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 1916  aprile 30 Domenica calendario

Trittico*

I.

Non ho mai saputo bene chi fossero.
Lui, doveva essere impiegato in una qualche azienda del centro, poiché lo vedevo entrare e uscire da casa, da anni, alle stesse ore e imboccare la medesima via, con sollecitudine, sempre, ma senza fretta. La vecchia, sua madre, non usciva quasi mai. Verso sera, s’affacciava alla finestra, attendeva di veder spuntare il figliolo, si scambiavano un cenno; e la vecchia scompariva. Mi pareva di vederla buttar giù la minestra, preparare al figlio una cenetta ghiotta.
La domenica, se faceva bel tempo, uscivano insieme a braccetto. Lui era forte, aitante, un bell’uomo di una trentina d’anni. La madre – tutta rughe, in volto, un po’curva – a braccio del figliolo pareva ringiovanita e lo seguiva a piccoli passi veloci.
Una sera, li ho visti in platea, a teatro, alla Traviata. Li ho guardati: negli intervalli, l’uomo leggeva a mezza voce il libretto alla mamma, che assentiva con piccoli cenni del capo. Si scambiavano il binoccolo, dei sorrisi, delle impressioni. Al quart’atto piangevano tutt’e due silenziosamente. Me li son trovati dinanzi all’uscita: si tenevano a braccetto, come il solito, senza dire una parola. Certo, pensavano ancora alla misera fine di Violetta.
In una delle serate garibaldine che precedettero la nostra entrata in guerra, quando tutto il popolo era per le vie, chiedendo a gran voce l’intervento, mi sono apparsi, in via XX Settembre, fermi sotto i portici, addossati a una colonna, al passaggio di una dimostrazione che si recava al consolato belga. Guardavano stupiti quel fluttuare di gente, quell’ondeggiar di bandiere: parevano storditi da quel chiasso, da tutte quelle grida. La vecchia era aggrappata al braccio del suo figliolo, e se lo teneva stretto come se quella corrente di folla volesse portarglielo via. Il giovane guardava sfilar le bandiere muto, col cappello in mano, con occhi di trasognato. Avevano tutt’e due una bandierina tricolore appuntata sul petto. Quella notte – era il maggio, e le finestre restavano aperte al soffio della primavera – li vidi restare alzati fino a tardi. Nel silenzio, giungeva fino a me lo schianto di un singhiozzo. Sentivo la voce della vecchia domandare: – Dovresti partire anche tu? –
La sera del primo giorno di mobilitazione,li ho trovati alla stazione. L’uomo era vestito da ufficiale, in tenuta di guerra. Guardai subito la vecchia: aveva gli occhi asciutti. Bisognava fissarla attentamente, a lungo, per accorgersi di un lievissimo tremito che la scuoteva tutta. Ma non piangeva.
Con un fare distratto, m’avvicinai a loro, per sentire i loro discorsi. La vecchia si doleva che fosse vietato entrare in stazione.
– Ti avrei accomodato io, nel vagone dove devi passare la notte, – diceva al figliolo.
– Oh, mamma! tanto d’ora innanzi, chi sà come dormirò!...
Seguì un istante di silenzio. Forse, nella mente d’entrambi, passò la medesima visione: ma nessuno dei due osò palesarla.
– E per scriverti, allora, siamo intesi così, come m’hai detto? – riprese la donna.
– Certo: vedrai che avrai notizie sovente. Non devi star in ansia. Devi star tranquilla, anzi, va sovente a Novi, dalla zia, che ti terrà allegra.
– Allegra? oh, caro…
L’ufficiale guardò l’orologio.
– Debbo entrare, – disse, – non piangere, sai.
– Piangere? – balbettò la vecchia. – Tua madre non ti dà il dolore di piangere, sta sicuro. Sono contenta, anzi, che fai il tuo dovere, sono tanto orgogliosa.
Si gettarono nelle braccia uno dell’altra. Singhiozzavano entrambi, poiché le loro spalle si vedevano scosse da un sussulto. Ma quando si disciolsero da quella stretta e si guardarono in viso, per l’ultima volta, non piangevano più.
– Addio, mamma, – disse ancora l’ufficiale.
– Addio.
Quegli raccolse la cassetta, la mantellina arrotolata, s’avviò, passò i cancelli, infilò la scala, senza mai volgersi indietro, disparve. La donna lo seguì con lo sguardo, poi, come fu certa che il figlio non la vedeva più, s’appoggiò a una colonna, e scoppiò in un gran pianto.
Intorno, anche altre donne piangevano.
Per la città, s’accendevano i primi lumi.
II.

