gusto quel dilemma: la seconda parte gli parve di cattivo augurio, e balzò al finestrino, gridando:
– Ma, per Dio, siamo appunto qui per schiacciarla.
Gli rispose un vocio di applausi confusi e di – abbasso l’Austria! – e un nuovo inno s’intonò fra i cantori pigiati nei vagoni:
Col capestro, col capestro d’Oberdan…
E il sottotenente attaccò anche lui l’inno italiano che giura all’imperatore nemico la sua fine degna; e ne ebbe il cuore consolato.
Arrivò a Cormons che si credeva ancora al di qua del confine. Il treno ci si fermava come si sarebbe fermato a qualunque altra
stazione per riprendere la corsa in avanti: i binari luccicavano a perdita d’occhio sull’argine, e oltre la ferrovia tutto pareva in ordine, calmo, fino all’orizzonte chiuso da una linea di colline chiare nel sereno vibrante: poiché ora il cielo era tutto sereno e l’aria vibrava di luce, come deve, di giugno in Italia. Nella stazione e fuori – un piazzaletto alberato – il movimento di mobilitazione come da per tutto: autocarri, traini, prolunghe, motociclette, cavalli; un moto di cose gravi nell’ingombro che sapeva di benzina e di stallatico.
Scendendo, il sottotenente era specialmente preoccupato per la sua cassetta d’ordinanza – per la lunghezza veramente un po’fuori di ordinanza – che non sapeva come e dove mettere a posto. Ma un soldato finì col prendergliela e, con la cassetta in spalla, fargli strada, per un viale, al centro del paese, al comando di tappa. II paese aveva un’aria di festa con tante bandiere tricolori a tante finestre, con le botteghe accalcate di soldati che parevano piuttosto in licenza che alla guerra. Il sottotenente si domandava, quasi deluso, dov’era che cominciava il fronte: nemmeno un colpo di cannone ancora.
Al comando di tappa – in un ufficio che prima era stato, come resultava dall’insegna non cancellata, un’osteria con giuoco di bocce – gli dette poco ascolto un capitano della riserva che sudava. Lettogli il foglio di viaggio, gli disse:
– Sta bene, lei raggiungerà il suo reggimento a Dobra.
– È lontano?
– E se anche fosse? Ma non ci sono che due ore di marcia.
– E la cassetta come faccio a portarla?
– Si arrangi.
E il capitano che sudava si rivolse a un altro postulante. Il sottotenente novellino sarebbe rimasto maluccio, quantunque nel superiore impaziente riconoscesse quello stile risoluto che egli, buon allievo di Modena, si era proposto di ammirare come modello di stile militare e di imitarlo anche a suo tempo. Ma gli si avvicinò un collega, un sottotenente di sussistenza, desideroso, a quanto pareva, di fargli da cicerone. Pratico, il collega di sussistenza gli dette subito un buon consiglio:
– Degli autocarri che vanno in su ne passano ogni momento: tu sali sul primo che capita... Ma, prima, bai fatto colazione?
– No.
– Allora falla. Al reggimento basta che ti presenti in serata…
Combinarono di far colazione insieme e il sottotenente del 222° ne fu contentissimo: in quel momento, chi sa perché, sentiva bisogno di non star solo. E con il collega di sussistenza entrò alla trattoria del «Cervo bianco»: una sala zeppa di militari affamati e vocianti ai tavolini continuamente riapparecchiati, fra cui passavano, rapide e sorridenti fra i pizzicotti, le ragazze che servivano. A furia di gomiti si trovarono seduti anche loro e mangiarono come poterono; il collega pratico si serviva così: prendendo dalle mani della cameriera più vicina la porzione destinata a qualche avventore lontano; la ragazza protestava e l’ufficiale la placava con un ganascino. Il sottotenente del 222° sorrideva di un sorriso che non voleva parer punto nervoso.
Il collega di sussistenza, tra le fatiche che gli costava la conquista del desinare, trovava anche il modo di tenere dei discorsi istruttivi:
– Come sei elegante! Ce la rivedremo fra qualche giorno codesta uniforme così carina… Oh! dico così per dire... Meglio due buchi nel berretto che uno solo in testa.
– Ma che credi che il reggimento entri in azione subito?
– Chi lo sa? Però visto che ti hanno fatto venir qui...
