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 1916  maggio 07 Domenica calendario

L’Austria in guerra

E sempre libri di guerra! La quale poiché dura e durerà né ancora si vede come e quando abbia a finire, importa guardare alle date, e non di anni, ma di mesi. Queste pagine furono scritte fra il maggio e il giugno 1915, quando la guerra volgeva per l’Austria assai peggio che non ora: ma l’Austria non era ancora diventata un sottinteso della Germania, quale oggi pare. Pare, badiamo: e non precipitiamo. Nel momento che io scrivo la Germania pare che serva all’Austria. Respice e fìnem.
Son descrizioni e quadretti e macchiette e scenette, conversazioni, chiacchiericci, aneddoti, richiami storici, riflessioni fugaci, considerazioni larghe e approfondite del presente, del passato e, prudentemente, del futuro, che si susseguono, si rincalzano, si accavallano, si completano e si confondono: un po’caotico il tutto – come la materia, il paese, il momento e le povere teste nostre in questa atroce tregenda – ma pieno di vivezza, di sapore, di conoscenza, così da darci una visione, se non chiara e distinta, che non può essere, sufficiente tuttavia dello stato psichico (non vorrei dire morale) più ancora che dello stato materiale, di quel conglomerato vario di uomini diversi e talora avversi (avversi sempre a noi) che si chiama l’Austria – dopo dieci mesi di guerra europea, alla vigilia della nostra scesa in campo.
Bene osserva il Pettinato che i moltissimi in Italia che han studiato l’Austria, in questi anni, han preso unicamente le mosse dal quesito alquanto specioso: perché l’Austria deve morire? figli invece si è posto semplicemente quest’altro: perché l’Austria non è ancora morta?
C’è anzitutto una concezione ultra-ottimistica e trascendentale che non va trascurata.
Ricordo, molt’anni fa, a Torino, un barone russo-tedesco dell’Estonia, medico, nichilista, profugo, poliglotta, egregia persona, che era entusiasta d’un uomo, Garibaldi, e di uno Stato, l’Impero austriaco!, appunto perché fondato su tutt’altro che il principio di nazionalità. Io lo giudicavo, come era del resto, un bizzarro stravagante. Ma è bene si sappia, in Italia, che c’è degli altri che la pensano così, e il Pettinato ne ha trovati a Vienna ed altrove. L’Austria, dicono, offre al mondo un saggio di quel che un dì saranno gli Stati Uniti d’Europa: è l’orto sperimentale dell’avvenire. V’ha chi aggiunge: l’Austria è liberale perché lascia che tutte le razze gridino con la voce dei loro deputati: è democratica, perché ha il suffragio universale. E conclude: lasciarli sfogare tutti, e poi si tengon chiuse le Camere e finiscono le liti, regna il silenzio e la calma, pur in tempi come questi, e tutti obbediscono. C’è l’esercito, c’è la polizia...
Dunque, altro che morire, l’Austria! Vivere e insegnare a vivere all’Europa.
Ma è pur facile rovesciare la medaglia: domandatene agli Italiani, ai Romeni dell’Ungheria, ai Serbi, ai Ceki, un po’a tutti: domandatene alle forche, supremo strumento e cemento della felicissima unione monarchica asburghese. Che Dio ci scampi dagli Stati Uniti d’Europa su di un tale modello!
Sta in fatto che l’Austria è uscita a salvamento dalle più dure batoste, ha sopportato ammaccature, piaghe, amputazioni ed è tornata a ricrescere: basta ricordarla dopo Napoleone, più pesante,
più preponderante, più Austria che mai.
E anche or ora, da quando la visitò il Pettinato... ma respice finem.
V’ha forse un patriottismo austriaco, che supera ogni fortuna?