Ho veduto poi, qualche mese dopo, la vecchia, nel ridotto del Carlo Felice, dove il Comitato d’Organizzazione Civile raduna le signore che vogliano confezionare, con lana data dal Municipio, indumenti pei soldati.
Mi è sembrata un po’invecchiata. Ma quelle mani piccole, di cera, sferrucchiavano con una alacrità tale, che la maglia s’accumulava rapidamente sulle ginocchia tremule, in bei fiocchi bigi. M’hanno detto che passa tutta la sua giornata lì, a lavorare. Parla poco. A chi le domanda del figlio, risponde: – Sta bene. – A chi le domanda di lei, risponde: – Lavoro. —
Infatti, la mattina è la prima a giungere e la sera, prima d’andar via, mette ancora in ordine le scatole, i pacchi, con lo zelo di una commessa fedele. Pare attaccata a quelle mura, tra le quali si svolge ora tutta la sua vita; forse, tra di esse, le pare di sentirsi meno sola. Altre mamme, vicino a lei, cuciono, fanno la maglia, animate dallo stesso pensiero. Certo, se tutto, intorno, tacesse, si sentirebbe vibrare l’intensità di quel pensiero comune, come una corda troppo tesa, nel vasto stanzone pieno d’ombra
Invece, non s’ode che il battere dei ferri, l’un contro l’altro, nell’incrocio fecondo, e un bisbiglio a fior di labbra, lieve, impercettibile: le donne contano le maglie, o pregano. Non so.
Io penso alla dolcezza che proverebbero i nostri soldati, se potessero vedere questo stanzone, pieno di mamme che lavorano per loro. Un’ondata di tenerezza invaderebbe la trincea e disarmerebbe l’insidia e placherebbe, forse, la morte. Certo l’uomo cui, al campo, apparisse la visione di sua madre che cuce per lui, non saprebbe, in quell’istante, uccidere, sia pure un nemico. Penso che uscirebbe, senz’armi, oltre i reticolati, per andare alla ricerca d’un ferito, e si chinerebbe sul suo volto, e curerebbe la sua piaga, e allevierebbe il suo dolore, e gli mormorerebbe piano, che nessuno udisse: – Fratello mio... fratello… –
Io guardo queste mani di donna, affaticate al lavoro: ricordo altre mani, anch’esse femminee, che vidi in un dinamitificio, intente a fabbricare il formidabile esplosivo. E penso quanto queste, certamente meno utili, siano più benedette.
La vecchia lavora. Tutto il giorno lavora.
Non l’ho più veduta alla finestra: ella sa che nessuno comparirà stasera, allo svolto della via, a farle il cenno noto. Ella non dovrà rientrare, buttar giù la minestra, preparare la cenetta ghiotta.
La casa è vuota: le piccole povere mute stanze debbono, nel silenzio, sembrarle immensamente vaste: ella vi si deve aggirare sola, come una povera creatura sperduta in un castello di sogno…
Una sola, forse, le sembrerà ancora abitata: quella del figlio, ove avrà raccolto le sue carte, i suoi libri, i suoi abiti borghesi. Abitata e deserta: poiché vi aleggerà l’Ombra dell’assente.
III.

Stabat Mater… Come la Madre di Cristo accanto alla Croce, anch’essa è ginocchioni presso un tumulo alto, tutto nero a liste d’argento, coperto da una grande bandiera tricolore, intorno al quale ardono cento candele. Il corpo del figlio non è qui: Maria ebbe il conforto di staccare il Figlio Suo dalla Croce, comporlo nel sepolcro, coprirlo del lenzuolo. Questa madre, no. Essa pensa che il figlio è caduto lontano, sul Sabotino, sul Podgora, sull’Altissimo, sul Carso – non sa. Maria vide, sul sepolcro,del Figlio, drizzarsi un angelo e dirle: – È risorto! non è più qui! – Non v’è tomba per l’eroe caduto. Un angelo ha tuttavia sua madre, in cuore, e le dice: – È nel cielo dei martiri della Patria: anche tu giungerai, un giorno, alla sua gloria. –
De Profundis... L’inno dei morti si spande per le navate buie, ove donne genuflesse pregano la pace per colui che nel turbine della guerra fu ghermito dalla morte; l’organo con le sue cento bocche, rotonde come quelle del cannone, invoca la pace, il perdono, l’amore. E la sua voce vibra tra colonna e colonna, riempie le piccole cappelle ove languono i lumicini dinanzi ai santi, riempie il tempio vasto, riempie la piazza, ove la vita abituale si svolge ininterrotta; pare riempire di sé il mondo, che attende.
Miserere… Abbi pietà, Dio. Di quelli che morirono e di quelli che son pronti a morire. Delle mamme cui furono tolti i figli, e sorrisero con gli occhi lucenti di pianto. Dei bimbi, che non avranno altra guida oltre la Tua. Delle spose, delle sorelle, che non possono altro che pregare.
Requiem aeternam dona eis… A coloro che morirono per la Patria. A coloro che per la Patria sono oggi feriti, mutilati, storpi, ciechi, folli. A coloro che con l’arma al piede, attendono di prendere il loro posto in trincea. Ai sovrani e ai popoli. Agli eserciti e alle flotte. A quanti sono scossi oggi dalla paura o saranno un giorno tormentati dal rimorso di non aver combattuto. A quanti uomini Tu hai fatto a Tua immagine perché Ti esaltassero e benedicessero il Tuo nome, nel lavoro e nella pace.
Non ho più visto la vecchia, da quel giorno che la trovai genuflessa nella chiesa delle Vigne.
 
* Questo commovente bozzetto fa parte, come intermezzo, di un volume: La grande retrovia, di prossima pubblicazione presso la casa Treves. L’autore, che è un giovane e valente pubblicista romano dimorante a Genova, descrive il vario, intenso fervore d’attività della grande città ligure per le opere di rifornimento e d’assistenza della guerra, nei cantieri, negli scali, negli opifici militarizzati, negli ospedali, nelle diverse istituzioni di protezione e di beneficenza per gli emigranti che rimpatriano e per le famiglie dei combattenti. Il libro è tutto un vivo e confortante quadro della unanime partecipazione dei cittadini alla guerra, nelle forme della pace, del lavoro, dell’umanità.