– Qui veramente non si direbbe di essere al fronte. Nemmeno una cannonata
– Oggi infatti stanno zitti. Ma si faranno sentire, non dubitare...
– Sono vicini gli Austriaci?
– Non aver paura, qui non ritornano più...
– Dicevo così perché credevo di veder finalmente qualche segno della guerra.
– Lo sai tu che cos’è una guerra moderna? Tu pensa a campare e... tòccati.
E l’ufficiale di sussistenza si toccò, con il pollice e l’indice, le stellette del bavero, seriamente.
Quel parlare ambiguo sollevò nel sottotenente del 222° una certa agitazione che avrebbe voluto calmarsi provocando delle risposte rassicuranti, se non lo avesse trattenuto un ritegno in cui c’era della disciplina militare e anche del semplice pudore borghese. E riparlando di cose indifferenti arrivarono al momento del conto che 1’ufficiale di amministrazione si lasciò pagare anche per la parte sua: dopo di che si separarono e, separandosi, il partente ebbe dall’altro gli auguri di circostanza ma anche un’occhiata troppo fissa, che gli seccò: sotto l’intenzione augurale credette di leggerci una specie di commiserazione quasi offensiva. Un’ala fredda gli sfiorò un momento l’anima.
Un momento appena: fuori, nel sole, nella polvere, nel movimento ingombrante ma regolare di uomini e di materiali, tra le case quasi cittadine del paese, la guerra pareva così poco minacciosa che il sottotenente si sentiva umiliato di restarci dell’altro: non vedeva l’ora di trovare il camion, di uscire all’aperto, a vedere, a sentire qualche cosa. Che cosa? Tante cose. Avrebbe visto anche il suo primo morto: un incontro a cui aveva pensato più volte, specialmente quando voleva non pensarci. Si sa, la guerra si fa anche con i morti. Ma il primo, quello che si incontra dove meno ci si aspetta, nel campo in cui si è entrati per cogliere un frutto, e che ci fa arretrare sgomenti di una pietà in cui c’è anche dello schifo? L’idea dell’incontro inevitabile minacciò di fissarsi nel cervello del sottotenente: una curiosità macabra alzava il velo steso della ripugnanza e si sforzava di riconoscere la faccia putrida del povero sconosciuto. Come sarebbe stato? Chi? perché proprio quello?
Lo scosse dalla meditazione l’urto di un oggetto pesante contro il fianco: un secchio d’acqua appeso ad una stanga che una ragazza portava sulle spalle, come un giogo in bilico.
– No la go minga bagnado, sior? – chiese una voce tra compunta e canzonatoria.
L’ufficiale ammirò la ragazza che si era fermata famigliarmente: due dolci occhi punto ritrosi, una bocca fresca, una corporatura
solida e prosperosa. Non poté tacerle la sua ammirazione:
– Non può far male una ragazza bella come voi.
– I me lo dixi tuti che son bela…
Fu la risposta della bella che si allontanò lentamente dondolando l’anca, e si svoltò a sorridergli ancora una volta. Il sottotenente fece uno sforzo per non seguirla. Ma doveva restar lì ad aspettare l’autocarro che lo portasse a Dobra.
Ne passò uno, carico di botti, disposto a caricare anche lui: c’era da empirne ancora una d’acqua e poi sarebbero partiti. Il sottotenente si acconciò a quest’altro ritardo come a una volontà del destino, e assistette alla manovra sforzandosi di parer lui quello che la dirigeva.
I conducenti pomparono l’acqua con tutta calma, indifferenti all’attitudine inquieta del superiore del quale non parevano fare gran caso. I due conducenti erano due soldati anziani, di quelli capaci di tenere a bada un tenente colonnello non che un sottotenente. Ci volle quasi un’ora prima che si dichiarassero pronti. Finalmente, messa a posto con cura affettuosa la importante cassetta d’ordinanza, il sottotenente del 222° poté salire sul camion tra il conducente e il meccanico; ma il suo cuore fu quello del guerriero antico che saliva in arcione. Ecco, la guerra stava per prenderlo veramente nel suo gorgo misterioso.