Qualche traccia può trovarsi a Vienna e nelle parti tedesche dell’Impero, ma, occhio al pangermanismo! (Il quale si contenta ora della subordinazione alla Germania?) È un patriottismo casalingo, umile, docile: quello delle buone massaie viennesi, che il Pettinato ci schizza, le quali, disperate nel fare la spesa giornaliera, si consolano esclamando: Il nostro caro Imperatore! È il patriottismo pio e feroce dei Tirolesi, fatto di Imperatore e Papa. Quello dei funzionari è fatto di abitudine morale e mentale e di paga: quello degli altissimi papaveri... mah! Il più comune è quello dei moltissimi d’ogni razza che si affidano e si rassegnano, in ogni caso, alle provvidenze e alle violenze del Governo, ossia della gran macchina burocratico-poliziesca, che gira gira, perché ha sempre girato, e vigila su tutto, e arriva dappertutto, e lega tutto e tutti, e tutti obbediscono, perché han sempre obbedito, e fa bene e fa male e illude e inganna e sforza e fa tacere; ma al male si rimedierà, col tempo e con la Provvidenza che è tanto grande, e le brutture, che son molte, e il sangue e la corda si laveranno con l’acqua santa. La sacrestia e il confessionale sono della partita.
C’é bene un patriottismo ungherese ardente e superbo. Ma è pur esso una cosa sui generis: oppressore di tutti gli altri in nome della libertà dei Magiari. Sarebbe un discorso lungo e forse sarà per un’altra volta. Basti qui osservare che la guerra ha avuta anche questa volta l’effetto di restituire ai Tedeschi 1’amico delle ore estreme, 1’Ungheria, «la quale, per tradizione ormai secolare, fa la guerra all’Austria in tempo di pace e la difende in tempo di guerra». (Ricordate Maria Teresa e il grido dei Magnati: Moriamur pro Rege nostro…). Ma badate bene: questa volta si tratta dei Tedeschi, non quelli soltanto dell’Austria, ma anche di Guglielmo.
Il Pettinato ci trattiene per quattro capitoli a Vienna, nella gran città amabile, dove c’è pur tanto di uggioso, di antipatico, rancido, putrido, odioso, e dove c’è pur sempre chi pensa a divertirsi e ci riesce. C’è la Burg e la Ballplatz; ci sono i buoni Viennesi dal sangue dolce e tant’altra gente variopinta che poco si intende e meno si ama; ma anche questo è buono per il Governo che già non potrebbe contentare tutti e almeno contenta sé: vi cala e cola il meglio e il peggio del grande Impero: i politicanti, gli intriganti, gli avventurieri dei due sessi, le spie internazionali: vi si posson scappellare le Eccellenze, che forse han poco nella testa, ma pur tanto che basta, dappoiché le troppe idee e sopratutto le idealità turbano, sconcertano, imbarazzano, metton su la gente, ecc., ecc.
Tocca poi il Pettinato un po’di tutte le altre popolazioni dell’Impero.
Lascio stare gli Italiani.
I Croati son «ragionevoli» ormai e si attaccano a Vienna, ché altro non potrebbero.
Gli Schiavoni, i Serbi, ahi povera gente disorientata! (ora peggio che mai).
I Boemi, dopo aver sognato, come tante altre volte, ricadono scoraggiati nella realtà avversa alle loro aspirazioni. Chi li aiuta?
I Polacchi della Galizia sono austrofili anzichenò, almeno i signori, ma non Prussia, per carità!, piuttosto la Russia.
Ma insomma, all’infuori di qualche nucleo di gente viva, che trepida, spera per le sorti dell’Impero, il più della gente, in Austria, è pari ad una materia morta, gelatinosa, su cui i colpi possono grandinare quasi impunemente. Perciò l’Austria ha tanta capacità da sopportare batoste e malanni d’ogni sorta. Le sue deficienze fanno, in ultimo, la sua salvezza.
«È il segreto degli organismi senza costituzione definitiva, di essere male vulnerabili. L’Austria fra tanti lutti e miserie è calma. Forse non sarebbe altrettanto se fosse provvista di un robusto e omogeneo patriottismo». Diceva Mazarino tre secoli fa: «Gli Absburgo, quando sembran finiti, hanno sempre un miracolo da cavare fuori di tasca». A parte i miracoli, dice il Pettinato che l’Austria, pur essendo una carcassa, poca di cuore e di mente, conserva tuttavia una forte armatura, che può reggere ancora, sebbene vecchia anch’essa, forse appunto perché vecchia. Il constare di più parti eterogenee e spiritualmente isolate la rende simile a una nave a compartimenti a stagni, dei quali l’uno può venire sfondato e allagato senza che gli altri se ne risentano.
Dice tante altre cose il Pettinato, che nelle conclusioni è molto scettico. Paragona quel gran corpaccio dell’Impero bicipite all’ameba, che lascia cascare pigramente parti di sé stessa, raccogliendosi via via intorno al nucleo superstite.
Oh le carcasse...
Ma basta: attendiamo ai fatti.

Dalla Minerva