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 1916  maggio 07 Domenica calendario

Alfredo Panzini a Renato Serra

Appena finita di pubblicare nell’Illustrazione Italiana, La Madonna di Mamà esce in volume. Romanzo di giovinezza e d’inquietudine spirituale, Alfredo Panzini lo ha dedicato alla memoria d’un giovane che fu un alto spirito inquieto, Renato Serra, lo scrittore di vivido ingegno, che prima di partire per la guerra – nella quale doveva cadere tra i primi – licenziava quel tormentato e profondo Esame di coscienza di un letterato, ultima voce d’un’ansiosa giovinezza, che rimase come il suo testamento spirituale. Il Panzini amava come figliolo Renato Serra, e ha scritto nel nome di lui una pagina di rievocazione commossa e di semplice elevazione. I nostri lettori, ch’ebbero la primizia del romanzo, ameranno conoscere anche quest’affettuosa dedicatoria.
 

A Renato Serra

Noi ci conoscemmo di persona, la prima volta, a Bellària. «Lei chi è?» domandai. Io stavo sdraiato all’ombra di quella mia disgraziata casa, quando, riscosso ai lievi passi sull’erba, domandai:
«Lei chi è?»
«Io sono Renato Serra».
E allora guardai. Diritto, luminoso, puro: coi sàndali ai piedi nudi come di peregrino. Non mai il mattino d’estate, il mare in pace, il canto grande delle cicale mi parvero circondare più nobile creatura giovane. Tu, o Renato, sorridevi a me di un indefinibile sorriso, ove era insieme timidezza e ironia.
E mi ricordo che, nei frequenti colloqui di poi, lungo la riva del mare, io ti rimproveravo di consumare la giovinezza in quell’oscura tua città di Cesena; e tu pur sorridevi... Ora ripenso a quei colloqui lontani, alle tue parole; le quali certamente erano singolari per un giovane, ma più che per sé, erano singolari perché spaziavano in un’atmosfera meravigliosa di elevazione.
E più che le parole, ho in mente la tua figura forte e il tuo passo andante lungo la riva del mare: le onde azzurre si venivano umilmente a smorzare su le arene, come ricamandoti innanzi la via; e i grandi corpi delle donne, distese su la sabbia, entro gli accappatoi, volgevano verso di noi gli occhi indolenti.
«Perché andare così in fretta, Renato? perché non starcene così indolenti anche noi al sole e spremere qualche grappolo che la fresca vite pur matura agli uomini?».
Oh, tu eri ben avviato a piè scalzo, Renato Serra! tu ben camminavi espedito ben fuori della tua oscura città, gettando via ogni mondano impedimento. Tu eri avviato verso una immota verità, tu camminavi verso la morte.
Certamente, o Renato, tu, colpito nelle tempie da palla austriaca sul monte Podgora, il 20 luglio 1915, sei fra i grandi morti per la Patria, ma più specialmente tu a me appari morto per non so quale alta predestinazione.
Ora, quest’agosto, a Bellària, aprivo la finestra prima che si levasse il sole.
La finestra dà sul mare verso l’oriente: tutto il ricamo delle stelle ardeva ancora: poi quella luce azzurrina schiariva: poi la palpèbra del sole si apriva. Un’ebbrezza sino alle lagrime: e su le acque, senza più vele, mi pareva di vedere la nave dei liberati dalla servitù dell’Egitto. Un mio piccolo fanciullo, che già tempo sollazzava su questa spiaggia, era con te, o Renato; la cara madre mia era con te in quella nave. E non sentivo tristezza per i morti, né inerzia. Avevo l’impressione di essere come il fringuello cieco, che pur disperatamente canta.
In quei mattini d’estate fu proseguito questo romanzo senza pensiero di letteratura e mi pareva di fartene lettura di qualche passo, come era intervenuto altre volte quando tu eri in vita. Così durava l’incanto finché il sole mi investiva tutto sul capezzale, e la voce degli uomini allora si destava: e spesso si inquadrava nella finestra a terreno la pescivèndola bellariese. Una bella ragazza in verità: scalza e pomposa giovinetta, che vestiva tricolore! Bernuss rosso di velo, alitante su le carni, un velo verde in testa e un gonnellino bianco: Vol è pess?
Così si è formato questo libro. Libro, nato di me solo e non di donna, nato con dolore: porta il bel nome di lui, e con lui il nome degli altri, morti per difendere la umana Pietà, morti per la più vera Verità, per la più pura Bellezza della vita, cioè per la patria più grande, per la conquista di più giusto impero.