Gorgo di luce e di bellezza apparve al sottotenente, appena uscito dal paese. La strada rasentava il colle frondoso di un verde denso e lucido, poi, piegando a sinistra. lo saliva e si nascondeva in una gola incassata fra due spalti di boscaglia, sotto una cappelletta candida. Egli non badava più ai traini in mezzo alla strada, alle sentinelle lungo i cigli. Gli pareva d’essere in carrozza per una scampagnata. Com’era bella quell’Italia nuova! Com’era giusto che per riaverla si facesse la guerra! E la guerra stessa com’era bella e sana!
Oltre la gola la strada girava in arco sotto altre colline, sempre più verdi. punteggiate di villaggi candidi. In faccia, oltre l’ondulamento delle colline, lunghe groppe di monti azzurri; sulla destra, il piano aperto e scintillante. La valle dell’Isonzo? Certo. E le linee austriache? Niente che le rivelasse. O sì: sulle colline più lontane, oltre il piano, oltre il fiume, proprio sugli orli ogni tanto delle fumate oscure. Scoppi di granate, ma senza rumore, lontanissimi e dalla parte opposta a quella a cui correva l’autocarro. Poi qualche colpo gli parve di distinguerlo non ostante il ronzio stridente del motore, ma non era sicuro: parevano dei piccoli petardi innocui: così poca cosa nella vastità sorridente del paesaggio.
Il meccanico intanto si era messo a guardare in su e il compagno gli chiese:
– L’areoplano?
– Sì.
Il sottotenente durò fatica a scorgere contro luce un insetto nero che filava con volo rigido. Delle nuvolette bianche ogni tanto gli fiorivano intorno. Ma insetto e nuvolette, così alte, parevano un giuoco. Nessuno si scomponeva, e non si scompose nemmeno il sottotenente che vedeva per la prima volta lo spettacolo.
Ora attirava la sua attenzione, sempre più tesa, un pallone giallastro a salsiccia, con una punta in su, librato sulla sua destra: un drachen. Anche quello aveva l’aria di sentirsi così sicuro mentre guardava quel piano in cui apparentemente non succedeva nulla e che era forse un campo di battaglia. Ad un tratto il sottotenente vide una nuvoletta aprirsi sotto il drachen, una nuvoletta gialliccia e rossiccia: non si era ancora dissipata che se ne formò un’altra, più vicina: del secondo shrapnell sentì anche lo scoppio, che gli parve debole come il tonfetto di una bomba di carta. Un vero spettacolo pirotecnico, senza colori, per via del sole, in cui pareva impossibile ci fosse qualche cosa di pericoloso. Avrebbe voluto che l’autocarro si fermasse, per goderselo meglio. Invece il conducente sforzò la velocità e mormorò all’ufficiale e al compagno:
– Una granata.
Lui non se n’era accorto. Ma la seconda, un minuto dopo, la sentì. Sentì come il ronzio di un’automobile lontana, ma che venisse con la velocità di una meteora invisibile, in cielo: poi un tonfo sordo di pentola frantumata. Il sottotenente del 222° non riuscì ad aver paura: era qualche cosa che passava e finiva nel mistero dell’aria. Un altro fischio ancora: come uno strappo lungo e rapidissimo ad una tela insaldata, ma senza tonfo.
– Non è scoppiata – fece il meccanico.
Ma il conducente fermò all’improvviso la macchina esaltò giù di botto; l’altro soldato lo imitò.
– Si ripari, tenente, tirano sulla strada.
Il sottotenente restò lì: guardava il drachen immobile, voleva richiamare i soldati, scendere anche lui; non si raccapezzava. Questa volta, quasi senza ronzio, la granata scoppiò sotto la strada: uno schianto sordo, un nuvolo nero e nel nuvolo lo sfrigolio delle scheggie.
Allora anche il sottotenente saltò giù dall’autocarro, senza saper che potesse fare: si dette a chiamare i soldati che non vedeva più, si lanciò a corsa per la strada che intravvide infinita senza svolte e senza case. Gli passò accanto, rapidissima, una motocicletta. Tornò indietro correndo, si riparò per istinto dietro l’autocarro abbandonato. La quinta granata scoppiando sulla strada, coprì col suo tonfo l’urlo del sottotenente a cui una grossa scheggia schiantava il cranio.
Sul tramonto un’ambulanza venne a prenderne il cadavere. Somigliava quello di un suicida buttatosi dall’alto, il sottotenente precipitato dal sogno. Fu ripresa anche la cassetta d’ordinanza, lucida, nuova: e il soldato che la riportava pareva che portasse in spalla la bara di un fanciullo.